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Venezuela, Russia, Cina...
Ritorna agli stati
il potere sul petrolio
Un recente rapporto dell'istituto di ricerche Wood Mackenzie (Edimburgo)
indica che in futuro sarà necessario investire in modo massiccio
nell'estrazione di un petrolio difficile da raggiungere, con tutte
le conseguenze che ciò può significare in termini di disastri ambientali.
Ormai la lotta si acuisce tra le compagnie internazionali, le compagnie
nazionali e gli stati per l'accesso all'oro nero. A vantaggio degli
ultimi due. Così il Venezuela rinegozia le concessioni accordate
alle major e le costringe a entrare in società miste dove lo stato
è maggioritario. La Russia riprende il controllo del suo settore
gasiero, lasciato alle scorribande degli interessi privati negli
anni '80 e torna a essere azionista di maggioranza in Gazprom. Da
parte loro la Cina e in misura minore l'India, sempre più attive
sul mercato petrolifero, non esitano a stringere legami diretti con
gli stati dell'Africa o del Medioriente. Dopo un eclissi di due decenni
si assiste a un ritorno in forze del potere pubblico.
di Jean-Pierre Séréni*
Il 4 dicembre 2006 la prima compagnia petrolifera cinese, Petrochina,
quotata a Hong Kong e a Wall Street, ha superato la Shell, passando
al sesto posto mondiale per capitalizzazione di borsa. Eppure si
tratta solo della filiale di un'importante società di stato, la China
National Petroleum Corporation (Cnpc), seguita a breve distanza da
altre due compagnie cinesi, China Petroleum and Chemical Corporation
(Sinopec) e Chinese National Offshore Company (Cnooc). Queste società,
che dal 1999 operavano in Venezuela, nel Sudan, nell'Azerbaigian,
nel Kazakistan, in Birmania e in Indonesia, oggi sono attive in una
quarantina di paesi.
La Cina e l'India, che in questi ultimi tre anni hanno dato il maggior impulso all'aumento della domanda di idrocarburi, tentano di organizzare insieme la loro partita di caccia coordinando l'espansione al di fuori dei rispettivi territori. E questo è solo uno dei segnali degli sconvolgimenti in atto nell'industria petrolifera mondiale, dietro lo schermo dell'incessante yo-yo delle quotazioni dell'oro nero, che eccita gli speculatori, deprime gli automobilisti e spaventa i consumatori dei due emisferi. A monte, nell'esplorazione e nella produzione, a operare sull'intero pianeta è un ristrettissimo gruppo di attori che si spartiscono le riserve mondiali di petrolio e di gas. I rapporti di forze sono in pieno sconvolgimento. Gli ex dominatori, soprattutto anglosassoni - le cosiddette «major» - sono rimasti in cinque (Exxon, Shell, Bp, Total e Chevron) a controllare non più del 9% dei giacimenti, mentre i nuovi titani del greggio sono le compagnie petrolifere nazionali (Cpn) dei paesi membri dell'Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio (Opec) (vedi box a pagina 16). Dieci di queste ultime dispongono della maggior parte delle riserve (53%), e sanno di non poter essere aggirate. Seguono a grande distanza altre Cpn che estraggono il 16% delle riserve. Molte di esse hanno un ruolo di braccio armato di stati quali la Cina, l'India, il Brasile o la Malesia, il cui fabbisogno si sta impennando al ritmo della loro eccezionale crescita economica. Ci sono infine le Indipendenti, in generale compagnie private, per lo più - ma non sempre - occidentali, di dimensioni più modeste delle major o delle Cpn, che gestiscono un quinto delle riserve mondiali di idrocarburi. Al di fuori dei dieci membri dell'Opec (1), gli altri tre attori attingono a riserve di cui sono proprietari; e dato il loro inesorabile calo, guardano al futuro con apprensione. La situazione è preoccupante innanzitutto per gli indipendenti (il 34% della produzione mondiale, a fronte del 22% delle riserve) ma anche per le Cpn non appartenenti all'Opec (25% contro 16%) e per le major (13% contro 9%). Tre attori su quattro si trovano dunque nella posizione tutt'altro che confortevole di pompare ogni giorno quantitativi di idrocarburi molto maggiori di quelli che riescono a ottenere grazie alle proprie scoperte o all'acquisto di giacimenti di altre compagnie. Nel gergo molto espressivo dei petrolieri la loro posizione è definita «deficitaria», data l'impossibilità di ricostituire le riserve. Se a breve termine non avranno accesso a nuove fonti di rifornimento, il loro futuro sarà in gioco - soprattutto nel caso delle compagnie quotate in borsa, le cui azioni possono crollare anche più in fretta delle riserve petrolifere, esponendoli in permanenza all'offerta pubblica d'acquisto (Opa) selvaggia di qualche concorrente. Si spiega così la frequenza delle manipolazioni dei dati sulle riserve in terraferma, spesso sopravvalutate. Nel 2004 la Royal Dutsch Shell ha dovuto ammettere di aver «truccato» al rialzo le sue valutazioni (+ 20%) per figurare meglio agli occhi dei suoi azionisti. Secondo un'influente società internazionale di consulenza, la Pfc Energy, il 77% degli idrocarburi dell'intero pianeta appartiene alle Cpn, cioè al settore pubblico. In termini geopolitici, le compagnie dei paesi consumatori hanno sede per lo più al Nord e all'Est, mentre i giacimenti si trovano prevalentemente al Sud... Il confronto tra le compagnie petrolifere internazionali (Cpi) - e i governi dei paesi esportatori è dunque inevitabile. E diventa oltre tutto sempre più difficile . Fin dagli anni '70 il modello tradizionale, quello della concessione, che riconosceva alle compagnie la proprietà dei giacimenti, è scomparso quasi dovunque, tranne che negli Stati uniti e in alcuni paesi europei, tra cui il Regno unito, l'Olanda e la Norvegia. In altri (come in Colombia, in Tailandia e negli Stati del Golfo) gli ultimi contratti di concessione sfuggiti alla grande ondata delle nazionalizzazioni degli anni '70 sono scaduti, o si avvicinano alla scadenza. Ad Abu Dhabi, ad esempio, dove tre concessioni scadono nel 2014 e nel 2018, le autorità di governo hanno già fatto sapere alle rispettive major che i loro contratti non saranno rinnovati. Dopo la fine della seconda guerra mondiale si è affermata, in luogo della concessione, una nuova formula: quella del «production sharing agreement» (Cpc, contratto di produzione condivisa). Il principio su cui si basa questo tipo di accordo è semplice: lo stato si associa a una compagnia estera, stipulando un contratto che fissa le condizioni della «prospezione, esplorazione e produzione di idrocarburi» per un dato periodo e una data superficie, determina l'importo minimo dei fondi da destinare alle ricerche e stabilisce un regime fiscale. L'investitore versa una quota iniziale, il «bonus», e affronta il rischio di non trovare nulla; mentre in caso di successo divide con lo stato il valore della produzione. La compagnia si fa carico dei costi per l'esplorazione e lo sviluppo del giacimento, ripagati poi dalla quota di produzione che le spetta. Il Cpc è più redditizio, e a confronto con la concessione presenta una superiorità politico-giuridico: le risorse naturali restano proprietà nazionale, come esige ormai unanimemente l'opinione pubblica degli stati petroliferi, dalla destra alla sinistra, dai nazionalisti agli islamisti. Ne troviamo la dimostrazione più recente nell'errore di calcolo commesso dalle major anglosassoni in Iraq: per Washington non è stato troppo difficile riscrivere a modo suo la costituzione del paese occupato, ma finora tutti i suoi tentativi di abolire la legge di nazionalizzazione del 1972 e tornare al regime delle concessione sono stati vani... I Cpc hanno consentito alle compagnie petrolifere internazionali di far ritorno in paesi a lungo preclusi alle loro attività, quali il Venezuela, l'Algeria, la Birmania (ribattezzata Myanmar dalla dittatura), l'Iran, l'ex Unione sovietica... Ma questo ritorno è avvenuto nel periodo in cui i prezzi del petrolio erano bassi, l'Opec sembrava votata alla disgregazione e i paesi esportatori non avevano denaro da investire nei rispettivi settori petroliferi. Per una legge ferrea, col tempo la produzione di un pozzo di petrolio diminuisce; e se non si procede regolarmente a nuove trivellazioni per compensare quest'inesorabile declino, la produzione fatalmente si abbassa, e con essa i proventi e gli attivi di bilancio. In passato, i maggiori vantaggi andavano alle compagnie, che ne hanno approfittato sul piano fiscale, in maniera talora scandalosa, come in Russia. Nel 1995, in un momento in cui il tesoro russo era a secco, la Shell ha ottenuto per il megaprogetto metanifero di Sakhalin II (Siberia orientale) il rimborso prioritario delle sue spese. Concretamente, la totalità dei proventi doveva andare alla Shell finché il trust anglo-olandese non avesse ricuperato il 100% dei suoi investimenti - mentre in generale si fissa un tetto del 50-60%. Nell'autunno del 2006 la compagnia ha dovuto ammettere che le sue spese erano quasi raddoppiate - 22 miliardi di dollari anziché 12 - rispetto a quanto previsto nel contratto tra le due parti! Perciò, prima di poter vedere il colore del primo dollaro Mosca avrebbe dovuto attendere il doppio del previsto, cioè una buona decina d'anni. Condizione questa intollerabile per il Cremlino, che due mesi dopo ha ripreso il controllo di Sakhalin II senza colpo ferire, per un tozzo di pane.... La svolta di Ugo Chávez Col ritorno agli alti prezzi petroliferi, dal 2000 in poi, le imposte sul petrolio pagate dagli operatori sono state rimesse in discussione quasi ovunque; e si è posto con chiarezza il problema di come dividere i maggiori proventi. Londra ha dato l'esempio fin dal 2002, aumentando del 10% la tassazione delle compagnie petrolifere che operano nel Mare del Nord, per arrivare nel 2005 al 60% (contro il 30% di prima del 2002). Negli Stati uniti, la Commissione bilancio del senato, allora a maggioranza repubblicana, si è pronunciata in favore di una tassa aggiuntiva sulle compagnie per ridurre il deficit di bilancio. E nel novembre 2006, dopo aver vinto le elezioni legislative di mezzo termine, i democratici hanno inserito le tasse sul petrolio nell'elenco delle sei priorità da attuare «entro le prime 100 ore» di potere. E con solidi argomenti. In America la tassazione delle compagnie petrolifere si aggira intorno al 40%, contro una media mondiale del 60- 65%... Quanto alle sovvenzioni decretate dall'amministrazione Bush (che i democratici intendono abolire) per incoraggiare la prospezione offshore, non sembra che abbiano avuto effetti degni di nota. Ovviamente, i paesi produttori non sono stati con le mani in mano. Secondo i calcoli del professor Jean-Marie Chevalier, uno dei consulenti del ben noto studio Cambridge Energy Research Associates (Cera), avevano tutte le ragioni per trovare troppo esigua la loro fetta della torta, a fronte delle porzioni riservate al fisco dei paesi consumatori, agli operatori, alle banche e ad altri mediatori finanziari. Le compagnie legate dai Cpc hanno accettato in genere di buon grado di rinegoziare il loro regime fiscale, in maniera così discreta che non ne è filtrato nulla, o quasi. Il tutto è stato facilitato dal cambiamento delle «condizioni di mercato». Non c'è bisogno di una calcolatrice per rendersi conto che il 25% di un barile da 60 dollari è più del 33% di un barile da 30 dollari. L'unico scontro serio sull'imposizione fiscale si è prodotto in Venezuela, anche perché ha coinciso con una contestazione degli stessi contratti. A quel punto è finita la comprensione. «Nel nostro mestiere, si cumulano i rischi. Da qui l'importanza del contratto che ci lega al governo ospite. È su questa base che investiamo miliardi per 25 anni o più», spiega Patrick Pouyanné, responsabile della strategia, crescita e ricerca del settore «Esplorazione e Produzione» della Total. Ma alla ExxonMobil, prima delle major con la capitalizzazione di borsa più alta del mondo, si arriva addirittura a parlare di «sanctity of rights» (sacralità dei diritti). Agli occhi dei grandi petrolieri occidentali, Hugo Chávez e Vladimir Putin si disputano il titolo di nemico publico numero uno. Il nuovo presidente venezuelano, giunto al potere nel 1999 in seguito a elezioni incontestate, ha convinto i suoi partner dell'Opec e il Messico a ridurre la produzione per far salire il prezzo del greggio, che in seguito a una manovra errata dell'Arabia Saudita era crollato a meno di 10 dollari il barile. E la mossa ha funzionato.... Le quotazioni sono tornate al rialzo per più di cinque anni. Nel 2002 Hugo Chávez riesce ad aver ragione di una serrata di due mesi, molto politica, della compagnia petrolifera nazionale (Pdvsa). Metà dei 40.000 dipendenti entrano in sciopero, e dopo il suo insuccesso 18.000 perdono il posto di lavoro. Seguendo i consigli di Bernard Mommer, un matematico di Oxford divenuto un autorevole esperto in campo petrolifero, il presidente venezuelano obbliga le compagnie straniere che al momento dell'apertura liberale, negli anni '90, avevano firmato contratti per servizi rimborsabili sul petrolio ancora da scoprire, a entrare come partner in società miste con almeno il 60% del capitale nelle mani dello stato; le sole a rifiutare sono l'italiana Eni e la Total, che non accettano di vedere le loro quote regredire rispettivamente al 13% e al 12%, a fronte di una quota della Pdvsa del 75%. Ma sono soprattutto i francesi a temere che il caso diventi un precedente per Sincor I, un progetto dieci volte più importante (2 miliardi di dollari) che riguarda il greggio extra-pesante della cintura dell'Orinoco. Dopo vari mesi di negoziati infruttuosi, Caracas minaccia: la nazionalizzazione si farà per legge. La nuova ondata di nazionalismo petrolifero ha raggiunto anche l'Ecuador (dove Occidental Petroleum è stata semplicemente espropriata), il Perù e la Bolivia, dove la nazionalizzazione dei giacimenti metaniferi è stata ratificata sei mesi dopo, senza colpo ferire, dalle compagnie straniere, compresa la più importante, la brasiliana Petrobras. All'opposizione di destra che rimproverava al governo del presidente Lula un atteggiamento di «sottomissione» al piccolo stato vicino, il ministro delle relazioni con l'estero ha risposto: «Il Brasile non può agire come una potenza del XIX secolo». I negoziati tra i due paesi sono rimasti a lungo a un punto morto. Evo Morales, presidente boliviano, non voleva, in pieno periodo elettorale, essere di peso al presidente brasiliano, candidato alla sua stessa successione. Dopo la sua rielezione, il 15 febbraio le conversazioni sono riprese e il 15 febbraio è stato firmato un primo accordo tra Brasilia e La Paz: il prezzo del gas boliviano esportato alla centrale termoelettrica brasiliana Gobernador Mario Covas, situata a Cuiabá (Mato Grosso), passerà da 1,09 a 4,20 dollari per milioni di Btu (Unità termica britannica), con un aumento del 285%. Nel giugno del 2006 l'Argentina aveva accettato un aumento del 50% per il gas importato dalla Bolivia. Vladimir Putin è stato assai più brutale con le major. Jean Lemierre, presidente della Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo (Berd), che fu attivissima nell'ex Unione sovietica, ne spiega il motivo: «La Russia ha sempre detto che quello dell'energia è un settore strategico». Vladimir Putin, che rivendica il ruolo di rifondatore dello stato russo, ha bisogno dei proventi petroliferi per finanziare il suo bilancio, equilibrare i suoi rapporti economici con l'estero e contare sulla scena diplomatica internazionale (2). Non poteva dunque più permettere che la principale ricchezza naturale del paese venisse saccheggiata in piena impunità, come ai tempi di Boris Eltsin, da una manciata di oligarchi, sospettati oltre tutto di voler cedere alle major la piena proprietà dei giacimenti. Nel suo recente libro sulla «piratizzazione della Russia» (3) Marshall I. Goldman, titolare della cattedra di studi russi all'Università di Harvard, racconta che al suo arrivo alla testa della Federazione russa, il nuovo presidente Putin fu sdegnato del divario tra i prezzi degli idrocarburi russi all'esportazione e quelli pagati dagli acquirenti. Chi intascava la differenza? Sistematicamente, passo dopo passo, il suo governo ha ripreso il controllo del settore. Innanzitutto quello metanifero con Gazprom, l'ex ministero sovietico del gas, privatizzato nel 1992, di cui dieci anni dopo lo Stato russo deteneva appena il 38% del capitale. A spartirsi la maggioranza era stata una cricca guidata dal primo ministro di Boris Eltsin e dai suoi familiari. Sembra che quegli anni Gazprom abbia «perduto» mediamente, oltre al 10% delle sue riserve, ben due miliardi di dollari l'anno, intascati dai suoi dirigenti. Non appena eletto presidente, nel giugno 2000, Putin nomina un suo uomo alla testa del gruppo che detiene un quarto, o forse addirittura un terzo delle riserve mondiali di gas naturale. A poco a poco la Gazprom (ove lo stato ridiventa maggioritario nel 2005, col 51% del capitale) recupera i suoi attivi, riscattandoli talvolta con procedure concordate, ma spesso anche espropriandoli senza riguardi. Per conseguire i suoi fini esige a volte cifre astronomiche a titolo di arretrati d'imposte, impone multe record per «crimini ecologici» - peraltro non sempre immaginari - o assesta colpi bassi degni dell'ex Kgb. Lo spettacolare crollo di Mikhail Khodorkovski e del suo gruppo Yukos mostra chiaramente fin dove poteva arrivare la determinazione di Vladimir Putin in questo campo, nonostante le forti pressioni americane. Il vicepresidente degli Stati uniti Richard Cheney non ha forse accusato l'estate scorsa i russi, di usare gli idrocarburi come «uno strumento di intimidazione e di ricatto»? I nuovi alleati di Washington, reclutati nelle ex repubbliche o stati satellite sovietici, non hanno mancano di rilanciare questo messaggio, risuscitando una «nuova guerra fredda», secondo la definizione dello scrittore russo Viktor Erofeyev: quella dell'immagine. Ormai sono finiti i bei tempi per le major, strette nella tenaglia tra le pretese di rendimenti sempre più alti degli azionisti e la posizione dei paesi produttori, che precludono loro l'accesso ai giacimenti più promettenti. Ma paradossalmente stanno accumulando capitali in una misura che non ha precedenti. La più potente di queste compagnie, Exxon Mobil, dichiara un fatturato di 450 miliardi di dollari - una cifra che supera il Pil di gran parte dei paesi membri delle Nazioni unite (180 su 195). Ma quest'opulenza finanziaria, lungi dal rappresentare un segno di buona salute, riflette al contrario l'incapacità di investire efficacemente gli enormi utili, e di trovare progetti rispondenti agli stravaganti criteri di redditività imposti agli ingegneri. Questo paradosso è illustrato dalle recenti disavventure della British Petroleum. Nel 2005, una delle sue raffinerie americane è esplosa, uccidendo 15 operai e ferendone 170. In Alaska è stata costretta a sospendere le estrazioni dal maggior giacimento petrolifero dell'America del Nord a causa delle perdite degli oleodotti, logori. Nel suo rapporto del gennaio 2007 una commissione di esperti nominati dalla Bp punta il dito contro l'insufficienza dei fondi e lo scarso impegno del gruppo per la sicurezza delle sue raffinerie americane. Negli Usa la giustizia sta cercando di stabilire se questa politica di riduzione degli investimenti abbia risposto a un piano deliberato. Se domani il petrolio verrà a mancare a livello mondiale, la causa sarà stata la mancanza di investimenti e non di giacimenti. Perché una scoperta si trasformi in produzione occorrono infatti impianti del costo di miliardi di dollari. Ora, gli operatori più ricchi - le major - coprono appena il 20% degli investimenti a monte, per l'esplorazione e la produzione. Eppure è in questo campo che operano i migliori esperti mondiali, capaci di concepire progetti di punta, all'avanguardia della ricerca tecnologica. Una titanica battaglia borsistica Le compagnie dimostrano invece una malcelata predilezione per l'antropofagia borsistica, che li porta a divorarsi a vicenda. L'ultima ondata di concentrazioni risale alla fine degli anni '90, quando Lord Brown creò la prima super-major petrolifera attraverso la fusione di Bp e Arco, e costrinse Exxon, Total e Chevron a imitarlo per non perdere terreno. «In quegli anni di vacche magre, quando il prezzo del barile di greggio era crollato a 10 dollari, stavamo tranquillamente ricostituendo le "Sette Sorelle" (4) del periodo d'oro, assorbendo le "piccole" compagnie di stato nate dopo di noi e asfissiando l'Opec», racconta un veterano di questa titanica battaglia borsistica. Oggi circolano negli ambienti finanziari voci di nuove concentrazioni, con la Bp come preda, dopo le dimissioni a sorpresa, all'inizio dell'anno, del suo presidente. Sui mercati si parla dell'ipotesi di una fusione tra la numero 2, Shell, e la numero 3, Bp. Alla fine di dicembre, la Statoil e la Norsk Hydro hanno unificato le loro attività offshore «per rispondere alla sfida dell'industria petrolifera». L'importante compagnia spagnola Repsol è in vendita da vari mesi - finora senza successo, dato che i finanzieri giudicano il gruppo troppo impegnato in Sudamerica, e paventano l'effetto Chávez. Qualcuno specula anche sul futuro del gruppo italiano Eni, fondato da Enrico Mattei, e sulle sue difficoltà a mantenersi indipendente. Finora gli speculatori hanno avuto il campo libero. Sul piano mondiale non c'è stata una risposta collettiva degna di nota agli sconvolgimenti avvenuti sulla scena petrolifera dopo il 2000. Al contrario, i governi, sia nei paesi sviluppati che in quelli emergenti, si sono adoperati soprattutto per assicurarsi l'accesso ai giacimenti, rafforzando i propri legami con gli ultimi paesi produttori accessibili. Un «si salvi chi può» generale, illustrato, in maniera caricaturale, alla fine di dicembre, dalla scena di un funerale: quello del satrapo del Turkmenistan Saparmurad Niazov, «padre di tutti i turkmeni» e campione - secondo Transparency International - di ogni possibile forma di corruzione e malgoverno, in una regione come l'Asia centrale, non certo nuova a queste pratiche. A quel funerale le democrazie occidentali più impegnate - a parole - per la difesa dei diritti umani si sono fatte rappresentare senza alcun pudore da ministri e eccellenze varie. Evidentemente, l'enorme giacimento metanifero di Iolotan Sud, recentemente scoperto, val bene un'abiura. Ci sono poi l'Angola, la Nigeria, il Golfo di Guinea e tutta l'Africa a sud del Sahara, che affascinano quanto l'Asia centrale o quasi. Secondo le previsioni dell'Us National Intelligence Council, nel 2015 gli Stati uniti potrebbero attingere da qui il 25% delle loro importazioni di petrolio, contro l'attuale 15%, e ridurre così nella stessa misura la loro dipendenza dal Medio Oriente... La regione presenta due vantaggi: offre contratti «ragionevoli», e le compagnie nazionali - a differenza di quelle mediorientali - sono troppo al verde per riscattare gli attivi delle major, come hanno fatto nei rispettivi paesi Vladimir Putin e Hugo Chávez. Ma con questi aggiustamenti si riuscirà davvero a dare una risposta agli sconvolgimenti in atto? note:
* Giornalista, autore di Les Emirs de la République. L'aventure du pétrole tricolore (in collaborazione con Pierre Péan), Seuil, Parigi, 1982. (1) Le statistiche citate riguardano dieci dei dodici paesi dell'Opec. Esse infatti non comprendono l'Iraq né l'Angola che ha aderito all'inizio di quest'anno. 2) Leggere Jean-Marie Chauvier «La "nuova Russia" di Vladimir Putin», Le Monde diplomatique/il manifesto, febbraio 2007 (3) Marshall I. Goldman, The piratization of Russia: Russia reform goes awry, Routledge, London & New York, 2003. (4) Le sette sorelle sono le 7 società petrolifere anglosassoni di livello mondiale che hanno dominato totalmente il settore dal 1914 fino al primo shock petrolifero del 1973. Ne sono sopravvissute tre (Exxon, Shell e Bp), mentre le altre quattro (Texaco, Mobil, Socal e Gulf) assorbite dalle prime, sono scomparse. (Traduzione di E. H.) |