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La battaglia del gas in Europa


J.-P. S.

Nel gennaio 2007 la Commissione di Bruxelles ha sottoposto ai ventisette stati dell'Unione europea il suo grande progetto energetico, volto a dare un inquadramento globale alle misure adottate finora in ordine sparso, senza una visione d'insieme. Nel suo documento, l'esecutivo comunitario si pone tre obiettivi: creare un vero mercato interno europeo dell'energia, diminuire le emissioni carboniche nell'atmosfera e ridurre il consumo energetico degli europei.
L'accoglienza da parte dei governi e delle industrie non è stata all'altezza delle nobili ambizioni degli autori del testo, i commissari europei per l'energia, l'ambiente e la concorrenza. La responsabile della concorrenza, Neelie Kroes, è da sempre un'avversaria accanita dei gruppi dell'elettricità e del metano «integrati», che controllano cioè l'intero ciclo, dalla produzione all'erogazione, passando per il trasporto. In termini concreti, il dibattito si concentra sulle linee ad alta tensione e sulle strutture di trasporto dell'energia.
È il caso di aprirle ai terzi, dando loro la libertà di accedervi contro il pagamento di un pedaggio, come gli automobilisti possono accedere a un'autostrada? Per rendere effettiva questa «libertà», Neelie Kroes propone che le reti di trasporto della corrente elettrica e i gasdotti non siano più di proprietà dei produttori di elettricità o degli importatori di gas naturale. L'obiettivo è quello di arrivare a un mercato unico del gas su scala europea, nel quale i prezzi non siano più regolati dai governi ma della legge della domanda e dell'offerta.
Ovviamente in nome dell'abbassamento dei prezzi.
Ma i membri del potentissimo ed esclusivo club europeo delle società del gas - la tedesca Eon, la francese Gaz de France (Gdf), l'italiana Snam, la belga Distrigaz, la spagnola Gas Natural e l'olandese Gasunie - non sono d'accordo. E precludono ai terzi l'accesso ai loro gasdotti.
Non hanno nessuna fretta di imitare il Regno unito, dove il monopolio della British Gaz ha dovuto cedere il passo a cinque distributori indipendenti. Il governo francese sostiene la loro posizione, e rifiuta di prendere in considerazione il puro e semplice smantellamento dei suoi operatori storici: benché parzialmente privatizzata, l'Edf provvede tuttora alla produzione, al trasporto e all'erogazione dell'elettricità.
Quanto a Gaz de France, indipendentemente dal suo status futuro è decisa a mantenere la proprietà della sua rete di gasdotti, che le garantisce una posizione impossibile da aggirare. Contraria, benché molto divisa sui problemi energetici, è anche la coalizione capeggiata da Angela Merkel in Germania.
La «disgregazione» delle società del gas spingerebbe alla rottura degli accordi a lungo termine che li legano ai loro fornitori esteri.
In effetti, come può impegnarsi chi perde il controllo del mercato?
Dato il progressivo esaurimento dei giacimenti del Mare del Nord e dei Paesi bassi, l'Europa dei 27 ha capacità di produzione sempre minori, e deve importare il grosso del suo approvvigionamento di gas naturale: dalla Russia (40%), dall'Algeria (30%, dalla Norvegia (25%) e dal Qatar. I relativi accordi sono a lungo termine (20-25 anni) e comportano una clausola che impone all'importatore europeo di pagare il gas anche quando non ne prende possesso fisicamente.
Grazie a questa clausola, Gazprom e l'algerina Sonatrach hanno la garanzia di non aver speso invano le ingenti somme investite per la produzione e il trasporto del gas, e di poter rimborsare i debiti che hanno dovuto contrarre. Per premunirsi contro un'eventuale rimessa in discussione dello status quo, l'Algeria e la Russia mirano a trasformarsi in distributori sul mercato europeo, entrando direttamente in contatto col cliente finale. È qui che il problema si fa serio. Il presidente della Commissione europea, Manuel Barroso, incita i ventisette stati membri a dar prova di «unità e fermezza» per imporre nuove regole del gioco ai paesi fornitori, e innanzitutto al più importante di essi, la Russia. Esiste una Carta dell'energia, negoziata dieci anni fa tra Bruxelles e Mosca, che Vladimir Putin rifiuta di ratificare, improntata ai principi di «apertura e trasparenza» (1). Nel linguaggio in codice dei diplomatici ciò significa che la Russia deve accettare di aprire agli operatori esteri la gigantesca rete dei gasdotti e degli oleodotti di Transneft, monopolio di stato. E che ad esempio il Turkmenistan - il solo paese in grado convogliare il suo gas fino ai mercati europei (mentre oggi è costretto a venderlo a Gazprom a un prezzo irrisorio) - possa rifornire direttamente, pagando un pedaggio a Transneft, le società tedesche e italiane.
La Russia, che ha bisogno del gas turkmeno per venderlo ai suoi clienti, rifiuta quest'apertura, privilegiando «contratti diretti» che hanno il vantaggio di garantirle la sicurezza dell'approvvigionamento, prezzi bassi e il finanziamento delle sue infrastrutture da parte delle banche europee. Recentemente, senza dar retta a Bruxelles, la Germania, l'Italia e la Francia hanno firmato accordi di questo tipo, e sono state accusate di cedere davanti all'«ukase della Gazprom» e di condannare deliberatamente l'Europa alla dipendenza energetica: un argomento che non manca di esercitare il suo impatto su un'opinione pubblica sempre più diffidente nei riguardi di Putin e del suo regime.
Ma chi mai, in Europa, sarebbe disposto ad affidare al mercato la sicurezza degli approvvigionamenti e la fissazione dei prezzi del gas di città?


note:

(1) Nina Bachkatov, «Russia, un partner necessario per l'Unione».
Le Monde diplomatique/il manifesto, gennaio 2007. (Traduzione di E.H.)