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a 60 anni dalla guerra civile spagnola

L'epopea del popolo minuto


EMILIO QUADRELLI

A settanta anni di distanza, la «Guerra di Spagna» continua a suscitare echi mai sopiti, insieme alle non poche polemiche che lo scorrere del tempo non sembra aver contribuito a mitigare. Quattro volumi recentemente editi ne rappresentano la migliore conferma. Un garibaldino in Spagna (1) di Giovanni Pesce, combattente di prim'ordine, presente sui fronti più importanti del conflitto, da Guadalajara all'Ebro, più volte ferito e puntualmente ritornato al suo posto di combattimento, è un testo che si fa apprezzare soprattutto come «Diario di guerra» ma che, a ben vedere, sembra «dimenticare» il senso della partita giocata in Spagna la quale, tutto era, tranne che una «guerra convenzionale».
In palio non vi era la conquista di uno o più territori da parte di due «stati legittimi» ma il prevalere, con tutte le conseguenze del caso, di un modello politico, sociale e culturale su un altro.
Le «Brigate internazionali», in cui militava, fecero interamente propria, fino al parossismo, la parola d'ordine prima vincere la guerra, precipitando così nel più drammatico e funesto degli errori.
Invece di considerare tattica e in fondo episodica l'alleanza con il Governo e l'Esercito repubblicano, ne fecero la scelta strategica fondamentale con il risultato di diventare militarmente inefficaci e politicamente inessenziali. Di fronte ai balbettii e alle manifeste incapacità del Governo repubblicano, l'antifascismo si ritrovò nudo e impotente, privo di un'organizzazione politica e militare autonoma in grado di prendere a pieno titolo in mano le sorti della guerra al fascismo. Ed è quanto una lettura neppure troppo attenta o eccessivamente critica del diario garibaldino di Pesce ci consegna. Uno scenario solo in apparenza opposto è quanto appare invece dal bel lavoro di Encarnita e Renato Simoni sul piccolo villaggio di Cretas (2). Un testo che, in ogni caso, si fa apprezzare in virtù del suo stile e rigore metodologico, inserendosi a pieno titolo in quel felice filone di ricerca della cosiddetta microstoria supportata da un ampio utilizzo delle «fonti orali». Un uso che i due autori sembrano maneggiare con non poca abilità tanto da trasformare, almeno in alcune parti, il testo in un documentario visivo. In sé, la storia di questo piccolo paesino aragonese potrebbe apparire insignificante nel mare degli eventi spagnoli, in realtà non è così. In micro, le storie e gli avvenimenti che vi prendono corpo rappresentano, in buona parte, il paradigma di quanto sta accadendo in Spagna. Nel «Diario di guerra» di Pesce l'impressione del lettore è di trovarsi in una guerra come tante, dove le battaglie degli eserciti, in fondo, non sembrano avere conseguenze di un qualche tipo sulla vita materiale della popolazione. Qui invece, la guerra appare come qualcosa di inessenziale e la vera preoccupazione si riduce a una gestione dell'economia dal basso con un orizzonte strategico che, ben di rado, riesce ad andare oltre l'angusto ambito dei campi del paese, mentre l'aspetto decisivo della «questione militare» sembra passare tranquillamente in secondo o terzo piano. A ben vedere, in non pochi casi, l'instaurazione del «comunismo libertario» sembra ridursi a una piacevole scampagnata dove, più che altro, ci si preoccupa di passare una buona giornata tra amici invece di affilare in continuazione le armi da rivolgere contro il nemico. È in questo clima strategicamente desolante che, pur con non pochi limiti, emerge l'esperienza della Columna de Hierro (3), ben resa da Abel Paz. Una formazione anarchica che, pur non riuscendo a emanciparsi mai del tutto dalla condizione di «Corpo Franco», fu una, se non l'unica, formazione combattente a intuire il nocciolo della questione (ovvero determinare concretamente chi è il nemico) e che cercò di tenere sempre saldamente unite la guerra e la rivoluzione, avendo sempre ben chiaro il ruolo strategico che il «militare» rivestiva.
Centrale nella sua esperienza è la formazione di una forza politico-militare, autonoma, in tutto e per tutto, dall'Esercito regolare e con alle spalle una strategia combattente improntata soprattutto al metodo della guerra partigiana o a un suo ampio utilizzo: un aspetto che, quasi in contemporanea e a migliaia di chilometri di distanza, è posto non troppo diversamente in Cina da Mao che, nelle note conferenze «Problemi strategici della guerra rivoluzionaria», affronta alla radice questioni assai simili.
La «guerra di guerriglia», per la Columna, è l'unica «tecnica» in grado di affrontare vittoriosamente un nemico che, sul piano del combattimento «regolare», si mostrava ben più esperto e soprattutto meglio armato ed equipaggiato. Un fatto che non sfugge agli uomini della «formazione partigiana» che, non a caso, insistono perché nei territori dove la rivoluzione si è affermata, l'intera produzione (anche se per ovvi motivi il termine «militarizzazione del lavoro» nei loro scritti non compare mai), sia finalizzata a garantire la sussistenza e l'autosufficienza delle truppe rivoluzionarie. Uno sforzo che la «formazione partigiana» conduce con costanza e ostinazione fino a quando, messa con le spalle al muro, è costretta a trasformarsi nella 83° Divisione dell'Esercito repubblicano e a dissolversi. Di lì a poco, Franco, che fin da subito aveva messo lucidamente e senza tentennamenti a fuoco il nemico raccoglieva sui campi di battaglia i frutti di una vittoria che, ancor prima che nella «forza dei materiali», era stata resa possibile in virtù di un'attenta individuazione del «politico». Le conseguenze furono disastrose. Migliaia i «sovversivi» passati per le armi, difficilmente quantificabile il numero degli imprigionati e dei perseguiti. Oltre cinquecentomila coloro che lasciarono la Spagna cercando un qualche rifugio in Francia. Tra questi Ana Delso che nel 1989, in Trecento uomini e io (4), un testo asciutto e sobrio, fa rivivere quell'esperienza consegnandoci per intero tutto l'eroismo di un popolo battuto ma mai vinto. Un'autobiografia che, a ben vedere, è molto più che «materiale d'epoca» ma ha la capacità di consegnarci una «visione del mondo» le cui radici sembrano essere immuni al tempo. Certo, per gli amanti della «guerra estetica», il libro di Delso potrà sembrare poco accattivante e, con ogni probabilità, giudizi analoghi saranno portati a darli le consuete schiere di «rivoluzionari» che ricordano assai da vicino quegli operai che non hanno mai lavorato e quei soldati che non hanno mai combattuto, in ogni caso il libro non è dedicato a loro. Nelle pagine di Delso l'unico attore protagonista è il popolo minuto e per questo «non vi è altro» che la fame e lo sfruttamento ai quali, fin da subito, gli esuli vanno incontro internati prima nei campi di concentramento e arruolati a forza come mano d'opera coatta subito dopo, ma vi è soprattutto l'irriducibile volontà di non piegarsi e pur in una situazione obiettivamente difficile per non dire disperata (per Delso persino acquistare delle mele è economicamente proibitivo) a emergere è quel «misterioso» e «testardo» senso del dovere che in quella generazione di antifascisti non è mai venuto meno. La lotta degli esuli spagnoli, come Delso ricorda attraverso la minuziosa descrizione dei «piccoli» eventi di resistenza quotidiana, inizia fin da subito ed è qui che, con ogni probabilità, la sua narrazione offre il meglio e l'agire corale del popolo si fa interamente protagonista.
Non sono poche le micro (ma preziose) attestazioni di solidarietà e complicità che gli esuli ricevono dal popolo francese. Per certi versi, esse testimoniano al meglio quanto la Grande Storia, la sola che i più ritengono degna di essere raccontata, sia in gran parte debitrice alla serie infinita dei piccoli e anonimi «atti di eroismo» di chi, istintivamente e senza clamori, finisce sempre col fare la cosa giusta al momento giusto, semplicemente perché così «deve essere».
Qualcosa di molto simile, indubbiamente con altra penna, aveva detto Tolstoj e non a caso Delso è un'accanita lettrice del grande scrittore russo. Ben presto, in virtù dell'esperienza accumulata nel corso della Guerra civile, gli esuli passeranno a costituire i primi nuclei armati della Resistenza, assumendosi il non facile compito di contrastare militarmente il dominio nazista. Non saranno in pochi a pagare con la vita, direttamente in battaglia o con la deportazione nei campi di sterminio, il loro modo, anonimo e silenzioso, di servire il popolo.
Molti di loro, infine, combatterono nella Divisione partigiana Leclerc e saranno tra i primi a entrare a Parigi a bordo di carri armati sui quali hanno scritto a grandi lettere i nomi delle battaglie della «loro» Guerra civile: Madrid, Teruel, Guadalajara, Belchite, Ebro, non certo per «orgoglio nazionale» ma per ricordare che, in fondo, la barbarie fascista è identica sotto ogni latitudine. Un insegnamento tuttora attuale e che ogni Resistenza non ha mai cessato di ricordare.
È sufficiente ricordare, limitando lo sguardo al nostro paese, Morti di Reggio Emilia dove, per gli antifascisti e i partigiani, non è mai venuta meno la certezza che, Adesso come allora, il nemico è sempre quello, lo stesso di quando «si era su in montagna».


note:

(1) Un garibaldino in Spagna, Giovanni Pesce, Edizioni EsseZeta - Arterigere, 2006, 12 euro.

(2) Autogestione nella Spagna repubblicana (1936-1938) di Encarnita e Renato Simoni, Edizioni La Baronata, Lugano 2005, 20 euro.

(3) Cronaca appassionata della Columna de Hierro, Abel Paz Autoproduzioni Fenix, strada del Barocchio 27, Grugliasco-Torino,2006, 10 euro.

(4) Trecento uomini e io. Spagna 1936 autobiografia di una rivoluzionaria, Ana Delso, Edizioni Zero in condotta, Milano 2006, 7,50 euro.