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Guerre/2 Rifugiati - Nuruddin Farah Meltemi, 2003, 21 euro
Francesco Longo
Quando nel 1991 la Somalia si eclissò nell'oscurità della sua guerra civile, Mogadiscio in pochi giorni si svuotò dei suoi abitanti. Con la fuga dal proprio luogo d'origine, l'identità dell'individuo si lacera e le esistenze si dissolvono: ad animare questo libro è proprio l'idea che narrare queste vicende sia l'ultima via per riscattarle. Nuruddin Farah ha raccolto queste storie colloquiando con somali rifugiati in Europa o in Africa (dal campo profughi di Mombasa fino ai cantoni svizzeri). I loro racconti sono confluiti qui e orchestrati nella partitura di Farah, scrittore somalo a sua volta esule. Concerto di assoli sconsolati, coro di rimpianti sottovoce, questo libro suona il requiem di una Somalia che non c'è più. I somali intervistati (ex professori, trafficanti, tate o dottorandi) raccontano la dittatura di Siad Barre, lo scoppio della guerra civile, la violenza dei «signori della guerra» e la loro attuale situazione di rifugiati. Dopo la diaspora, l'esilio è diventato la loro condizione esistenziale: lo strazio dell'isolamento e l'ossessione dei traumi e delle violenze subite riaffiorano oggi nelle loro coscienze con incubi, terrore del buio, insonnie e gravi crisi depressive. Dai dialoghi emerge la denuncia dell'Occidente non solo per l'antico sfruttamento imperialista, ma anche per gli attuali rapporti postcoloniali: nelle ferree regole sui rifugiati per esempio, l'Europa tradisce la sua «paura della marea di stranieri senza nome». In ogni somalo il ricordo della propria terra ha assunto forme diverse (c'è chi ha addirittura nostalgia delle trombe d'aria), ma alla domanda su un possibile rientro si ritrovano tutti accomunati da un solo sogno: «fare ritorno a casa». |