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Al servizio del colonizzatore
Alain Ruscio
Storico. Ha diretto con Sébastien Jahan:
Histoire de la Colonisation: Réhabilitations, falsifications et instrumentalisation,
Les Indes Savantes, Parigi, 2007.
Più di mezzo secolo fa, durante la guerra francese d'Indocina, con
le macerie ancora fumanti dopo i massacri di Sétif (1945) e di Madagascar
(1947) l'etnologo/antropologo Michel Leiris chiedeva, rivolto ai
suoi colleghi francesi (1): «a che cosa serviamo, o piuttosto a
chi?» (2). E proseguiva spiegando, per sgombrare il campo da ogni
eventuale residua illusione, che era certamente impossibile rimanere
distaccati dal contesto sociale e politico del tempo. In seguito,
i contestatori della politica di espansione occidentale nel mondo
- e della sua forma allora più violenta, la guerra del Vietnam -
sollevarono una vivace polemica sull'uso dell'antropologia a giustificazione,
o peggio ancora a sostegno di quella politica. «Erano tempi irragionevoli»,
in cui gli intellettuali chiamavano e cose col loro nome: due numeri
speciali di Temps Modernes, e poco dopo un libro coordinato da Jean
Copand uscirono con lo stesso titolo: Antropologia e Imperialismo
(3).
Ma in un paese di grandi tradizioni coloniali e d'oltremare come la Francia è il caso di risalire assai più lontano nel tempo. Forse non si è prestata sufficiente attenzione al fatto che innanzitutto (nel senso cronologico del termine) l'etnologia coloniale sul territorio è stata praticata dai militari? In questo senso, e per parafrasare una celebre formula, l'antropologia è servita prima di tutto per fare la guerra. Dai generali Melchior Daumas (Algeria), Louis Faidherbe (Senegal) e Joseph Gallieni (Tonchino) Louis Hubert Gonzalve Lyautey (Madagascar), nonché a decine di militari meno prestigiosi e a vari organismi arabi o rappresentanti degli affari indigeni, si potrebbe citare un lungo elenco di uomini impegnati a fondare il dominio francese non solo sulla forza o, piuttosto, sulla forza più qualcos'altro. Ma su cos'altro, oltre alla forza? La risposta, magistrale, ci viene fornita da Joseph Gallieni, il più illustre dei succitati intellettuali-soldati. A suo giudizio, l'eccellenza di un ufficiale si riconosce dalla scelta di non porre le leve di comando in mano ai militari. Afferma poi che «il primo sforzo di ogni comandante territoriale» deve essere rivolto «allo studio delle razze», delle «rivalità» e degli «odii» che le contrappongono. «Un ufficiale che riesca a compilare una carta etnografica abbastanza precisa del territorio sotto il suo comando è già molto vicino a conseguire la pacificazione completa, e potrà mettere in pratica in breve tempo il tipo di organizzazione che più gli conviene». E conclude sostenendo che «per qualunque azione politica nella colonia occorre discernere gli elementi locali utilizzabili per trarne giovamento, mentre quelli non utilizzabili saranno neutralizzati e distrutti (4)». E dunque, gli specialisti di allora sono stati dgli ispiratori... degli ausiliari... degli agenti... dei poteri coloniali? La risposta non può essere univoca, contrariamente a ciò che lasciavano intendere le polemiche degli anni '70. Sta lì il paradosso della scienza di quest'epoca passata. Nel «sapere coloniale» c'è sicuramente «coloniale»... ma c'è anche «sapere», diceva un tempo Fernand Pouillon. Certo, una volta conquistato il territorio, l'antropologia/etnologia ha cessato di essere appannaggio dei militari. Ma indubbiamente gli uomini impegnati sul campo hanno voluto e saputo fornire, con rigore e spirito partecipativo, ricerche di livello autenticamente scientifico. E in alcuni casi si sono persino associati alle proteste dei colonizzati e dei (rari) cittadini della metropoli ostili al sistema. Resta il fatto che durante l'ascesa del potere coloniale e al suo apogeo, le ricerche di gran parte degli studiosi sono state utilizzate dal mondo politico ai fini di una certa politica, rispolverando con pretese scientifiche il vecchio motto divide et impera. Sempre e dovunque si ritrova nel potere decisionale la tendenza a far leva sulle divisioni, minuziosamente studiate dai ricercatori: berberi/kabili contro arabi nel Maghreb, annamiti contro gruppi etnici minoritari e/o contro cambogiani in Indocina, hovas contro merinas in Madagascar. Certo, nessuno ha mai sostenuto che si trattasse di dissidi totalmente artificiali; ma le divisioni esistenti hanno costituito il terreno ideale per una «politica delle razze». Molto concretamente, la diversificazione umana ed etnica delle società dominate è stata utilizzata per fini di spartizione permanente. note:
(1) Nella tradizione francese il termine «antropologia» designa piuttosto lo studio fisico degli individui, mentre si parla più comunemente di «etnologia» . (2) Les Temps Modernes, agosto 1950. (3) Les Temps Modernes, n° 253-254, 1970, e inoltre 299-300, 1971; di Jean Copens, Parigi, e François Maspero, 1975 (4) Trois colonnes au Tonkin (1894-1895), Parigi, Chapelot, 1899. (Traduzione di E. H.) |