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Il divenire del passato In Russia, tra nostalgie sovietiche e nuovo patriottismo di stato La scontata riconferma di Vladimir Putin alle elezioni del 14 marzo segnerà una svolta politica in Russia. Sulla soglia di una nuova avanzata del capitalismo, il presidente affronta una serie di esigenze: messa al passo degli oligarchi, redistribuzione delle ricchezze, ripristino della protezione sociale, ritorno al ruolo di grande potenza. Esigenze che vanno di pari passo con una rivalutazione dell'eredità dell'Unione sovietica, non riducibile, come nella caricatura di stampo liberista, ad atteggiamenti «nostalgici» e passatisti.
Jean-Marie Chauvier
Chi non ha visto, anche solo sullo schermo, le statue dell'operaio e della contadina kolkoziana (della scultrice Vera Mukina) che brandiscono la falce e il martello, protesi verso un radioso avvenire? (1) Il monumento, eretto all'ingresso del Parco delle esposizioni a Mosca, è stato recentemente rimosso - ma non per essere buttato in una discarica.
È anzi in via di restauro. Il 9 maggio, data della celebrazione ufficiale della vittoria sulla Germania nazista, rifioriscono le bandiere rosse, come già alle sfilate comuniste del 1° maggio e del 7 novembre (2) . E risuona di nuovo l'inno dell'Urss (3). Si vedono adolescenti indossare magliette con la scritta «La mia patria: l'Urss». Gruppi rock riciclano musiche sovietiche. Nel repertorio della band Fm di Mosca aumenta il numero delle canzoni in russo. Nei caffè più in voga, così come nella pubblicità, compaiono simboli sovietici, a testimonianza di una «nostalgia» postmoderna. Questa inversione di tendenza è iniziata fin dalla metà degli anni 90. La Tv ha ripreso a trasmettere - «a richiesta del pubblico», dicono gli speaker - film sovietici. Un editorialista si preoccupa: il «popolo sovietico» non ha cessato di esistere, e la nostalgia appare come «l'umore dominante nel clima di oggi» (4). I sondaggi di istituti reputati seri confermano: «il 57% dei russi vorrebbe il ritorno dell'Urss» (2001), il 45% considera il sistema sovietico come «migliore» di quello attuale, e il 43% si augura addirittura «una nuova rivoluzione bolscevica» (2003). Anche le opinioni sul presente non brillano per «correttezza»: discredito della «rivoluzione democratica» dell'agosto 1991 (5) e massiccia condanna (l'80%) delle grandi privatizzazioni «criminali». I democratici inviperiti parlano di amnesia («hanno dimenticato i gulag e la penuria»), di odio per i ricchi «solo perché ricchi», di mediocrità di perdenti e di vecchi, e concludono: «la biologia risolverà il problema». Le loro angosce hanno trovato conferma sotto Vladimir Putin in una serie di eventi politici: azioni giudiziarie nei confronti di alcuni grossi oligarchi e dei loro amici e sponsor (6), ripresa del controllo dei grandi media da parte del Cremlino, riabilitazione dell'Nkvd e del Kgb (7), influenza crescente dei «siloviki (8)» e dell'Fsb, volontà di restaurare l'influenza russa nell'area ex sovietica, critiche ufficiali contro la penetrazione degli Stati uniti in quelle aree e contro la guerra in Iraq, voluta dagli Usa, in barba all'«alleanza strategica» stretta con Washington dal presidente Putin l'indomani dell'11 settembre 2001. Memoria e mercato Eppure gli sforzi per sradicare il comunismo non sono mancati. Dal 1991 i russi sono stati sommersi da documenti d'archivio, articoli, libri e trasmissioni televisive che denunciano i «crimini bolscevichi»: il terrore rosso sotto Lenin e Trotzky, il «Grande terrore» sotto Stalin, la carestia del 1932- 1933, i gulag, la deportazione di popoli «puniti» o «sospettati» di aver collaborato con la Germania nazista, la repressione sotto Breznev. La «battaglia della memoria», in parallelo con la promozione dei «valori democratici di mercato», è stata lanciata con foga dai grandi media e da vari giornalisti e storici, appoggiati da una vasta rete occidentale e soprattutto americana di istituzioni, università a fondazioni - Ford, Soros, Hoover, Heritage, Carnegie, Usis, Usaid - senza parlare degli oligarchi filantropi nella stessa Russia (9). I dibattiti con contraddittorio dei tempi di Gorbaciov (10) hanno lasciato il posto alle requisitorie contro «l'Impero del Male» in tutte le sue incarnazioni. La virulenza di questo anticomunismo russo fa impallidire le crociate occidentali. In tutti i momenti di crisi suscettibili di mettere al repentaglio il nuovo regime viene agitato lo spauracchio del «ritorno dei rossi» e della guerra civile. La condanna del «bolscevismo» comporta la riabilitazione dei suoi oppositori - il particolare del movimento dei Bianchi e dei dissidenti. In alcuni casi si guarda con comprensione persino alla collaborazione con i nazisti. Ad esempio, il cronista delle Izvestia Maxim Sokolov tenta di spiegare: «I tempi erano complessi... (Il Terzo Reich) era l'unico bastione in grado di proteggere l'Europa dalla barbarie bolscevica. Se fosse vissuto fino ai nostri giorni, il Reichsführer delle SS (Himmler) sarebbe probabilmente decorato come combattente contro il totalitarismo (11)». Questo revisionismo caricaturale e cieco ai contesti reali, alle distinzioni tra periodi, ai regimi, alle società e alle culture assai diverse delle storia sovietica è contestato da numerosi storici, che però trovano scarso ascolto. Ben più diffusi sono i best-seller di Viktor Suvorov. Il più recente, pubblicato alla fine del 2002 (12) esordisce con la seguente affermazione: «Tutti i dirigenti sovietici, senza eccezione alcuna, erano farabutti e incapaci». Ma anche tra i pionieri dell'anticomunismo ufficiale c'è chi ritiene controproducente questo tipo di denigrazione; ad esempio, fin dal 1995 Alexander Tsipko, ne aveva deplorato gli effetti demoralizzanti, che aggiunti a quelli delle «riforme confiscatorie» hanno «preparato il terreno per una riabilitazione della storia sovietica» (13) . E aveva visto giusto. Al di là del «sistema», gli attacchi prendono di mira i valori egualitari, collettivisti e comunitari legati non solo all'Unione Sovietica, ma anche alla Russia tradizionale. Viene bersagliata la «gente dei ceti inferiori», tanto che gli operai, già destabilizzati sul piano delle condizioni di vita, si ritrovano per di più stigmatizzati come «complici» del passato regime, «assistiti», «pigri» e «inutili» al progresso postindustriale (14). Ma nonostante questa valanga, la Russia sfugge ancora al «pensiero unico» sull'Urss. Sono troppe qui le esperienze vissute e le memorie spezzate, troppo importante è l'eredità culturale per far passare questo tipo di conformismo. Le storie di vita possono veicolare in una stessa vena gli echi caotici di un'epoca in cui tra la fede cristallina, le gioie positive e le cadute improvvise e incomprensibili nell'inferno di un terrore cieco c'era una linea di demarcazione quanto mai labile. Il principale testimone dell'universo dei gulag, Varlam Chalamov (15), evoca la sua giovinezza fremente, il fascino di Lenin e gli ideali della rivoluzione («Quali orizzonti, che immensità si offrivano allo sguardo di ognuno, anche della gente qualunque»), in un periodo molto ambiguo dell'Unione Sovietica come quello degli anni venti (16). Voci che emanano dalle esistenze più comuni fanno percepire i motivi dell'adesione popolare a quel socialismo - come il racconto di Ludmila, figlia di un contadino brutalizzato dalla «dekulakizzazione», che riesce però a superare la barriera tra mondi diversi, e arrivata in città, percorre la via della promozione sociale (17). Fu effettivamente questo il percorso di milioni di rurali. Tra i contadini passati per la guerra civile e rimasti nei loro villaggi all'epoca della «grande cesura» della collettivizzazione, altre storie di vita sono state raccolte in tempo utile (18), cioè all'inizio degli anni 90, quando la parola, liberata, non era stata ancora «riformattata» dall'ideologia anticomunista dominante. Uno dei problemi della memoria «ricostruita» in questo nuovo contesto è il reclutamento delle vittime e dei martiri, al servizio di un'ideologia «antitotalitaria» formulata a posteriori. in buona parte, si trattava in realtà di comunisti e oppositori della sinistra trotzkista (19); gente che anche dopo essere uscita dal gulag non aveva mai cessato di credere nel «socialismo» e di servirlo. Con quale diritto si pretende che abbiano rinnegato quelle idee? Chi può permettersi di parlare in nome dei morti? Ma la maggioranza degli ex sovietici ancora in vita non ha conosciuto quei tempi estremi. I più ricordano i quattro decenni circa vissuti nell'Unione Sovietica nel dopoguerra e dopo la morte di Stalin. Un artista rammenta l'atmosfera degli anni 1960: «Forse sto idealizzando, ma c'era allora nel paese uno slancio ottimista. Non mi riferisco alla politica, bensì al clima morale della gente che avevo intorno. L'impulso dato dai Beatles ha rivelato l'aspirazione all'amore, che ha raggiunto il suo zenit con il movimento hippy... È stata un'epoca luminosa, che mi ha insegnato a vivere guardando al futuro con ottimismo». Inaspettata, questa collisione-collusione di riferimenti: il primo in sintonia con le idee ufficiali («guardare al futuro con ottimismo»), l'altro con una cultura non conformista come quella dei Beatles. Un presente di rimpianti Il fatto è che in molti la fiducia nelle prospettive di un paese in pieno sviluppo, dove nessuno aveva timori per l'indomani, ha potuto coesistere con un atteggiamento apolitico, e con le tentazioni di una cultura alternativa. Altri, contestatori del regime di Breznev, rimpiangono i tempi in cui si rifaceva il mondo intorno a un tavolo di cucina. «Il futuro ancora non c'era», e come ben sappiamo, sarebbe stato assai deludente. Quanti sono stati quelli che dopo il 1991, si sono ritirati dalla scena, malati, depressi, o morti di tristezza vedendo i risultati di un cambiamento in cui avevano riposto tante speranze? «I nuovi capi screditano i shestidisiatniki, la generazione degli anni 1960, spiega Vassili Juravliov, che per loro rappresenta un rimprovero vivente. Perché è issandosi sulle loro spalle che gli oligarchi e altri affaristi sono arrivati al potere» (20). Molti ex giovani - che non erano né militanti né contestatori, e neppure intellettuali o quadri del partito, ma semplicemente ansiosi di vivere una vita piena - erano partiti verso i «grandi cantieri» degli anni 1950-1980 rinunciando alle comodità urbane, per spirito romantico o anche perché attirati dai premi. La costruzione della «città della scienza» a Novosibirsk, le grandi centrali sui fiumi siberiani, i complessi industriali di Togliatti o sulla Kama, la seconda transiberiana, il Bam, hanno lasciato in molti il ricordo di una giovinezza intensa, al di là dell'idea oggi diffusa di un immenso sperpero. Altri sono tornati profondamente segnati da avventure abominevoli come la guerra in Afghanistan: i mutilati, sulla quarantina, ne parlano per strada o nel metrò. E già sono di turno i più giovani, reduci da quell'altro abominio che è la Cecenia. Ma la maggioranza non ha partecipato a queste esperienze forti. Hanno semplicemente vissuto, immersi in una cultura, in uno stile di vita e di rapporti sociali da cui non si separano senza dolore. Nato nel 1961, lo scrittore ucraino Andrej Kurkov esprime in proposito il suo punto di vista, condiviso da molti: «Quella società era fondata sull'amicizia. Potevi bussare alla porta dei tuoi vicini: se avevi bisogno di soldi, te li prestavano. Dopo il crollo è crollata anche questa solidarietà (...) Chi allora era bambino e adesso ha vent'anni fa presto ad adattarsi; ma per la mia generazione, la malattia di quest'epoca è la solitudine. Ho perso numerosi amici. Molti si sono suicidati, altri sono emigrati (21)». Ricordo di rapporti conviviali, o vivacità di una cultura sociale che ancora si può intravedere nelle resistenze alla liberalizzazione? La ricercatrice Ludmila Bulavka riporta le testimonianze di operai impegnati nei recenti movimenti di protesta: i militanti giudicano con severità le illusioni che negli anni 1989-91 li avevano spinti a sostenere i democratici. Risentono della fine dell'Urss come di una perdita dolorosa, e non accettano che i padroni di oggi dettino legge senza consultarli. Vogliono ancora credere nel motto «lo stato siamo noi», e restano legati a una cultura del consenso e del paternalismo sociale (22). Ciò che manca agli occidentali per comprendere questo senso di «perdita» è tutto un continente: un universo di cultura, lo spessore di una vita sociale difficile da inquadrare in qualche ideologia. Come far rientrare nei loro stereotipi non solo l'avanguardia, ma tutta la cultura di massa che ha segnato più generazioni: le commedie musicali di Alexandrov e il jazz di Utesov, l'umorismo di Ilf e Petrov, le avventure del soldato Vassili Tiorkin, i personaggi «a metà del guado» del cinema di Vassili Shukshin, l'arte dei dilettanti nei club di fabbrica, e poi il vasto movimento dei cantautori, la più importante «contestazione» di massa degli anni 1960- 1980? Come classificare la decisione presa recentemente dai bardi non conformisti di ogni età, di consacrare «canzone del secolo» la ballata «Grenada» di Mikhail Svetlov, «poeta del Komsomol» degli anni 1920? Si potranno mai trasmettere i messaggi di quell'Atlantide realmente esistita ? Un'inchiesta realizzata con il concorso della Fondazione tedesca Friedrich Ebert e diretta da Mikhail Gorshkov (23) mostra fino a che punto la «riabilitazione dell'Urss» proceda da una riflessione maturata, fuori dagli stereotipi. E rivela l'insuccesso dei tentativi del potere e dei media di presentare i settant'anni sovietici come un «incubo»; si direbbe anzi che la pressione esercitata in questo senso abbia ormai esaurito i suoi effetti. I giudizi differiscono però a seconda dei periodi presi in considerazione e dell'età degli intervistati. „ «Nulla può giustificare i crimini dello stalinismo»: lo pensa il 75,6% nella fascia d'età tra i 16 e i 24 anni; il 73,5% tra i 25 e i 35; il 74% tra i 36 e i 45; il 66,8% tra i 46 e i 55 e il 53,1% tra i 56 e i 65. „ «Le idee marxiste erano giuste»: le risposte positive variano, dai più giovani ai più anziani, dal 27,4% al 50,3%. „ «La democrazia occidentale, l'individualismo e il liberalismo sono valori inadatti ai russi»: la pensa così il 62,9% della fascia d'età tra i 56 e i 65 anni, ma soltanto il 24,4% di quella compresa tra 16 e 24; „ Tra i «motivi d'orgoglio», la vittoria del 1945 è citata in tutte le fasce d'età dall'80% degli intervistati; al secondo posto figura per gli ultratrentacinquenni la ricostruzione del dopoguerra, mentre i più giovani (tra 16 e 35 anni) danno la preferenza ai «grandi poeti russi, agli scrittori, ai compositori». Le imprese dei cosmonauti sono citate dal 60% circa in tutte le fasce d'età. L'affermazione secondo la quale «in tutta la storia della Russia, l'Urss fu il primo stato ad assicurare la giustizia sociale per la gente semplice» ha l'adesione maggioritaria degli intervistati dai 35 anni in su, del 42,3% della fascia compresa tra i 25 2 i 35 anni e solo del 31,3% dei giovani tra i 16 e i 24 anni. Tra le caratteristiche dei diversi periodi, la maggioranza degli intervistati indica prevalentemente: „ per il periodo staliniano: la disciplina e l'ordine, la paura, gli ideali, l'amor patrio, un rapido sviluppo economico; „ per il periodo brezneviano: la protezione sociale, la gioia di vivere, il successo in campo scientifico e tecnico e nell'istruzione, i rapporti fiduciosi tra la gente; „ per la Russia attuale: la criminalità, l'incertezza per il futuro, i conflitti tra nazioni, la possibilità di arricchirsi, la crisi e l'ingiustizia sociale. Tra gli intervistati di idee liberali, il 25% attribuisce un bilancio positivo all'era brezneviana (valutato favorevolmente dal 45,9% dei comunisti), mentre il 21% dà un giudizio negativo del periodo di Eltsin (contro il 59% dei comunisti). Punti di non ritorno Quanto al futuro, una larga maggioranza si pronuncia in favore di una gestione statale dei grandi settori economici, della scuola e della sanità, e approva la gestione mista (con il settore privato) soltanto nel campo dell'alimentazione, degli alloggi e dei media. Sono in maggioranza (il 54%) coloro che «optano per una società di uguaglianza sociale» e indicano come requisito principale della democrazia «l'uguaglianza dei cittadini davanti alla legge». Una visione evolutiva del passato appare dunque filtrata dall'esperienza di «riforme di mercato», i cui gli effetti disastrosi sono ormai largamente riconosciuti. La sociologa Tatiana Zaslavskaia (24), prima ispiratrice di queste riforme, ritiene che i lavoratori siano oggi «ancora più alienati dalla proprietà e privi di diritti che nell'epoca sovietica. (...) La produzione si è non solo contratta, ma anche degradata, sia dal punto di vista strutturale che tecnologico (...) Alcuni settori che nell'epoca sovietica assicuravano il soddisfacimento dei bisogni sociali, contribuendo ad elevare, sia pure di poco, la qualità di vita della popolazione, si vanno oggi degradando sempre più. Le conquiste democratiche del periodo della perestroika e della glasnost sono in pericolo (...). La polarizzazione della società procede a un ritmo impressionante (...): moltissimi - tra il 20 e il 30% della popolazione - subiscono gravi privazioni, occupano alloggi in rovina, non hanno di che nutrirsi a sufficienza, sono ammalati e rischiano di morire prematuramente». L'economista liberale Grigori Iavlinski, esponente di punta del partito riformista Iabloko, parla di «demodernizzazione» della Russia, e l'ecologista Oleg Ianitski di una «società del rischio generalizzato». «Vivevamo dietro la cortina di ferro, spiega lo storico della società contadina e della collettivizzazione Viktor Danilov. Non sapendo nulla delle realtà esterne, credevamo di vivere nella miseria dell'appiattimento. Ora che la cortina di ferro è caduta (...) abbiamo subito la prova della vera indigenza. Ormai sappiamo che nel periodo sovietico non vivevamo nella miseria, ma in una"sufficienza" appiattita, sia pure a un livello basso. Il sistema sanitario e la scuola erano accessibili a tutti, al di là dei privilegi dei"servitori del popolo". Le code esistevano perché tutti potessero procurarsi il necessario, che oggi per i più è diventato inaccessibile». Sempre secondo Danilov, per molti «indubbiamente si sono aperte le porte verso il mondo esterno, ma in compenso si sono erette"porte blindate" tra la gente. Mai prima d'ora l'atomizzazione era arrivata a un tale grado». Al di là di queste tristi constatazioni, non mancano in Russia le riflessioni interessanti sul passato, sul futuro e sulle possibilità di sviluppo. Ma in Occidente quest'universo molto variegato del pensiero russo è ignorato, mentre trovano un'eco solo i giudizi di stampo liberista e filo- occidentale. Un vitello d'oro, verde come il dollaro Frattanto però il risentimento nato dallo sconcerto e dalla miseria dà spazio a un patriottismo nuova maniera, alimentato da una nuova «immagine del nemico», costruita di concerto con l'Occidente civilizzato con il quale ci si identifica: quella del «terrorista» arabo- musulmano. Il clima non è più «antimperialista» ma xenofobo: il «bianco piccolo piccolo» contro altri popoli ancora più poveri, contro un Sud minaccioso. Paradossalmente, molti rimpiangono i rapporti cordiali che regnavano nelle comunità multinazionali sovietiche di operai e studenti, e al tempo stesso si lamentano delle nuove frontiere, degli ostacoli politici e finanziari alla libertà di viaggiare, della dispersione delle famiglie e dei gruppi di amici. Si accetta il massacro dei ceceni, ma al tempo stesso si apprezza il film- culto degli anni 1930, Il Circo, in cui l'attore ebreo Salomon Mikhoels (che morirà assassinato da Stalin durante la campagna antisionista e antisemita) canta una ninna nanna in yiddish a un bimbo nero strappato alle grinfie del razzismo americano! La nostalgia dell'Urss e la sua rivalutazione tra la popolazione non vanno confuse con le diverse strumentalizzazioni politiche del fenomeno. La realtà esclude un «ritorno del sovietismo»: la liquidazione del sistema sociale sovietico, le privatizzazioni, il ruolo del denaro e le pressioni del mondo «globale» esterno hanno raggiunto un punto di non ritorno. E se le tradizioni di potenza, burocratiche e poliziesche sono riattivate dall'esigenza interna di potere e di controllo della rendita petrolifera, tutto questo avviene in un contesto internazionale in cui l'esempio della militarizzazione e della cultura da stato di polizia viene proprio dal «modello» statunitense, venerato dai nuovi russi. Tra le varie «riabilitazioni», il presidente Putin non ha dimenticato Pietro il Grande, il riformatore liberale e autoritario Piotr Stolypin, sotto Nicola II, né l'attualissima Chiesa ortodossa. Il Cremlino ha per emblema l'aquila imperiale bicefala coronata. Mentre l'idolo della nuova borghesia è un Vitello d'oro verde come il dollaro. Quanto ai due giovani proletari bronzei di Vera Mukina, che ancora brandiscono gli attrezzi del comunismo, la notizia del loro restauro non dovrebbe spaventare i liberali: quando saranno di nuovo in piedi, fieri e pietrificati nel loro slancio verso il futuro anteriore, l'operaio e la contadina kolkoziana avranno sotto i piedi un piedistallo più grande e degno dei tempi nuovi, davanti a un centro commerciale. note:
* Giornalista, Bruxelles. (1) L'immagine dei due giovani proletari figurava nei titoli di testa dei film prodotti dalla Mosfilm sovietica. (2) Anniversario della «Grande rivoluzione socialista dell'ottobre 1917» (3) L'inno, composto da Boris Alexandrov, che nel 1945 aveva sostituito «L'internazionale» e nel 1991 è caduto insieme all'Urss, è stato ripristinato dalla Duma l'8 dicembre 2000 con un nuovo testo «patriottico» di Sergej Mikhalkov, già autore dell'inno sovietico. (4) Andréi Koslesnikov, Izvestia, Mosca, 5 giugno e 14 agosto 2001. (5) Il 48% dei russi vede nel putsch conservatore fallito e nel colpo di stato riuscito di Boris Eltsin solo «episodi della lotta per il potere», mentre il 31% ritiene che si è trattato di «eventi tragici», e solo il 10% li considera «una vittoria della democrazia». Il decennale di questi avvenimenti, nel 2001, non è stato celebrato. (6) Gli ex magnati Vladimir Goussinski (media) rifugiato in Spagna, Boris Berezovski (automobili, petrolio, media, finanze del Cremlino) « rifugiato politico» in Gran Bretagna, e Mikhaïl Khodorkovski (petrolio Yukos), ora in carcere. (7) Il Commissariato del popolo agli affari interni (Nkvd) era la polizia politica sotto Stalin. E' stato sostituito nel 1954 dal Comitato per la sicurezza dello stato (Kgb) e quindi, dopo la fine dell'Urss, dal servizio federale di sicurezza (Fsb) (8) Questa denominazione comprende gli uomini delle forze armate, delle polizie e dell'intelligence. (9) Il partito liberale Unione delle forze di destra e la Fondazione Soros hanno promosso un'edizione del Libro nero del comunismo, del francese Stéphane Courtois, pubblicato in Italia da Mondadori. (10) Si legga Urss, une société en mouvement, L'aube, La-Tour-d'Aigues, 1988 (11) Izvestia, 26 marzo 2002. L'articolo parla della riabilitazione in Ucraina della divisione delle SS Galitchina. (12) Ten'Pobedy, Mosca, 2002 (13) Nezavissimaia Gazeta, Mosca 9 novembre 1995 (14) Si legga Karine Clément, Les Ouvriers russes dans la tourmente du marché, Syllepse, Parigi, 2000. (15) Si legga Pierre Lepape, «Le goulag selon Chalamov», Le Monde diplomatique/il manifesto, dicembre 2003. (16) Les Années vingt, ed. Verdier (Paris), che pubblica anche l'integrale dei Récits de la Kolyma (2003). (17) Lioudmilla, une russe dans le siècle, La Dispute, Parigi, 1998 (18) Golosa Krest'ian, Selskaïa Rossiia XX veka v krest'ianskikh memuarakh, Aspekt Press, Mosca, 1996. (19) Si legga Pierre Broué Communistes contre Staline. Massacre d'une génération, Fayard, Pargi, 2003. (20) Literatournaïa Gazeta, Mosca, 6-12 marzo 2002. (21) Intervista a proposito del suo libro Le Pingouin (Liana Levi, Parigi, 2000), in «Le matricule des anges», www.lelibraire.com (22) Ludmila Boulavka, Non Konformizm (ritratto socioculturale della protesta operaia nella Russia contemporanea) Ourss, Mosca, 2004. (23) Osennii krizis 1998 goda: possiiskoie obchtchestvo do i posle, PNISiNP, Rosspen, Mosca, 1998. (24) Autrice, nell'aprile 1983, del primo rapporto ufficiale (e riservato) in cui si riconosce la crisi del sistema e la necessità di riforme profonde. Si veda la traduzione francese del testo, di Denis Paillard, in L'Alternative, Parigi, n° 26, marzo-aprile 1984. (Traduzione di E. H.) |