Sono all'incirca 6-7 milioni, costituiscono la minoranza cristiana più numerosa del Medioriente e hanno avuto un ruolo importante nella lotta contro il colonialismo britannico. I copti d'Egitto, discendenti dei faraoni, hanno una lunga storia. Ma le ambiguità dello stato e la crescente islamizzazione hanno suscitato timori, facendo ripiegare su se stessa questa comunità. Tuttavia, i loro problemi non sono altro che il riflesso della crisi di tutta la società, dei suoi vicoli ciechi e della resistenza della classe dirigente ad avviare l'Egitto sulla strada dell'apertura politica e culturale.
Il 2 aprile 2001, il presidente egiziano Hosni Mubarak ha incontrato per la prima volta a Washington il suo omologo statunitense George W.Bush. Ancora una volta, diversi gruppi di esiliati copti hanno approfittato dell'occasione per denunciare le persecuzioni contro la minoranza cristiana in Egitto. Il 22 marzo, avevano organizzato nella capitale federale «una marcia per la giustizia a favore dei copti perseguitati d'Egitto», annunciata dall'organizzazione «La penna contro la spada»
(1). I motivi di protesta non mancano. Il 4 febbraio 2001, un tribunale aveva assolto 96 persone sospettate di omicidio (4 sono state condannate per reati minori) in occasione degli incidenti confessionali più sanguinosi di questi ultimi anni: il massacro del villaggo di al-Khosheh, nel dicembre 1999, durante il quale almeno 25 cristiani e un musulmano hanno perso la vita.
Di fronte alla levata di scudi suscitata dalla sentenza, il procuratore generale ha deciso di ricorrere in appello.
Il 24 febbraio 2001, mentre la tempesta infuriava, la comunità copta si è mobilitata contro la demolizione di un edificio costruito dalla chiesa a Shubra al-Kheima, in uno dei quartieri più poveri del Cairo.
Il vescovo non aveva applicato una legge molto controversa, che obbliga ad ottenere l'autorizzazione presidenziale per la costruzione di edifici religiosi.
Ad aggravare ancora la situazione, il 22 marzo è arrivata al Cairo una delegazione semi-governativa statunitense, inviata dalla Commissione per la libertà religiosa internazionale (su questa commissione si legga l'articolo alle pag. 1, 22 e 23) per indagare sulle pratiche discriminatorie. Questa visita ha suscitato indignazione, sia tra i musulmani sia tra i copti. In nome di che gli Stati uniti si permettono di intromettersi negli affari interni dell'Egitto? Perché, piuttosto, non si occupano della situazione dei neri, degli indiani o degli ispanici a casa loro? L'indignazione è stata accresciuta anche dal fatto che il capo della delegazione altri non era che Elliott Abrams, un ex segretario di stato autore di articoli elogiativi su Ariel Sharon...
La diaspora si mobilita Questo contesto ha spinto il patriarca copto, il pope Chenuda III, ad intervenire. Il prelato, uomo brillante, ha imparato da tempo - in particolare dopo essere stato relegato in un monastero dal presidente Sadat nel 1981 - a districarsi tra gli arcani della politica. Insieme al principale dignitario musulmano, lo sceicco Tantawi d'al Azhar, è stato una delle poche persone ad accettare un incontro con la commissione.
Ma, in una lettera aperta alla stampa
(2), ha messo in guardia i copti che vivono all'estero dal compiere «azioni poco accorte», che avrebbero potuto compromettere la visita di Mubarak negli Stati uniti.
Ha poi sottolineato che la sentenza di al-Khosheh era stata emessa dai giudici e che la corte d'appello doveva ancora pronunciarsi: «Non possiamo chiedere di più allo stato, dobbiamo aspettare i risultati».
Ha anche ricordato la distruzione della chiesa, riconoscendo che «esistono dei problemi, ma vengono risolti non appena il presidente ne viene informato». La «questione copta» è così sentita soprattutto a causa delle sue ramificazioni estere. Esistono grosse comunità copte negli Stati uniti, in Canada, in Europa e in Australia, molto organizzate attorno alle chiese locali, spesso piuttosto attive. A Sidney, il 10 aprile, duemila copti hanno sfilato con venti bare dipinte di nero, con le foto dei martiri di al-Khosheh e la parola d'ordine: «fermiamo il genocidio silenzioso». Inoltre, negli Stati uniti c'è una frangia potente e irresponsabile di estremisti legati alle correnti ostili all'islam, come «La penna contro la spada» di Michael Meunier, o Shawki Karras, che lavora con organizzazioni sioniste.
Chi è che ha bisogno di amici del genere, in un momento in cui la repressione israeliana nei territori occupati ha scioccato l'Egitto e Il Cairo ha richiamato il proprio ambasciatore a Tel Aviv? E in un momento in cui il problema degli estremisti musulmani è un punto dolente? I copti egiziani capiscono bene che devono in parte pagare il prezzo della lotta contro gli islamisti.
Il presidente Mubarak non può mostrarsi troppo accondiscendente nei confronti dei copti, quando contemporaneamente ha schiacciato gli islamisti armati, continua a prendere tutte le misure necessarie per impedirne la rinascita e tiene i Fratelli musulmani - un'organizzazione non violenta ma politicamente dinamica - sotto controllo, attraverso una serie di misure repressive (arresti, processi di fronte a tribunali militari ecc.). Le riforme necessarie per i copti si inseriscono quindi nel sottile gioco tra islamisti e governo, ma anche tra Israele, Stati uniti ed Egitto, il quale ultimo deve difendere il proprio ruolo regionale continuando contemporaneamente a mantenere l'indipendenza nei confronti di Washington.
«Non andrò a Gerusalemme, fino a quando la città resterà sotto occupazione israeliana»
(3), ha affermato il pope Chenuda. Questa dichiarazione ha avuto ampia eco tra i copti, che si considerano prima di tutto egiziani. Sono addirittura gli egiziani più autentici, discendenti dei faraoni. Rappresentano anche la più importante comunità cristiana del Medioriente. Affermano di essere stati convertiti nell'anno 42 da San Marco, che avrebbe costruito la prima chiesa ad Alessandria.
Il loro nome deriva dal greco aegyptos, che significa egiziani. Appartengono alla minoranza degli abitanti che non si sono convertiti all'islam con la conquista dell'Egitto nel 640. Rappresentano all'incirca il 10% dei 64 milioni di abitanti dell'Egitto
(4).
Queste radici sono essenziali per capire il loro ruolo. I copti hanno avuto un'importanza di primo piano nello sviluppo del nazionalismo e dello stato moderno. Hanno partecipato alla rivoluzione del 1919, quando il partito Wafd unificò la nazione contro l'occupante britannico.
Due copti sono hanno ricoperto la carica di primo ministo prima della seconda guerra mondiale. Era questa «l'epoca d'oro». Poi, gli «ufficiali liberi» e Gamal Abdel Nasser hanno preso il potere nel luglio 1952.
«I loro slogan sull'egittizzazione, che mirava a colpire numerose minoranze straniere, italiani, greci, ecc., hanno inquietato i copti, che hanno pensato che un giorno o l'altro sarebbe venuto il loro turno», spiega Milad Hanna, una mente aperta, eminenza grigia della comunità copta laica. Di conseguenza, più dei musulmani, sono stati vittime della politica di nazionalizzazione degli anni '60. Inoltre, l'istruzione religiosa è stata resa obbligatoria e, soprattutto, loro sono stati esclusi dai posti di responsabilità politica. Tuttavia, per quello che vale, musulmani e copti hanno continuato a vivere assieme, a mangiare insieme, a farsi visita. I copti minimizzavano le discriminazioni. Sotto questo punto di vista, reagivano come qualsiasi altra minoranza nel mondo.
Però, tra la polvere e sotto il sole d'Egitto, il termine «minoranza» è bandito, sia tra i copti sia presso la classe dirigente. Il sociologo Saadeddin Ibrahim, messo sotto accusa di recente per aver difeso i diritti dell'uomo, l'ha scoperto a sue spese quando, nel 1994, ha tentato di organizzare una conferenza sulle minoranze. Il termine acquisisce qui connotazioni etniche e confessionali, indebolendo così il carattere profondamente egiziano dei copti.
Difatti, la specificità copta sta proprio in questo carattere egiziano, che potrebbe però venir compromesso dalla dimensione internazionale acquisita dalla comunità con le diverse ondate di emigrazione che si sono susseguite dagli anni di Nasser. Il presidente Sadat, soprattutto, ha scosso alle basi questo carattere, definendo l'Egitto un paese musulmano. Questo atto ha spianato la strada ai gruppi estremisti islamici - e agli scontri confessionali nel sud del paese (Alto Egitto).
Ha anche permesso l'espansione, ancora in corso, di un islam conservatore.
In risposta ai musulmani che si stringono attorno alle moschee, i copti si schierano a fianco delle loro chiese. Per i bambini e gli adolescenti, le attività sociali e sportive sono state organizzate attorno ai luoghi di culto, in sostituzione della scuola, che fino ad allora era servita da elemento coagulante per tutti gli egiziani.
Al pari degli islamisti, i copti si sono così impegnati nelle attività educative, sanitarie, di formazione professionale. Alle barbe e al velo hanno risposto con le croci discretamente tatuate sulle mani e sui polsi e con un fiorire di nomi chiaramente cristiani. Ognuno ha affermato la propria identità.
Musulmani e cristiani sono travolti da un'ondata di religiosità che non dà segni di ripiego. Le chiese sono piene, le donne a destra, gli uomini, altrettanto numerosi, a sinistra, alcuni con le braccia mezze tese, le mani a metà aperte, assorti nella preghiera. Sovente, è possibile vedere sopra l'altare una cupola dipinta di blu brillante e decorata con una testa gigante di Cristo, con le braccia tese.
I canti in lingua copta
(5) e le nuvole di incenso pesante ipnotizzano i credenti. Durante la quaresima, la gente digiuna fino alle ore 15 e non mangia né carne, né pesce, né pollame, né latticini... E si riunisce regolarmente nelle chiese.
Tra esorcismi e apparizioni A San Marco, la vecchia cattedrale del Cairo, padre Makari esorcizza il demonio il venerdì sera. In migliaia si riuniscono attorno a padre Saman, il giovedì sera, nella basilica costruita nella roccia della collina del Mokattan. Vengono a migliaia, in autobus, grandi e piccoli, vecchi e nuovi credenti. Per arrivarci, attraversano le cosidette bidonville degli «zabbalin», quei cristiani che raccolgono i rifiuti di tutto Il Cairo e, tra i sacchi di immondizia sventrati, li riciclano sul posto, dando lavoro a tappezzieri, sarti, ecc.
«La guarigione attraverso la fede fa parte delle nostre tradizioni - spiega Mary Asad, psicologa ed ex vice-segretaria generale del Consiglio mondiale delle chiese (Ginevra) - così come ne fanno parte i preti carismatici. Il pope chiude un occhio su padre Saman, che gode di una certa immunità grazie al lavoro che svolge presso la comunità zabbalin, i più poveri».
Tra l'agosto 2000 e il gennaio 2001, nella città di Assiut, in Alto Egitto, la chiesa di San Marco ha vissuto un momento molto intenso.
«La vergine Maria appariva ogni notte, attraverso una luce strana e abbagliante al di sopra della chiesa, accompagnata da colombe - racconta padre Zakka - abbiamo tenuto un diario medico, dove sono annotate tutte le guarigioni miracolose di alcuni di coloro che hanno assistito alle apparizioni. Ci sono stati talmente tanti visitatori dall'estero che abbiamo dovuto chiudere alcune strade attorno per separare gli uomini dalle donne».
Il reverendo Girgis, che officia nella prima chiesa evangelica protestante, dall'altra parte della strada, non crede alle guarigioni miracolose.
«Non farò nessun commento sulle apparizioni» aggiunge, prudente.
La sua chiesa gestisce una clinica gratuita, che accoglie 35mila pazienti, con medici volontari. La chiesa evangelica, introdotta da missionari stranieri, si concentra su attività di beneficienza, rivolte sia ai copti che ai cattolici o ai protestanti. Anch'essa, dagli anni '70 sta vivendo un periodo di rinnovamento. «Fa parte anche questo della ricerca di Dio da parte degli egiziani - spiega Rafik Habib, autore di due libri sul cristianesimo politico - esiste un parallelo con il movimento islamico». «La cosa più preoccupante - prosegue - sono i pregiudizi che sono cresciuti e continuano a crescere, da entrambe le parti. Ma i copti ne soffrono di più, poiché sono minoranza e il governo è incapace di rispondere ai loro timori». In nessun luogo il problema è così chiaro come ad Assiut. È la più grande città dell'Alto Egitto, con 1,7 milioni di abitanti, a maggioranza cristiani. Il governatorato confina con quello di Sohag, dove si trova al-Khosheh. Il 14 agosto 1998, due copti sono stati assassinati in questa cittadina di 25mila abitanti, situata sulle rive del Nilo, dove il tribalismo è ancora forte. Intenzionata a incriminare un cristiano - ed evitare così un conflitto confessionale - la polizia ha arrestato più di mille copti, molti dei quali sono stati torturati per strappare loro una confessione. Non ci voleva molto per dare di nuovo fuoco alle polveri.
Il 31 dicembre 1999, ci sono stati altri scontri, perché un negoziante cristiano avrebbe insultato una donna musulmana della tribù degli Hawara.
La minaccia di un nuovo Libano La sentenza del febbraio scorso è stata all'origine di fortissime tensioni ad Assiut. La sicurezza era già stata rafforzata: la paura di un ritorno ai vecchi tempi del terrorismo islamico era percettibile.
«Teniamo i problemi nascosti nel fondo di noi stessi - spiega Hala, che è copta - poiché non possiamo esprimerli ad alta voce. Qui siamo maggioranza, ma nel paese facciamo parte di una minoranza. Dopo le violenze degli anni '80, i copti hanno cominciato ad andarsene verso il Cairo o Alessandria, oppure ad abbandonare il paese». E mormora: «Vendono le loro terre ai musulmani di nascosto. È un problema molto sentito».
«Ad al-Khosheh - prosegue - l'85% degli abitanti è costituito da cristiani, possiedono tutto, anche le strade hanno nomi cristiani.
È questo il problema. I musulmani lavorano nei campi. Certo, Sohag è una provincia particolare perché il tribalismo è forte. In generale, le relazioni sono più semplici dove esiste un maggior equilibrio demografico ed economico. E anche dove c'è meno istruzione. Perché l'istruzione musulmana insegna i pregiudizi e l'odio». Ma, discutendo con i religiosi copti risulta chiaro che i musulmani non hanno il monopolio dei pregiudizi... «In Alto Egitto - spiega Saadeddin Ibrahim - i copti sono presi nella morsa di due forze estremiste: gli islamisti, che li ricattano, e le forze di sicurezza dello stato. Difatti, i copti dipendono dal dipartimento della sicurezza - e non da quello, per esempio, degli affari religiosi - che è annesso al ministero degli interni. Questo favorisce la paranoia, in particolare quella governativa, che interpreta ogni appello alla riforma come un pericolo immediato per lo stato».
Quale livello di riforma sarebbe necessario? Secondo le stime più diffuse, i copti rappresenterebbero il 10% della popolazione, circa il 20% dell'economia, ma soltanto l'1,5% dei funzionari pubblici.
Questa è per l'appunto la loro principale rivendicazione. Sono esclusi dalle alte cariche dell'esercito, della polizia, dei servizi segreti, della magistratura, dai posti di governatore ecc. Ad Assiut, un professore di matematica guadagna 200 lire egiziane al mese (50 euro); un ufficiale della sicurezza 850 lire (212 euro). A volte, le barriere sono meno visibili, ma esistono, come in certe università. E, se è possibile portare il caso di fronte alla giustizia per cambiare una decisione discriminatoria, è quasi impossibile ottenere che la sentenza venga applicata.
Tuttavia, lentamente, la situazione si evolve. A Natale e a Pasqua, le messe copte sono ormai trasmesse alla televisione. 900 feddan (1 feddan = 0,42 ettari) di terre copte prese da alcuni waqf (amministrazione dei beni religiosi) islamici sono stati restituiti. È stato deciso un cambiamento nei programmi delle scuole elementari e medie per includere la storia pre-islamica, ma non è ancora in vigore dappertutto.
Yussef Sidhom, capo-redattore del settimanale copto Watani e membro del Consiglio superiore copto, nega che sia possibile estendere questa riforma ai licei: «Il ministro della pubblica istruzione ha già troppi problemi con gli islamisti per poter imporre un cambiamento nella scuola secondaria».
Due altri temi gli sembrano anch'essi troppo problematici: la soppressione della menzione della religione nelle carte di identità; la conversione forzata delle ragazze di meno di 18 anni che hanno una storia con un musulmano. Anche se queste conversioni sono oggetto di grande preoccupazione per l'emigrazione copta, Sidhom non ha sentito parlare che di tre o quattro casi negli ultimi sei anni. Inoltre, sottolinea un altro osservatore, una ragazza musulmana minorenne che avesse un'avventura con un copto sarebbe uccisa o costretta a suicidarsi.
Ma questo non è il punto essenziale. Il tabù che pesava sulla «questione copta» è ormai caduto. La lotta per le riforme ne è stata facilitata.
I cambiamenti avvenuti nei media sono stati percettibili nel febbraio 1999, quando un intero numero del settimanale in inglese Cairo Times è stato dedicato ai copti. In seguito, l'inverno scorso, i telespettatori sono rimasti incollati allo schermo per una «soap opera» che, per la prima volta, affrontava la questione dei matrimoni misti - argomento tabù per i copti, anche i più colti e i più laici. Ne Il tempo dei fiori, Rose, una ragazza cristiana, si innamora e sposa un giovane diplomatico musulmano
(6). La loro figlia, Amal, sposa a sua volta un musulmano; hanno un figlio, che viene rapito. Il dramma riavvicina le due famiglie.
I conservatori di entrambi i campi sono rimasti indignati. «Il pope ha incontrato gli attori e ha chiesto loro se, alla fine, Rose rimpiange la scelta fatta» ricorda lo sceneggiatore musulmano Walid Hamid.
«Sì» hanno risposto. «Allora va bene" ha dichiarato e tutti, con un sorrisetto, sono stati d'accordo, «va bene». Ma Molhab Gaurd, un cristiano di 25 anni, abitante del villaggio di Abu Tik nell'Alto Egitto, si lamenta, anche se il serial gli è piaciuto: «La storia è un po' inverosimile. La gente non si sposa così. Come posso immaginare che una madre cristiana possa insegnare l'islam alla figlia? Avrebbero dovuto mostrare una storia di cristiani e di musulmani che fanno assieme quello che normalmente fanno nella vita». Walid Hamid spiega che il ministero dell'informazione ha accettato lo sceneggiato senza problemi e non ha cercato di modificare la sceneggiatura. Aggiunge anche che alcuni copti gli hanno chiesto di scrivere un altro sceneggiato.
La demolizione dell'edificio religioso di Shubra al-Kheima è ancora profondamente sentita. Mentre i musulmani non hanno bisogno di autorizzazione per costruire una moschea, è lo stesso presidente della repubblica che deve dare l'approvazione per la costruzione di nuove chiese.
Le decisioni relative alle riparazioni o alle ristrutturazioni, che dipendevano anch'esse dal presidente, ormai sono compito dei governatori.
28 chiese dipendono dalla diocesi del vescovo Marcos, che si estende su un quartiere del Cairo dove vivono 350mila cristiani, in mezzo a 4 milioni di musulmani. Ecco come il vescovo spiega le difficoltà che deve affrontare: «poco più di un anno fa, ho cominciato a costruire un nuovo edificio, per le attività sociali: asilo per i bambini, clinica, salone per gli eventi sociali».
Riconosce che era illegale, ma spiega: «Non potevo chiedere il permesso, poiché, quando lo faccio, i musulmani trovano subito un appartamento vicino che, senza nessun permesso, possono trasformare in luogo di preghiera. Ma noi non possiamo costruire in prossimità di un luogo di culto musulmano. Inoltre, per ottenere un'autorizzazione è necessario un certificato di proprietà del terreno e, in genere, questo non c'è».
Prosegue il vescovo Marcos: «Il 19 febbraio, quando l'edificio era già finito, ho chiesto il permesso. Cinque giorni dopo, è arrivata la polizia con una squadra di demolitori del governatorato. Ho protestato con il governatore, poi ho chiamato il presidente, grazie alla mediazione del pope Chenuda. Mubarak ha ordinato la ricostruzione. Certo, è una vittoria, ma l'avremmo ottenuta senza la stampa? Se il presidente è ben informato, prende le buone decisioni. Ma come essere sicuri che riceva le informazioni giuste?». Si interrompe per andare a celebrare le messa della sera, mentre un'unica campana della chiesa suona con discrezione. Un po' più tardi, dopo la cerimonia, mentre lasciamo la chiesa, l'appello alla preghiera del muezzin sommerge tutti i suoni.
Come è possibile fare dei passi avanti? Per Munir Fakhri Abdennur, ricco uomo d'affari e uno dei tre parlamentari copti, eletto deputato del Wafd alle elezioni legislative dell'autunno 2000, «i copti devono impegnarsi nella vita politica e sociale. E sposare la causa del nazionalismo egiziano, oltre ad interessarsi ai propri problemi».
Ma i copti sono assenti dalla vita politica, perché il partito al potere li esclude dalle liste. Inoltre, i copti sono restii ad impegnarsi.
Una significativa percentuale di loro, i più istruiti, ha successo e ricchezza. Ottengono facilmente visti per l'estero e svolgono professioni che possono esercitare dappertutto (commercio elettronico, contabilità ecc.). E, anche se ci sono due ministri copti, non raggiungono mai il vertice della gerarchia (l'ex segretario generale dell'Onu, Boutros Boutros Ghali, per esempio, non è mai stato più che ministro di stato agli affari esteri, l'equivalente di un posto di vice-ministro).
La grande maggioranza dei copti dell'interno vuole il dialogo, non lo scontro. Alcuni, più laici, come Sidhom, vogliono «ridurre il ruolo del pope». Sidhom cita il caso del precedente patriarca, Cirillo VI, «un uomo pio, che non si intrometteva negli affari tra i cittadini copti e lo stato». Ma il pope Chenuda III, una personalità carismatica, ha un altro stile. Molto ammirato, questo «papa degli arabi», dirige la chiesa come Mubarak il paese. Mantiene aperti numerosi canali, a volte segreti, tra la gerarchia religiosa e lo stato. Permette anche al vescovo Wissa, un eroe popolare in Alto Egitto, di esprimere il proprio punto di vista.
Queste opinioni, più radicali, trovano eco tra i copti laici, come l'avvocato Mamduh Nakhla che attraverso il suo Centro mondiale per i diritti umani interviene esclusivamente negli affari copti. Chiede una rappresentanza proporzionale dei copti in tutte le istituzioni.
Ma questo è inaccettabile per la maggior parte dei copti, che condividono il punto di vista di Sidhom: «Sarebbe fonte di ostilità tra copti e musulmani e trasformerebbe l'Egitto in un nuovo Libano». Una visione diversa Invece, quello che funziona è il dialogo pacato nello stesso Egitto.
Ma quando il vescovo Wissa alza la voce contro le ingiustizie in Alto Egitto, le comunità copte all'estero stanno ad ascoltare. E sta ad ascoltare, come riconoscono molti copti dell'interno, anche il governo egiziano, sensibile ai legami americani dell'emigrazione.
Ma esiste una politica governativa verso i copti? Mustapha El Feqqi, vice-presidente della commissione delle relazioni internazionali del parlamento, è una delle poche autorità che accetta di pronunciarsi.
Mette in evidenza i passi avanti positivi. Ma non può accettare che si dica che il governo, in lotta contro l'eredità islamista lasciata dal presidente Sadat, sia incapace di affrontare la questione copta se non come un problema di sicurezza legato alla strategia nei confronti degli islamisti. Gli effetti di questo approccio si fanno sentire duramente in Alto Egitto. Tuttavia, alcuni dirigenti più giovani hanno una visione diversa: l'apertura economica, politica e culturale, la riduzione della povertà, la lotta contro i pregiudizi attraverso una migliore istruzione. In questo senso, non esiste una «questione copta», ma una «questione egiziana».