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STATUTI d' AUTONOMIa, PROCESSO DI PACE, MEMORIA

La Spagna ancora malata del suo passato


Tre anni dopo la vittoria elettorale dei socialisti guidati da José Luis Rodriguez Zapatero, e alla vigilia delle elezioni amministrative del prossimo maggio, in Spagna si registra un notevole nervosismo politico. Non per la situazione economica, visto che la crescita è sostenuta e, secondo i dati ufficiali, la disoccupazione è al livello più basso dal 1979; ma per l'atteggiamento di una destra resa aggressiva dalle riforme con cui Zapatero tenta di cancellare le stimmate del franchismo dalla società spagnola.


di JOSÉ MANUEL FAJARDO *

Mentre il socialista José Luis Rodriguez Zapatero si prepara a celebrare, il 15 aprile 2004, il terzo anniversario della sua nomina alla presidenza del governo, il panorama politico spagnolo appare piuttosto sconcertante: grida apocalittiche si levano dal Partito popolare (Pp, opposizione di destra) che dipinge la Spagna come un paese «sull'orlo del baratro».
Il 30 dicembre 2006, una bomba piazzata dall'organizzazione separatista basca Euskadi ta Askatasuna (Eta) (1) nell'aeroporto di Barajas, a Madrid, ha ucciso due persone che non si era riusciti ad evacuare in tempo. È finito così il più lungo periodo di tregua da attentati terroristici - quasi tre anni - che il paese abbia conosciuto nella sua storia recente, un periodo nel quale era stato finalmente riallacciato il dialogo con l'Eta (2) proprio per mettere fine alla violenza (3).
D'altra parte, un'efficace lotta alla corruzione, una forte crescita economica e un tasso di disoccupazione ufficiale mai così basso dal 1979 avrebbero dovuto, a rigor di logica, favorire un'atmosfera politica più serena.
Al contrario, il Pp accusa il governo di incoraggiare i terroristi e di tradire le vittime degli attentati, mentre rinfaccia ai socialisti una cospirazione, in connivenza con l'Eta e il terrorismo islamico, con l'unico scopo di impedire la vittoria della destra alle elezioni legislative del marzo 2004. La radicalità della campagna con cui si getta discredito su un dirigente come Zapatero e l'aggressività del Pp fanno pensare che stia succedendo qualcosa che va al di là delle semplici manovre da politicanti cui il paese è abituato. Probabilmente sta avvenendo un mutamento di fondo nella vita politica del paese.
La democrazia spagnola è nata dal patto tra le forze politiche legate alla lunga dittatura franchista (1939-1975) e quelle che si erano opposte a quel regime. Per evitare atti di violenza e di vendetta, nel 1977 fu definito un quadro istituzionale all'interno del quale potessero coabitare le diverse sensibilità politiche. Ma fu scartata qualsiasi ipotesi di messa sotto accusa di coloro che avevano partecipato alla dittatura e ai suoi crimini. Dopo quasi quarant'anni di oppressione, nel corso dei quali migliaia di persone sono state torturate, incarcerate o costrette all'esilio, e decine di migliaia di prigionieri politici sono stati uccisi, nessuno in modo assoluto ha dovuto rispondere di tanto abuso, dolore e morte.
Nella speranza che le ferite si cicatrizzassero, la memoria è rimasta in frigorifero, sempre controllata dalle forze più conservatrici, che, operanti sotto il franchismo, hanno poi continuato a far parte dell'esercito e della polizia della nascente democrazia. Si potrebbe dire che la transizione (1975-1982) è consistita di fatto nella rinuncia, da parte dei vincitori della guerra civile (1936-1939), a perseguitare gli sconfitti, in cambio della promessa che questi ultimi abbandonassero ogni speranza di vederli un giorno rendere conto dei loro crimini.
È qui, in questo diniego della realtà storica, l'origine dell'attuale crisi politica.
Questo patto di amnistia ha permesso, malgrado tutto, l'instaurarsi della democrazia, senza tuttavia riuscire a risolvere il problema di fondo che attanaglia la Spagna dalla fine dell'impero coloniale nel 1898: la sua strutturazione definitiva in quanto stato.
Durante la seconda Repubblica spagnola (1931-1939), l'approvazione degli statuti autonomi della Catalogna e del Paese basco aveva rappresentato un primo passo verso la costruzione di uno stato moderno, a vocazione federale. Ma la guerra civile e la vittoria del fascismo hanno comportato l'abrogazione degli statuti; mentre poi la dittatura del generale Francisco Franco, ossessionato da un'unità della Spagna fondata sulla repressione della cultura catalana e basca, ha ulteriormente avvelenato la situazione. Anche la Costituzione del 1978 ha dovuto confrontarsi con il rifiuto dei nazionalisti baschi. I nuovi statuti rappresentavano la massima autonomia che la destra fosse disposta a concedere alle regioni (4).
Per i nazionalisti, invece, non erano che un primo, timido passo verso una più ambiziosa prospettiva di autogoverno che avrebbe dovuto sfociare, per i più radicali, nell'indipendenza. La costante minaccia di un colpo di stato militare (tentato infatti nel febbraio 1981, ma fallito) ha finito col far accettare dalla Spagna democratica la versione più riduttiva delle autonomie.
Questo insieme di cose (i responsabili della dittatura non chiamati in giudizio, la loro permanenza nei ranghi della polizia e dell'esercito, la creazione di statuti autonomi al ribasso), ha portato una parte minoritaria, ma importante, della sociétà basca a considerare la democrazia come una sorta di prolungamento edulcorato della dittatura.
E, di conseguenza, sono proseguite le attività dell'Eta che, nata sotto il franchismo, ha compiuto la maggior parte dei suoi attentati negli anni della democrazia. La crescita esponenziale della sua violenza è stata stimolata anche dalla «guerra sporca» (arresti, torture, omicidi), condotta, dal 1976 al 1987, da agenti dello stato - tra cui i Gruppi antiterroristi di liberazione (Gal) - durante i primi governi democratici, di destra come di sinistra.
L'amnistia per i crimini della dittatura, la violenza terrorista e la polemica sul ruolo ultimo delle autonomie all'interno della struttura dello stato, sono dunque tutti problemi politici ereditati dal franchismo. Hanno segnato gli ultimi trent'anni, e ora che la generazione della guerra civile sta scomparendo e che l'organizzazione dell'Eta è messa alle strette, il governo di Zapatero tenta di trovare una soluzione. Ma è proprio questa volontà di disinnescare le bombe a scoppio ritardato lasciate dal franchismo che suscita l'ira della destra.
Il comportamento del Pp testimonia con chiarezza il legame sentimentale e ideologico che ancora unisce questa destra al suo passato dittatoriale, di cui rifiuta di sottoscrivere la condanna. Eppure, niente sembrerebbe più logico della ricerca di una normalità democratica, all'interno della quale lo stato potrebbe permettere il pieno dispiegarsi delle capacità di autogoverno delle regioni. Una normalità che favorirebbe anche la scomparsa della violenza e che, finalmente, non riserverebbe più la difesa della memoria e della dignità alle sole vittime delle dittature cilena o argentina, ma anche alle vittime spagnole del regime franchista.
Oltre alla soppressione del monopolio cattolico sulla morale pubblica - altro lascito del franchismo - , e il riconoscimento dell'uguaglianza dei diritti per gli omosessuali, le tre grandi riforme intraprese dal governo di Zapatero sono andate in questo senso. Come prima cosa, si è realizzato un sistema di ammodernamento degli statuti autonomi in senso più favorevole alle regioni, per soddisfare, nel rispetto del quadro istituzionale dello stato, la maggior parte delle aspirazioni dei nazionalisti baschi e catalani, puntando a consolidare l'unità nazionale a partire dall'adesione politica volontaria e non dalla costrizione.
Si è poi aperta la speranza di poter mettere fine alle violenze con l'apertura di negoziati di pace, resi possibili dalla dichiarazione di «cessate il fuoco permanente» dell'Eta il 22 marzo 2006. Si è infine emanata una legge sulla memoria, non per portare in tribunale gli ex oppressori franchisti, ma per ridare la dovuta dignità alle loro vittime tramite iniziative come la dichiarazione di nullità dei processi franchisti e l'esumazioni dei cadaveri dei repubblicani sotterrati anonimamente in fosse comuni.
Per realizzare questi obiettivi, Zapatero ha potuto contare sull'appoggio del Partito socialista operaio spagnolo (Psoe), della Sinistra unita (Izquierda Unida) e della Sinistra repubblicana di Catalogna (Ezquerra Republicana de Catalunya); ha anche ricevuto appoggi occasionali da parte dei partiti del centro destra nazionalista basco (Partido Nacionalista Vasco) e catalano (Convergencia i Unió). Un sostegno parlamentare che rappresenta il 57% dell'elettorato, a fronte del 37% che appoggia il Pp. Tuttavia, quest'ultimo non ha solo rifiutato di prendere parte a queste iniziative: le ha bloccate o boicottate, approfittando della presenza in alcuni organi dello stato, come il Consiglio generale del potere giudiziario, di una maggioranza conservatrice nominata dal precedente presidente del governo, José Maria Aznar.
L'estrema destra cerca una rivincita Il bilancio provvisorio di queste tre iniziative è molto diversificato.
La legge sulla memoria viene continuamente rimaneggiata, rifiutata in blocco dalla destra e considerata troppo timida da Izquierda Unida e Ezquerra Republicana de Catalunya. Malgrado gli ostacoli posti dalla destra, si è invece conclusa la riforma dello statuto della Catalogna, che è ormai un riferimento per la riforma degli statuti delle altre regioni. Al contrario, quella dello statuto basco è stata bloccata dalla paralisi dei negoziati di pace, a seguito del mortale attentato del 30 dicembre, di cui il governo ha sottovalutato la minaccia. Una paralisi che favorisce la destra, in quanto indebolisce il governo.
Paradossalmente, l'opposizione eccessiva del Pp accresce le potenzialità elettorali dei socialisti. Il dibattito parlamentare del 15 gennaio 2007 ne offre un buon esempio. Per la prima volta nella storia della democrazia spagnola, il più grande partito di opposizione ha impugnato il tema della lotta antiterrorista per attaccare il governo all'interno dell'emiciclo. Il leader del Pp, Mariano Rajoy, ha mostrato un'aggressività inabituale nei confronti di Zapatero. Risultato, secondo tutti i sondaggi: un aumento significativo delle intenzioni di voto a favore dei socialisti, a conferma della diffidenza degli elettori verso le posizioni estremiste.
Bisogna dire che la direzione del Pp ha scelto di radicalizzare la sua posizione dopo la vittoria del Psoe, nel marzo 2004. Per recuperare consensi al polo conservatore, la destra conta sul fallimento del governo nei negoziati di pace con l'Eta, e sull'immagine - che tenta di diffondere nell'opinione pubblica - di uno Zapatero incapace di dirigere e pericoloso per la sicurezza del paese. Per raggiungere lo scopo, i comportamenti e i discorsi dei dirigenti del Pp assomigliano sempre di più a quelli dell'estrema destra. Il che danneggia le loro prospettive elettorali.
La spiegazione va ricercata nell'incompetenza della direzione del Pp, quella stessa che, dopo aver trascinato la Spagna nella guerra contro l'Iraq (5), non ha visto arrivare la minaccia islamista, che si è concretizzata negli attentati di Madrid dell'11 marzo 2004.
Ma c'è anche un problema d'identità politica, che perseguita la destra dal crollo dell'Unione del centro democratico (Ucd), il partito centrista fondato da Adolfo Suárez, vincitore delle prime elezioni democratiche del 1977.
La nascita del Pp, nel 1989, supponeva la fusione in un unico partito dei centristi usciti dall'Ucd e della destra post franchista dell'Alleanza popolare, allora diretta da Manuel Fraga, ex ministro di Franco.
Uno dei meriti della fusione era il contenimento dell'estrema destra all'interno di un'organizzazione conservatrice a tendenza centrista, un modo per disattivare i settori estremi del vecchio regime che avevano rappresentato una costante minaccia nei primi anni della democrazia.
Tuttavia, prima con il ritorno della destra al potere, nel 1996, poi con la maggioranza assoluta ottenuta da Aznar nelle elezioni del 2000, è invece l'ideologia di estrema destra (incoraggiata dall'ingerenza della Chiesa cattolica e del movimento ultracattolico di alcuni dirigenti del Pp, come Angel Acebes, legato ai Legionari di Cristo) che è risorta con forza all'interno del Pp.
Le attuali posizioni non sono propizie a rasserenare il clima politico e l'attentato del 30 dicembre rende impossibile, per il momento, riaprire negoziati con l'Eta. I negoziati sarebbero invece indispensabili per poter affrontare con fiducia la riforma dello statuto basco.
Senza la quale è impossibile trovare una soluzione che soddisfi tutte le sensibilità della società basca nel quadro dello stato spagnolo.
Questa riforma permetterebbe alla Spagna di saldare una volta per tutte l'eredità del franchismo. E toglierebbe un'arma di costante destabilizzazione dalle mani del Pp. Il primo test a riguardo si avrà con le elezioni amministrative del prossimo maggio.
In questi ultimi tre anni, le vittime della violenza sono state sempre presenti, talvolta manipolate. Quelle della violenza dell'Eta, di cui alcune associazioni che hanno fatto causa comune con il Pp per opporsi ai negoziati con l'organizzazione terrorista; quelle della repressione franchista, che non hanno trovato eco all'interno del Pp. Ma mancano altre vittime. Ad esempio quelle della «guerra sporca» (tra queste, alcuni supposti terroristi e molti cittadini vittime degli attacchi del Battaglione basco spagnolo o dei Gal) che vengono utilizzate dai sostenitori dell'Eta per rifiutare di condannare la violenza dell'organizzazione terrorista basca.
Il giorno in cui tutte le vittime delle violenze, quali che esse siano, saranno trattate con la dignità che meritano, sarà possibile disattivare la macchina dell'odio. Per questo, bisognerebbe che l'esercizio della memoria non si limitasse al franchismo, ma inglobasse tutta la storia recente della Spagna. Sostituendo il dialogo alla violenza, il governo ha tentato questo primo passo verso la normalità. Purtroppo, da un lato l'intransigenza dell'Eta (che tenta con ogni mezzo di ottenere vantaggi politici in cambio dell'abbandono della violenza), e dall'altro il risentimento e l'ostruzionismo sistematico del Pp, non gli hanno permesso di ottenere risultati.
I negoziati di pace sono paralizzati, ma Zapatero tenta un nuovo accordo per fare avanzare la sua politica di normalizzazione democratica, alla quale, si può prevedere fin d'ora, il Pp rifiuterà di partecipare.
Nel frattempo, l'Eta rimane a bordo campo incerta tra un'eventuale ripresa delle sue azioni criminali e la concretizzazione di quel cessate il fuoco permanente che l'organizzazione diceva di voler rispettare. Bisognerà attendere la fine della partita. E, in ultima istanza, gli elettori decideranno.


note:
* Giornalista e scrittore spagnolo. Ultimo romanzo pubblicato: L'Eau à la bouche, Métailié, Parigi, 2006. Vite esagerate, Guanda, 2004.

(1) «Paese basco e libertà».

(2) Si legga Véronique Danis e Dante Sanjurjo, «Difficile addio alle armi per i Paesi baschi», Le Monde diplomatique/il manifesto, novembre 2006.

(3) Anche i precedenti presidenti del governo, Felipe González e José María Aznar, avevano tentato la strada del dialogo.

(4) Si legga Antoni Segura i Mas, «Catalogne, entre autonomie et nation», Le Monde diplomatique, «Supplemento», gennaio 2006.

(5) La stampa ha inoltre denunciato il fatto che il governo di Aznar nel luglio 2002, ha inviato, al limite della legalità internazionale, alcuni poliziotti spagnoli per interrogare una ventina di prigionieri marocchini nel carcere americano di Guantánamo. Cfr. El País, Madrid, 13 febbraio 2007.
(Traduzione di G.P.)