|
Le Monde diplomatique con il manifesto per tutto il mese a 3€
Riviera Romagnola: hotel, alberghi, residence... Preventivi
gratuiti e offerte last minute per le tue vacanze!
Nikos Annunci immobiliari, oltre 200.000 annunci in
vendita e
affitto
Case a Milano;
Roma;
Verona;
altre cittaà.
Ricerca Hotel: offerte last minute per prenotare un hotel a Rimini e
nelle principali località italiane
www.abcfiere: eventi Fiera di Rimini, Fiera Bologna e informazioni sulle principali fiere in Italia.
Picco della produzione, tensioni
con l'Iran, caos in Iraq
Il dopo-petrolio
è già cominciato
L'Agenzia internazionale dell'energia ha appena annunciato che nei
prossimi anni la produzione energetica russa sarà molto inferiore
alle previsioni. Una notizia che, sommata alle tensioni sul nucleare
iraniano, ha portato all'impennata del costo del barile oltre la
soglia dei 70 dollari. Ma la situazione attuale differisce dai due
precedenti «shock petroliferi», di durata relativamente breve: oggi
nulla lascia prevedere che nei decenni a venire il prezzo dell'oro
nero torni a diminuire.
di Nicolas Sarkis *
In questi ultimi tre anni, le preoccupazioni per la sicurezza degli
approvvigionamenti energetici si sono notevolmente aggravate. Ormai,
l'incertezza non riguarda più solo le esportazioni petrolifere da
una zona di croniche turbolenze quale il Medioriente, ma tutto l'insieme
del sistema mondiale di produzione, raffinazione e trasporto del
petrolio e del gas naturale. A suonare sempre più spesso il campanello
d'allarme sono da un lato i maggiori responsabili politici, dall'altro
gli esperti indipendenti. Nel suo ultimo rapporto semestrale sulle
prospettive energetiche mondiali pubblicato il 7 novembre 2005, relativo
al periodo 2004-2030, l'Agenzia Internazionale per l'energia (Aie)
esprime un'opinione quasi generale, sottolineando che «i rischi per
la sicurezza energetica si stanno acutizzando nel breve termine»,
mentre «la vulnerabilità alle perturbazioni degli approvvigionamenti
si accentuerà con l'espansione degli scambi mondiali (1)». Dal canto
suo il presidente Jacques Chirac, in occasione del suo discorso augurale
per il nuovo anno, tenuto il 5 gennaio 2006, ha elevato al rango
di «grande sfida del secolo» la necessità di «preparare il dopo-petrolio».
Stanno sorgendo preoccupazioni anche per il gas naturale, considerato come principale soluzione di ricambio al petrolio. Soprattutto dall'inizio del 2006, da quando cioè la Russia, primo esportatore mondiale, ha bruscamente sospeso le forniture all'Ucraina e alla Georgia, e per ragioni di disponibilità ha ridotto i quantitativi destinati all'Ungheria, all'Austria e all'Italia. Queste perturbazioni sono state considerate tanto allarmanti da portare il problema della sicurezza energetica al centro dell'interesse nella riunione del G8 del febbraio 2006 a Mosca. Sempre in nome della sicurezza, il presidente George W. Bush ha preconizzato, nel suo discorso sullo stato dell'Unione pronunciato il 31 gennaio, la necessità di ridurre la dipendenza degli Stati uniti dalle importazioni di idrocarburi e di «andare al di là di un'economia basata sul petrolio». Stesso allarme sul versante europeo, dove il 15 febbraio a Berlino una riunione di esperti in campo energetico ha sottolineato «l'interesse strategico» di ridurre la dipendenza dell'Europa dal Medioriente e dalla Russia e di rafforzare le misure di sicurezza che ormai, a giudizio di Luc Werring, alto funzionario dell'Unione europea, sono diventate un «problema cruciale». Ma perché tutti questi timori, dal momento che l'aquila americana dispiega ormai le sue ali da un capo all'altro delle province del Medioriente, dell'Asia centrale e dell'Africa, mentre i paesi esportatori di petrolio non hanno esitato ad aprire i rubinetti per far fronte alla rapida crescita del fabbisogno ed evitare la penuria all'offerta? Quest'improvviso senso di insicurezza si contrappone diametralmente alle aspettative di molti, prima che Washington scatenasse, nel marzo 2003, la guerra contro l'Iraq, per occupare un paese secondo solo all'Arabia saudita per l'entità delle sue riserve petrolifere. Ed è anche agli antipodi delle certezze che prevalevano all'indomani della guerra del Golfo del 1990-1991 e della liberazione del Kuwait da parte degli Stati uniti e dei loro alleati. Nel settembre 1992, al 15° Congresso del Consiglio mondiale per l'energia di Madrid, James Schlesinger, già ministro della difesa Usa e poi direttore della Cia sotto Nixon, nonché ministro dell'energia del governo Carter, riferiva il punto di vista di alcuni dei maggiori esponenti dell'amministrazione Bush senior: «La guerra del Golfo ha fatto comprendere al popolo americano che è assai più facile e divertente andare a dare qualche calcio nel sedere ai mediorientali che fare sacrifici per limitare la dipendenza petrolifera degli Usa». Lo stesso Schlesinger aveva poi precisato il suo pensiero sottolineando che dopo il tracollo dell'Urss e la scomparsa della minaccia sovietica contro i giacimenti mediorientali, i timori di Washington per la sicurezza dell'approvvigionamento si erano notevolmente attenuati, mentre il livello relativamente basso dei prezzi petroliferi - che aveva contribuito al decremento della produzione nazionale in favore del petrolio importato - non era certo un motivo di preoccupazione. Seconda constatazione: in questi ultimi tre anni il paesaggio è profondamente mutato. Anziché aprire la strada a un forte aumento della produzione e al calo dei prezzi, l'invasione dell'Iraq del 2003 ha dato il via ai sabotaggi, suscitando lo spettro della guerra civile e facendo calare da 2,5 a 1,5 milioni di barili di petrolio al giorno (mbg la produzione petrolifera di quello che era stato uno dei massimi paesi esportatori (2). Questi ed altri fattori hanno coinciso nel determinare l'esplosione dei prezzi: la media Opec (Organizzazione dei paesi produttori di petrolio) è balzata da 24,36 dollari al barile nel 2002 a 50,58 dollari nel 2005. A differenza degli «shock petroliferi» del 1973-73 e del 1979-1980, questi aumenti del tutto inattesi, così come le nuove preoccupazioni sulla sicurezza degli approvvigionamenti, non sono il risultato di un embargo, di un calo delle esportazioni o dell'uso dell'«oro nero» come arma da parte di questo o quel paese produttore. Le ragioni vanno invece ricercate in due ordini di fattori, dei quali il primo è di natura geopolitica - in particolare gli attentati, l'instabilità politica in Medioriente, le tensioni sulla questione del programma nucleare iraniano, i conflitti etnici in Nigeria (3) ecc.; mentre il secondo, ancora più inquietante in quanto destinato a protrarsi nel tempo, riguarda l'equilibrio tra domanda e offerta. Abbiamo assistito a un'inattesa accelerazione del ritmo di crescita del fabbisogno. Dopo una crescita media annua dell'1,54% nel periodo 1992- 2002, la domanda mondiale ha fatto registrare un incremento dell'1,93% nel 2003 e del 3,7% nel 2004, raggiungendo le quote record di 82,1 mbg nel 2004 e di 83,2 mbg nel 2005. In totale, nell'arco di soli tre anni il fabbisogno petrolifero è aumentato di 5,5 mbg. La crescita più spettacolare è quella cinese, con impennate del 7,6% nel 2003 e del 15,8% nel 2004. Questa crescita ha indotto i paesi produttori a forzare l'estrazione al massimo delle rispettive capacità - vale a dire a un livello che non potrà più essere accresciuto. A ciò si è aggiunta, soprattutto negli Stati uniti, una saturazione delle capacità di trasporto e di raffinazione, che naturalmente ha alimentato la spirale dell'aumento del prezzi. Secondo le stime disponibili, tra cui segnatamente quella dell'Agenzia internazionale dell'energia (Aie) e del dipartimento americano dell'energia (Doe), il consumo mondiale aumenterà di quasi il 50% nei prossimi vent'anni, passando da 83,2 mbg nel 2005 a 115,4 mbg (secondo l'Aie) o a 131 mbg (secondo la Doe) nel 2030. Come spiega garbatamente un recente spot pubblicitario del gruppo americano Chevron Texaco, se il mondo ha impiegato 125 anni per consumare il primo trilione (mille miliardi) di barili di petrolio, basterà il prossimo trentennio per dar fondo al secondo trilione, che corrisponde al totale delle riserve attualmente accertate. Come rispondere a quest'impennata del fabbisogno, e a quale prezzo? La risposta dipende da due variabili relative: da un lato l'affidabilità delle cifre in circolazione per quanto riguarda le riserve, e dall'altro dal possibile sviluppo delle capacità di produzione. I sospetti circa il volume reale delle riserve non sono certo una novità, ma sono stati recentemente rafforzati dalle forti revisioni al ribasso rese note da alcune società petrolifere, nonché da nuove stime formulate da geologi indipendenti. Per quanto riguarda in particolare i paesi membri dell'Opec, i primi dubbi sulle stime ufficiali risalgono agli anni 1980, quando uno dopo l'altro i paesi produttori - e in particolare quelli del Golfo - hanno rivalutato più volte e in maniera spettacolare le loro riserve, e non sempre con la giustificazione di nuovi studi, di un rialzo dei prezzi o di nuove scoperte. Tra il 1985 e il 1986 la stima ufficiale delle riserve degli Emirati arabi uniti è balzata da 33,9 a 97,2 miliardi di barili. Dal canto suo, l'Arabia saudita ha incrementato la propria stima del 50% in un anno (tra il 1987 e il 1988) portandola da 169,6 a 254,9 miliardi di barili (4). L'Iraq l'ha raddoppiata in un primo tempo, passando da 32 miliardi di barili del 1981 a 65 miliardi dal 1983, per balzare a 115 miliardi di barili dal 2001. Questi spettacolari aumenti hanno coinciso con l'adozione, da parte dei paesi membri dell'Opec, del sistema del tetto di produzione e delle quote nazionali, fissate essenzialmente in funzione delle riserve accertate di ciascun paese. Tra il 1983 e il 1988, il totale delle riserve accertate dell'Opec è aumentato del 62%, balzando da 470 a 761,4 miliardi di barili. Altre revisioni hanno ulteriore accresciuto questo dato, che per gli stessi paesi è arrivato, il 1° gennaio 2005, a 896,6 miliardi di barili. Indubbiamente alcune di queste revisioni sono dovute a nuove scoperte o a progressi tecnologici che consentono maggiori tassi di ricupero; ma le altre sono ancora da verificare. Per di più, la quasi totalità di quelle riserve è controllata da società statali che rifiutano qualsiasi verifica da parte di organismi esterni. Le stime ufficiali delle riserve date per «accertate» dall'Opec superano di circa 400 miliardi di barili le valutazioni degli organismi privati indipendenti, tra cui in particolare l'Association for the Study of Peak Oil (Aspo). Questo divario, pari al 44% del totale delle stime ufficiali dell'Opec, ha indotto alcuni esperti a parlare di «barili fittizi». Ovviamente questo non vuol dire che le cifre indicate dagli organismi indipendenti siano sempre più vicine alla realtà di quelle fornite dai paesi interessati; ma l'enormità della differenza dà la misura della complessità dei criteri tecnici ed economici utilizzati, e spiega i dubbi suscitati dai dati disponibili. Ad accrescere questi dubbi si aggiunge poi il fatto che le cifre pubblicate da vari paesi dell'Opec restano immutate per lunghi periodi - come se ogni barile estratto fosse immediatamente e miracolosamente sostituito grazie a nuove scoperte o rivalutazioni. Ad esempio, dal 1987 fino a tutto il 1995 l'Iraq ha mantenuto tale e quale la sua cifra tonda di 100 miliardi di barili, prima di portarla a 115 miliardi. Non meno sorprendente è il caso del Kuwait, che tra il 1991 e il 2002 non ha apportato alcuna modifica al dato di 96,5 miliardi di barili di riserve accertate, nonostante un'estrazione cumulata, nello stesso arco di tempo, di 8,4 miliardi di barili. Nel gennaio 2006 il settimanale americano Petroleum Intelligence Weekly ha affermato, sulla scorta di dati ottenuti a suo dire da responsabili kuwaitiani, che le statistiche ufficiali confondono le riserve accertate con quelle probabili o possibili. E sostiene che le riserve accertate propriamente dette non supererano i 49 miliardi di barili... D'altra parte, il volume delle riserve accertate della Federazione di Russia rimane incerto, non solo a causa dell'opacità delle statistiche, ma anche dei metodi di stima utilizzati. Secondo talune fonti occidentali, il volume reale sarebbe inferiore del 30- 40% al dato ufficiale di 70,3 miliardi di barili. Forti dubbi sussistono infine anche riguardo a talune compagnie quotate in borsa, con contabilità soggette al controllo di commissari e società di audit - soprattutto dopo il caso Shell: nel gennaio 2004, in seguito al drastico calo della produzione del suo giacimento di Ybal, nell'Oman, e ad altre vicende in varie parti del mondo, la compagnia ha dovuto riconoscere che le sue riserve accertate erano state sopravvalutate di quasi un terzo. Pochi mesi dopo la compagnia americana El Paso ha annunciato a sua volta una revisione al ribasso dell'11% circa. Più recentemente, nel gennaio 2006, anche il gruppo spagnolo Repsol-Ypf è stato costretto a ridurre di 1,25 miliardi di barili equivalenti a petrolio - pari al 25% circa del dato complessivo - le precedenti stime delle sue riserve mondiali di idrocarburi; e al pari della Shell, ha dovuto affrontare una valanga di azioni giudiziarie da parte degli azionisti. Un altro motivo di preoccupazione è il fatto che da vent'anni circa il volume del petrolio estratto dal sottosuolo supera quello dei quantitativi scoperti. Alcune compagnie internazionali, hanno difficoltà a mantenere il loro livello di produzione, e fanno di tutto per riuscire ad acquisire attivi di altre compagnie. L'esempio più recente è quello della Chevron-Texaco, che nel 2005 ha pagato a carissimo prezzo l'acquisto della società indipendente americana Unocal, alla quale puntava anche l'impresa governativa cinese China National Offshore Oil Corp (Cnooc). Senza quell'acquisto, nel 2005 il tasso di ricostituzione della riserve della Chevron-Texaco non avrebbe superato il 40- 45%. Parallelamente al rallentamento delle nuove scoperte e al peggioramento, lento ma inesorabile, del rapporto globale tra riserve e produzione, un altro rischio più immediato incombe sul mercato petrolifero: mentre la produzione è in declino in un buon numero di paesi, mancano gli investimenti per lo sviluppo delle nuove capacità necessarie a coprire il fabbisogno. Dato il calo della loro produzione e a fronte del crescente fabbisogno nazionale, vari paesi che ancora ieri erano esportatori netti di petrolio (Indonesia, Egitto, Tunisia e ovviamente gli Stati uniti) sono divenuti importatori netti, o rischiano di diventarlo di qui a pochi anni (Gabon, Oman, Siria). Quanto al Messico, uno studio intrapreso nel 2005 dalla Compagnia nazionale Pemex fa temere un declino dell'estrazione assai più rapido del previsto, soprattutto per il giacimento di Cantarell, che con 2 mbg rappresenta quasi il 60% della produzione complessiva del paese. Infine il declino tende a proseguire anche nel Mare del Nord: secondo le previsioni dell'Aie si passerà dai 6,6 mbg del 2002 a 4,8 mbg nel 2010, per scendere a 2,2 mbg nel 2030. Si può sperare che questo calo sia compensato in tempo utile da altri paesi esportatori? Nulla di meno certo. Per quanto riguarda il Medioriente, che per coprire la crescita della domanda mondiale dovrebbe raddoppiare la sua produzione da qui al 2025, le proiezioni dell'Aie e del Dipartimento Usa per l'energia appaiono del tutto irreali. Solo l'Arabia saudita ha avviato un programma per portare la propria capacità di produzione dagli attuali 10,8 mbg a 12,5 mbg nel 2009. Altrove le prospettive sono assai meno promettenti, in particolare in Iran, in Iraq e nel Kuwait. Lo sviluppo delle capacità dei primi due paesi è compromesso dalla situazione politica irachena e dalle tensioni sul programma nucleare iraniano. Quanto al Kuwait, il famoso progetto che dovrebbe raddoppiare la capacità produttiva di cinque dei suoi giacimenti è fermo da una decina d'anni, mentre i vecchi pozzi di Burgan e di Raudhatain, che coprono il 67% della produzione del paese, incominciano a dare segni di affanno. Obiettivo comune di produttori e consumatori In questo contesto, contrassegnato da un fabbisogno sempre maggiore a fronte di risorse decrescenti, la sicurezza degli approvvigionamenti è messa a repentaglio non solo dalla sfasatura tra domanda e offerta, ma anche dai rapporti concorrenziali e dal rischio di conflitti tra i principali paesi consumatori. Questa rivalità spiega la gara in atto tra Stati uniti, Cina, Giappone, India e gli stati europei per prendere piede nei paesi detentori di riserve, e per controllare le rotte terrestri e marittime tra i centri di produzione e le grandi aree di consumo. La guerra del marzo 2003, che ha consentito a Washington di allontanare dall'Iraq la Francia, la Russia e l'Italia, così come il nuovo oleodotto Baku-Tbilissi-Ceyhan o il recente accordo russo-tedesco sul gasdotto nord-europeo da costruire sotto il Mar Baltico, sono altrettanti episodi delle grandi manovre miranti ad assicurare la copertura del fabbisogno energetico ai paesi coinvolti. Di fatto, la natura stessa dei rischi è mutata dall'epoca dell'embargo del 1973-74. Il termine «embargo» è stato bandito dal vocabolario dei paesi esportatori. Al contrario - per colmo d'ironia - sono gli stati industrializzati che hanno usato e continuano a usare il petrolio come arma contro i paesi esportatori, attraverso le sanzioni decretate dall'Onu contro l'Iraq nel periodo 1990- 2003, o le sanzioni Usa contro la Libia e l'Iran nel quadro dell'Iran-Libya Sanctions Act (Ilsa) (5) o contro il Sudan. Contrariamente a un pregiudizio tanto aberrante quanto pericoloso, esiste una reale, obiettiva complementarità d'interessi tra paesi importatori ed esportatori. Alla legittima preoccupazione dei primi di assicurarsi le importazioni di petrolio e di gas corrisponde quella dei secondi, non meno legittima e vitale, di garantire i loro mercati e i proventi delle loro esportazioni, indispensabili per lo sviluppo delle rispettive economie. Quanto alle divergenze sui prezzi, si stanno anzi attenuando. La nuova tendenza al rialzo viene incontro a un bisogno imperioso: quello di consentire i colossali investimenti necessari per sviluppare la capacità di produzione e rendere accessibili altre, più costose fonti di energia. Ora che il petrolio è condannato a un calo costante della produzione e a costanti rincari, il problema della sicurezza richiede un approccio politico assai diverso di quello di trent'anni fa. Gli antagonismi e i rischi di conflitto incombono ormai non tanto sui rapporti tra i paesi esportatori e importatori, quanto su quelli dei maggiori consumatori di petrolio, ove l'aumento del fabbisogno e il declino della produzione conducono inesorabilmente a una crescente dipendenza dalle importazioni, in particolare dal Medioriente. Non valgono più le vecchie ricette per la sicurezza, quali la diversificazione delle fonti geografiche di approvvigionamento o le pressioni nei confronti dei produttori per continuare ad avere petrolio abbondante e a buon mercato. Le nuove sfide potranno essere raccolte solo nel quadro di rapporti fondati sull'equilibrio degli interessi tra stati sovrani. note:
(1) http://www.iea.org/Textbase/press/pressdetail.asp?PRESS_REL_ID=163. (2) 1 barile = 159 litri. (3) Si legga Jean-Christophe Servant, «Nigeria, il petrolio della collera», Le Monde diplomatique/il manifesto, aprile 2006. (4) Si legga Michael T. Klare, «I limiti della potenza petrolifera saudita» Le Monde diplomatique/il manifesto, marzo 2006. (5) L'Ilsa, votata nel 1996 dal Congresso americano, prevede in particolare sanzioni a carico delle compagnie estere che investono somme superiori a 40 milioni di dollari nel settore energetico iraniano (la parte relativa alla Libia è stata sospesa dopo la distensione tra Libia e Stati uniti). Questo testo non è mai stato applicato, ma è servito comunque a dissuadere alcune compagnie dal proposito di investire in Iran. (Traduzione di E. H.) |