Le Monde diplomatique con il manifesto per tutto il mese a 3€
        
  
IL BARILE ALLE STELLE

Petrolio, un futuro di crisi


In un anno, i prezzi del barile di petrolio sono quasi triplicati, superando a più riprese la soglia dei trenta dollari. Questa esplosione è dovuta all'aumento del fabbisogno energetico indotto dallo sviluppo e, allo stesso tempo, alla deliberata limitazione della produzione da parte dell'Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio (Opec). Il primo aprile 1999, l'Opec a esclusione dell'Iraq ha deciso di limitare la produzione a 22,98 milioni di barili al giorno. Per costringerla ad aprire di più i rubinetti, in occasione del vertice previsto per il 27 marzo 2000, il presidente Clinton ha minacciato fatto eccezionale di ricorrere alle riserve strategiche statunitensi. In mancanza di accordi fra paesi esportatori e consumatori, il mercato petrolifero andrà incontro ad altre crisi che nonostante la minor dipendenza dell'Occidente incideranno sulla ripresa che si profila.
di Nicolas Sarkis*
In 27 anni, dal 1973 al 2000, il mercato mondiale del petrolio è stato scosso da due"crisi" e due"contro-crisi" gravi cui vanno aggiunte le mini-crisi -, ogni volta impreviste. In dollari costanti 1973, i prezzi del petrolio sono praticamente quadruplicati all'indomani della guerra dell'ottobre 1973 2,67 dollari a barile nel 1972, 9,82 nel 1974. Hanno raggiunto un record storico di 17,13 dollari nel 1982, dopo la rivoluzione islamica in Iran, prima di ridursi a un terzo all'indomani della prima contro-crisi del 1985-1986. La seconda grave contro-crisi del 1998 è stata segnata da un calo dei prezzi del 34,3 %, seguito nel 1999 da un rialzo del 42, 2%. Nonostante ciò, l'anno scorso, i prezzi non hanno oltrepassato, in dollari costanti, la metà del loro livello del 1974. Questa evoluzione a dente di sega ha generato illusioni e interpretazioni contraddittorie. I periodi di forte rialzo hanno inasprito i timori sulla sicurezza degli approvvigionamenti dei paesi consumatori e sulla copertura del fabbisogno energetico mondiale. Le reazioni a volte isteriche derivate dalla prima crisi del 1973-1974 hanno persino evocato lo spettro di un crollo delle economie occidentali e della fine della"civiltà giudeo-cristiana". In compenso, i periodi di depressione dei prezzi hanno suscitato un sentimento di euforia sull'abbondanza delle riserve petrolifere mondiali, sulla riduzione dei costi e l'esistenza di una eccedenza dell'offerta sul lungo periodo. Nonostante il raddrizzamento relativo del mercato petrolifero nel 1999, è quest'ultimo sentimento che predomina. Sembrano dimenticate le preoccupazioni suscitate dalla nazionalizzazione dei profitti delle società concessionarie in Medioriente e nell'Africa del Nord nei primi anni settanta, dall'embargo del 1973, dalla rivoluzione iraniana del 1979-80 o dall'invasione del Kuwait da parte dell'Iraq nell'agosto 1980. Quanto al famoso problema del"riciclaggio" di centinaia di miliardi di petrodollari che i paesi esportatori avrebbero accumulato, esso non è più all'ordine del giorno: non ci sono più eccedenze finanziarie da riciclare. Ormai sono i paesi esportatori a preoccuparsi della sicurezza dei propri mercati, del calo dei prezzi e dei loro redditi, nonché della moltiplicazione delle tasse sui prodotti petroliferi nei paesi industrializzati. Per la maggior parte di loro, il problema non è più come utilizzare i redditi eccedenti, ma come rimborsare i propri debiti e far fronte alle crisi economiche croniche nelle quali versano. Nessuno si sogna più di utilizzare il petrolio come"arma politica" mentre tre dei principali paesi dell'Opec Iraq, Iran, Libia sono sottoposti a sanzioni americane o internazionali. Fino a quando può durare questa situazione? La domanda potrà sembrare incongrua nel clima di tranquillità che circonda le politiche energetiche dei paesi occidentali dopo il crollo dell'ex-Urss e la guerra del Golfo. I progressi tecnologici nelle attività di prospezione-produzione, l'erosione dei prezzi e l'influenza crescente degli Stati uniti nel mondo, in particolare in Medioriente, sono largamente vissuti come garanzie di sicurezza a lungo termine degli approvvigionamenti energetici e del mantenimento dei prezzi a un livello relativamente basso. Questo ottimismo è ulteriormente alimentato dalla vasta offensiva di seduzione che i paesi detentori di riserve di idrocarburi hanno lanciato nei confronti delle società straniere per spingerle a impegnarsi o a reimpegnarsi nella prospezione-produzione nei loro territori, e dal fatto che l'Iraq è ancora escluso dal circuito e che il suo pieno ritorno sul mercato accentuerebbe la competizione fra i paesi esportatori e quindi il calo dei prezzi. Certo, questi argomenti non sono infondati a medio termine, vale a dire per i cinque-sei anni futuri, a meno di sconvolgimenti politici gravi e imprevedibili in uno dei grandi paesi produttori, come fu nel 1969 il rovesciamento della monarchia in Libia, nel 1979 la caduta dello scià d'Iran o nel 1990 l'invasione irachena del Kuwait. Ciononostante, le anticipazioni sull'evoluzione della domanda, dell'offerta e delle capacità di produzione necessarie per coprire l'aumento del fabbisogno mondiale, sono tutt'altro che rassicuranti per gli anni 2005-2010 e oltre. Due dimensioni vanno prese in considerazione: i dati fondamentali dell'industria petrolifera e la geopolitica. Tutte le previsioni concordano su due punti: il fabbisogno energetico mondiale continuerà a crescere a un ritmo sostenuto e il petrolio convenzionale rimarrà, per decenni, la principale fonte di energia. In compenso, i pareri divergono quando si tratta di sapere se, come, e a quali prezzi, l'offerta basterà a coprire una domanda crescente. Nella prefazione al recente rapporto"World Energy Outlook" dell'Agenzia internazionale per l'energia (Aie), il suo direttore esecutivo, Robert Priddle, insiste sulle enormi incertezze che gravano sulle previsioni energetiche a lungo termine. Ma il testo pone due grandi questioni: la parte del Medioriente nella copertura dei bisogni mondiali e lo sviluppo del"petrolio non-identificato e non-convenzionale" (1) nel periodo 2010-2020. I paesi del Medioriente membri dell'Opec dovrebbero da soli più che raddoppiare la loro produzione di petrolio e di condensati, portandola dai 18,5 milioni di barili/giorno (mbg) nel 1996 a 43, 7 mbg nel 2010, per assicurare la parte che ci si attende da loro nella copertura di una domanda mondiale che passerebbe dai 72 mbg ai 94,8 mbg. All'orizzonte 2020, la produzione mediorientale dovrebbe progredire a 49 mbg, ossia il 164,2% in più rispetto al 1966. Quanto alla loro produzione di gas, essa dovrebbe, secondo le proiezioni dell'Aie, praticamente raddoppiare, passando dai 110 ai 214 milioni di tonnellate equivalente petrolio (tep) per il periodo 1995-2010, e più che triplicare, fino a 376 milioni di tep nel 2020. Riserve in diminuzione, domanda in crescita Queste proiezioni tuttavia sembrano irrealistiche. Perché si verifichino, ci vorrebbero un forte e rapido aumento dei prezzi e la sospensione altrettanto rapida delle sanzioni sia contro l'Iraq che contro l'Iran, due paesi che detengono quasi un terzo delle riserve petrolifere della regione. Non meno ipotetico è lo sviluppo fra il 2010 e il 2020 di una produzione di 19,1 mbg di petrolio non-identificato e non-convenzionale (scisti, sabbie asfaltiche, liquidi a partire dal carbone, biomasse, etc.).
Anche in questo caso, l'evoluzione dei prezzi sarà determinante. L'Aie prevede un barile a 17 dollari nel 2000-2010 (in dollari 1990) e a 25 dollari nel 2020. Per spiegare queste proiezioni, l'Aie sottolinea che un aumento del 65% dei bisogni energetici mondiali potrebbe portare a ulteriori crisi e persino a una interruzione degli approvvigionamenti. In questo caso sarebbe necessario mettere in atto nuove politiche di consumo, di limitazione delle emissioni di co2 e di produzione. Come far fronte a queste sfide? Gli"ottimisti" ritengono che i progressi tecnici consentiranno di ridurre i costi, di scoprire e produrre sempre di più e che l'offerta non pone alcun problema, almeno fino al 2020. Dall'altro lato, i"realisti" ricordano che il petrolio è una risorsa esauribile e che in realtà i rinvenimenti stanno calando. In un libro intitolato Quel petrole pour demain? (2), Alain Perrodon, della Petroconsultants, ha svolto un'analisi puntuale della reale evoluzione delle riserve. Egli rileva che l'esplorazione è una lotta costante fra le tecniche e il know-how da un lato, e l'inesorabile esaurimento degli oggetti ricercati dall'altro: la selvaggina non si riproduce. Se l'efficienza del cacciatore si accresce, le sue prede diventano più piccole e più rare. I rinvenimenti di petrolio nel mondo hanno raggiunto il culmine nei primi anni sessanta e, da allora, il loro volume non ha smesso di calare. Quindi l'attuale abbondanza non andrebbe in alcun modo percepita come una garanzia di sicurezza degli approvvigionamenti. Sono molti gli esperti indipendenti che condividono questa visione. E' il caso, fra altri, di C. Campbell, della Petrodata Group Company, che gode di grande autorevolezza. In un lungo studio sull'esaurimento delle riserve, uscito nel novembre 1999, anche lui ricorda che l'era delle grandi scoperte è ormai chiusa e che la sfasatura fra l'accrescimento delle riserve e quello della domanda si farà sentire entro alcuni anni (3). Come gli ex- presidenti delle società petrolifere Agip e Arco, Campbell situa intorno al 2005 la data fatidica dei primi segni di affanno della produzione, con una percentuale di esaurimento delle riserve dell'ordine del 3% annuo. Nel frattempo, il centro di gravità della produzione petrolifera mondiale si fisserà stabilmente in cinque paesi del Medioriente: Arabia Saudita, Iraq, Iran, Kuwait e Emirati Arabi Uniti, con tutti i vincoli e tutti i rischi politici che tale situazione implica. Eppure i responsabili politici e quelli delle compagnie petrolifere tacciono. I primi temono di passare per Cassandre ricordando un argomento altamente impopolare. Gli altri si preoccupano anzitutto di ricavare profitti a breve termine e di provare ai propri azionisti e finanziatori che tutto va per il meglio. Solo dopo che erano usciti dalla società, i presidenti di Arco e Agip hanno segnalato il pericolo di esaurimento delle riserve.
Questa serenità è incoraggiata da un'altra evoluzione.
L'erosione dei prezzi dalla metà degli anni ottanta ha determinato una notevole riduzione dell'impatto del petrolio sull'economia mondiale. E' vero che l'aumento del 1999 ha riattivato certi timori ereditati dalle due crisi del 1973-1974 e del 1979-1980. C'è chi agita di nuovo lo spettro dell'inflazione e della recessione. Ma questi timori e queste messe in guardia sono del tutto staccati dalla realtà in quanto passano sotto silenzio sia l'evoluzione dei prezzi in dollari costanti, sia i notevoli sconvolgimenti inflitti all'economia mondiale negli ultimi tre decenni e, in primo luogo, il forte declino della quota del petrolio negli scambi mondiali. Dalla guerra dell'ottobre 1973, il valore delle esportazioni mondiali è quasi settuplicato, passando da 829,1 miliardi di dollari nel 1974 a 5.546,8 miliardi nel 1997, in dollari costanti. Nel frattempo, il valore totale delle esportazioni petrolifere mondiali è solo raddoppiato, da 163,4 miliardi a 341,6 miliardi di dollari; la loro parte nelle esportazioni mondiali, che era del 19,6% nel 1974 e del 23,3% nel 1981, è crollata al 6,1% nel 1997 e, secondo le previsioni, non dovrebbe superare il 5% nel 1999. Quanto alla parte del petrolio Opec, essa è caduta dal 14,4% nel 1974 a un modesto 2,9% nel 1997. Se il valore delle esportazioni petrolifere Opec è rimbalzato a oltre 130 miliardi di dollari nel 1999, questa cifra va relativizzata. Anche prima del crollo del mercato petrolifero nel 1998, il valore totale delle esportazioni petrolifere dei paesi Opec, la cui popolazione totale era di 484,9 milioni di abitanti, era stato di 161,5 miliardi di dollari nel 1997, ossia il 23,4% delle esportazioni degli Stati uniti, il 31,5% di quelle della Germania e il 38,4% di quelle del Giappone. Persino paesi come il Belgio (10,2 milioni di abitanti) o i Paesi Bassi (15,6 milioni di abitanti) avevano esportato, singolarmente, più di tutti i paesi Opec messi insieme. Questi esempi sono una buona illustrazione della disinformazione di cui certi media sono talvolta capaci e colpevoli. Un altro indicatore significativo è che il Pnl pro capite nei paesi Opec non ha superato i 1.930 dollari nel 1997 esso variava dai 19.850 ai 24.730 dollari nei paesi dell'Europa occidentale e raggiungeva i 17.230 dollari in Israele e i 36.716 dollari in Giappone. Mentre le esportazioni mondiali di petrolio sono aumentate, dal 1974 al 1997, del 27,4% da 39,43 mbg a 50,19 mbg il loro valore è fortemente diminuito. Espresso in dollari 1973, il prezzo reale medio del petrolio Opec è così caduto da 9,82 dollari/barile nel 1974 a 5,61 nel 1997 e a 4,82 nel 1999.
Secondo le ultime statistiche del Fmi, e su base 100 nel 1990, l'indice del prezzo medio del petrolio è caduto a 83,8 nel 1997, mentre l'indice mondiale dei prezzi delle materie prime passava a 112,9. Un altro grosso sconvolgimento spiega il declino dell'impatto del petrolio sull'economia mondiale: si tratta dello sviluppo dei servizi a scapito delle industrie manifatturiere, in particolare nei paesi sviluppati. Negli Stati uniti, la parte delle industrie manifatturiere nel Pnl è regredita dal 22% nel 1977 al 17% nel 1997; l'energia consumata per un dollaro di Pnl è diminuita del 4% nel 1997 e nel 1998, contro una media annua dell'1% negli anni precedenti. Secondo il dipartimento americano dell'energia, le spese petrolifere hanno rappresentato nel 1998 il 3% del Pnl negli Stati uniti, contro l'8,1% nel 1981.
Nell'Europa occidentale, e da molto tempo, il livello particolarmente alto delle tasse sui prodotti petroliferi ha sull'inflazione un impatto molto più forte di quello del prezzo del petrolio importato. Di conseguenza, nonostante un forte rialzo nel 1999, i prezzi dell'oro nero hanno avuto un'incidenza minima sull'aumento dei prezzi al consumo nei paesi importatori. Nella sua edizione del 18 dicembre 1999, il Wall Street Journal sottolineava questa evoluzione in un servizio intitolato:"Il prezzo del petrolio è raddoppiato quest'anno. Allora, niente recessione?". E ricordava, sempre in questo articolo, la battuta di Mark Mills, del Competitive Enterprise Institute di Washington, secondo cui"le imprese non dovrebbero spendere più tempo a lamentarsi per il prezzo del petrolio di quanto ne spendono per il prezzo della carne suina". Eppure il petrolio conserva la sua importanza. Nonostante l'aumento delle quote di gas naturale e di altre fonti di energia, esso rimane e rimarrà per decenni una materia prima strategica e la principale fonte di energia. A partire da questa constatazione, due problemi si pongono: la stabilizzazione dei prezzi a un livello sufficiente per consentire lo sviluppo delle grandissime capacità di produzione volte a coprire una domanda che cresce a un ritmo del 2% annuo; la ripartizione della rendita petrolifera fra i paesi produttori e quelli consumatori. Questi problemi non saranno più facilmente risolvibili che nel passato, tanto più che il peso preponderante degli Stati uniti rende ancora più complessa la situazione."Ciò che il popolo americano ha capito della guerra del Golfo, è che è di gran lunga più facile e più divertente andare a prendere a calci nel sedere le popolazioni del Medioriente che fare sacrifici per limitare la dipendenza dell'America verso il petrolio importato". Così James Schlesinger, ex-segretario americano all'energia nell'amministrazione Carter, riassumeva l'opinione dominante negli Stati uniti dopo la guerra del Golfo, in un intervento intitolato:"Trasformazione geopolitica e mercato energetico" al XV congresso del Consiglio mondiale dell'energia tenutosi dal 20 al 25 settembre 1992 a Madrid.
Avendo cura di precisare:"Quanti mi conoscono sanno che non avrei mai usato una frase come questa se essa non fosse utilizzata nelle più alte sfere del governo". Precisando il suo pensiero, l'ex alto responsabile americano ha ricordato che, in seguito alla disfatta dell'Iraq e alla scomparsa della minaccia sovietica sui giacimenti petroliferi mediorientali, i timori sulla sicurezza degli approvvigionamenti sono fortemente diminuiti negli Stati uniti. Il basso livello dei corsi, che contribuisce alla caduta della produzione nazionale americana e all'aumento delle importazioni, non è più una vera fonte di preoccupazioni. Questa situazione insisteva tuttavia Schlesinger rimane precaria in quanto esse dipende, in primo luogo, dalla politica saudita e dalle relazioni fra gli Stati uniti e l'Arabia saudita. La guerra del Golfo ha inoltre confermato che il"dialogo" fra produttori e consumatori si trova in un vicolo cieco e che alcuni equivoci pesano sul concetto di cooperazione fra questi due gruppi di paesi. Dopo il 1974, le divergenze d'interessi e di politiche fra gli Stati uniti e i loro alleati occidentali sono diventate stridenti. Contrariamente ai paesi dell'Europa occidentale e al Giappone, gli Stati uniti dispongono di abbondanti risorse energetiche che gli consentono, a lungo termine e nel momento opportuno, di soddisfare i propri bisogni. Inoltre essi occupano sulla scena energetica mondiale un posto privilegiato che gli consentirebbe, in caso di crisi, di"approvvigionarsi" molto più facilmente di tutti gli altri.
Primo consumatore e primo importatore di petrolio nel mondo, paese d'origine delle più grandi società petrolifere internazionali, gli Stati uniti hanno, da sempre, esercitato un ruolo di primo piano nello sviluppo e nell'orientamento dell'industria petrolifera, oltre che nei grandi sconvolgimenti che il settore ha conosciuto, in particolare dopo la prima crisi petrolifera degli anni 1973-1974. Vari segnali provenienti dagli Stati uniti e dai paesi esportatori a loro vicini (Arabia saudita, Venezuela e Messico) lasciano pensare che il raddrizzamento dei prezzi petroliferi nel 1999 apra una nuova fase. Questi tre paesi hanno svolto un ruolo di primo piano negli accordi sulla riduzione della produzione e sembra che la loro iniziativa abbia avuto l'appoggio dell'amministrazione americana che, in ogni caso, si è ben guardata dal disapprovarla.
In quattordici anni, fra il 1986 e il 1999, le riserve petrolifere accertate degli Stati uniti sono crollate del 40%, passando da 35,1 miliardi a 21,1 miliardi di barili, e la loro produzione di grezzo è arretrata del 31,2%: da 8,68 a 5,97 mbg.
Nel frattempo, il loro consumo è balzato del 18,1%, da 16,33 mbg nel 1986 a 19,3 mbg nel 1999, e la loro dipendenza verso il petrolio importato è passata dal 33,2% al 50,9%. In queste condizioni, non è certo che Washington continuerà a privilegiare prezzi bassi a scapito della sicurezza dei suoi approvvigionamenti. Almeno in un futuro prevedibile, le minacce che pesano su questa sicurezza non sono più di natura politica ma, sempre di più, fisica. Nel 1999, le riserve petrolifere accertate sono diminuite dell'6,7% negli Stati uniti, e dell' 1,8% a livello mondiale. Gli Stati uniti sono dunque inesorabilmente condotti ad accettare prezzi sufficientemente alti per stimolare gli investimenti prospezione-produzione, a casa propria come nelle altre parti del mondo. E' quanto hanno già fatto all'inizio degli anni settanta e dopo il crollo dei prezzi nel 1985-1986. Una risorsa esauribile Due conclusioni s'impongono. La più importante è che, contrariamente ai pregiudizi, il petrolio non è una materia prima come le altre, ma una risorsa naturale esauribile.
L'evoluzione delle riserve e della produzione negli ultimi anni da un lato, l'aumento dei bisogni mondiali dall'altro, sono gli elementi che determineranno le grandi tendenze dell'industria petrolifera negli anni a venire.
La seconda conclusione è che le principali parti interessate paesi esportatori, paesi importatori e grandi compagnie petrolifere non hanno potuto in passato cooperare per preparare e controllare le grandi evoluzioni. Ed è molto improbabile che possano farlo in futuro. La loro attenzione si focalizza sul breve termine sicché il futuro rischia di assomigliare al passato, con la solita altalena dei prezzi e delle crisi più o meno gravi, che potrebbero risultare da imprevedibili sconvolgimenti politici o da una sfasatura crescente fra l'aumento dei bisogni e l'andamento delle riserve e delle capacità produttive. Si profila dunque, alla scadenza del 2005, un sisma che colpirà l'industria petrolifera e l'intera economia mondiale.
note:
*Direttore della rivista Le Pétrole et le gaz arabes, Parigi, 1998.
(1) Il petrolio identificato non-convenzionale (scisti, sabbie asfaltiche, liquidi a partire dal carbone, biomasse, etc..) si riferisce a progetti relativamente ben definiti. Il petrolio non- identificato e non-convenzionale riguarda progetti attualmente sconosciuti o incerti.
(2) Alain Perrodon, Quel pétrole pour demain?, ed. Technip, Parigi, 1999.
(3) Le riserve petrolifere mondiali hanno registrato, per la prima volta dal 1992, un calo di 18,2 miliardi di barili nel 1999, cadendo a 1.016 miliardi di barili al 1° gennaio 2000. (Traduzione di M.G.G.)