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ASTRI E DISASTRI DELL'ACCORDO DI LIBERO SCAMBIO NORDAMERICANO

Il giorno in cui il Messico rimase senza tortillas


Entrato in vigore quattordici anni fa, l'Accordo di libero scambio nordamericano (Nafta) ha avuto effetti devastanti sull'agricoltura del Messico. Le produzioni agricole statunitensi (sovvenzionate) hanno invaso questo paese e rovinato milioni di piccoli contadini. Ma la situazione si aggraverà ancora, poiché dopo il 1° gennaio 2008 la liberalizzazione degli scambi agricoli tra il Canada, gli Stati uniti e il Messico, già molto importante, è diventata totale. Eppure, i tre paesi hanno deciso di proseguire su questa via.


dalla nostra inviata speciale ANNE VIGNA *

Primo gennaio 2008, mezzanotte. Sotto un grande striscione «Sin maíz no hay país» («senza mais, non c'è paese»), migliaia di agricoltori messicani formano una catena umana a Ciudad Juarez, posto di frontiera con gli Stati uniti. È l'anniversario dell'Accordo di libero scambio nordamericano (Nafta) del 1° gennaio 1994, tra il Canada, il Messico e gli Stati uniti. I contadini manifestano contro la liberalizzazione totale degli scambi agricoli che prende avvio infatti in questo inizio del 2008. Ormai, il mais, i fagioli, lo zucchero e il latte in polvere, prodotti di base dell'alimentazione dei messicani, non sono più tassati all'importazione.
In diverse città, si esige di rinegoziare il Nafta. Secondo le organizzazioni contadine, il bilancio di questo accordo è senza appello: «Due milioni di posti di lavoro persi in agricoltura, due milioni di ettari a maggese e otto milioni di agricoltori messicani obbligati a emigrare negli Stati uniti», riassume Víctor Suárez, direttore dell'Associazione delle imprese commerciali rurali. Una realtà che la ricercatrice americana Laura Carlsen spiega così: «Ogni ora, il Messico importa cibo per 1,5 milioni di dollari e, nel corso di questa stessa ora, trenta contadini messicani emigrano negli Stati uniti» (1). La messa in concorrenza dei prodotti agricoli ha solo aggravato le disuguaglianze già abissali tra questi paesi. Carlos Salazar, rappresentante dei produttori messicani di mais, spiega: «Noi coltiviamo ventisette milioni di ettari; gli Stati uniti, 179 milioni (2). Le sovvenzioni alla produzione sono di 700 dollari per un contadino messicano, di 21.000 dollari per un agricoltore americano. La resa è di 8,4 tonnellate per ettaro negli Stati uniti, 7,2 tonnellate in Canada, contro 2.5 tonnellate in Messico». Circa un milione cinquecentomila piccoli agricoltori messicani potrebbero soffrire per l'apertura totale delle frontiere. La rinegoziazione dell'imposta agricola del Nafta - possibile da un punto di vista giuridico - non è tuttavia all'ordine del giorno.
Il Messico ha anche rifiutato, nel gennaio 2007, di appoggiare Ottawa in un'azione intentata presso l'Organizzazione mondiale del commercio (Wto) contro le sovvenzioni accordate ai produttori americani di mais. Per il ministro dell'agricoltura, Alberto Cardenas, «Il 1° gennaio 2008 non cambierà molto. Il 90% del mais entra già libero dai diritti doganali nel paese e il mercato internazionale dei cereali è in continuo rialzo con la domanda di etanolo. Nei prossimi anni aumenteremo la nostra produzione di mais, poiché produrne rende di nuovo (3)» . Il ministro deve rassicurare i produttori ma anche i consumatori.
Esattamente un anno fa, la «crisi della tortilla», l'alimento base della popolazione, ha rinfocolato la polemica sulla dipendenza del paese nei confronti del mais americano. L'aumento incessante del prezzo della tortilla nel corso dell'anno 2006 (+ 14%) ha rischiato di sfociare, nel gennaio 2007, in una crisi sociale di grande ampiezza.
Sotto accusa, la speculazione - le grandi imprese che si accordano per far salire i prezzi - ma anche l'uso sempre più frequente del mais, negli Stati uniti, per produrre l'etanolo, che spinge i prezzi a salire e riduce il rifornimento per fini alimentari. Ora, dopo l'entrata in vigore del Nafta, il Messico è diventato dipendente dalla produzione americana di questo cereale, sovvenzionato e dunque meno costoso. Le importazioni massicce hanno portato i contadini alla rovina. Ogni aumento del costo della tortilla minaccia di affamare milioni di messicani (4): per questo, in quell'inizio d'anno del 2007, le marce delle donne che battevano sulle pentole nelle vie del Messico hano obbligato il governo a importare 600.000 tonnellate supplementari di mais bianco americano, a creare un fondo d'emergenza, e a imporre un prezzo base. Dal 1994, il Messico ha triplicato le importazioni di cereali. Il 40% dei suoi bisogni alimentari dipende da queste importazioni: il 60% per il riso, il 50% per il grano, il 23% per il mais, la quasi-totalità per la soia. «Oggi - afferma Armando Bartra, direttore dell'Istituto di studi per lo sviluppo rurale - il Messico è costretto a importare prodotti di base, qualunque sia il prezzo di mercato». Il paese sborsa così più di un terzo della valuta ottenuta grazie all'esportazione di petrolio (5).
I prodotti di base, ma anche i derivati agroalimentari americani, hanno invaso il paese. Una delle conseguenze inattese di questa modifica delle abitudini si manifesta con un aumento dell'obesità: 30% degli adulti, ossia 44 milioni di messicani, ne soffrono ormai, mentre il 40% ha un peso eccessivo. Il costo: 21% del bilancio della sanità pubblica (6). Rivolgendo il suo augurio alla nazione, il 1° gennaio 2008, il presidente ha negato questa realtà: «Il Nafta ha portato benefici a noi consumatori: disponiamo di maggiori scelte, di qualità e a un miglior prezzo».
La crisi dell'agricoltura è tuttavia riconosciuta anche dalla Banca mondiale. Il settore primario è considerato come il gran perdente del Nafta. I ricercatori sfumano questa constatazione precisando che le clausole agricole del trattato non sono state rispettate - e questo, da entrambe le parti. Se lo fossero state, le conseguenze dell'Accordo avrebbero potuto, secondo loro, essere meno drammatiche.
Frutta e verdura per gli Usa Dal lato messicano, si ammette in effetti che il governo ha «sacrificato» l'agricoltura al momento dei negoziati. Una scelta criminale: nel 1994, oltre un terzo della popolazione era rurale. Inoltre, le misure di protezione previste per quattordici anni per quel che riguarda i prodotti sensibili, fra cui il mais, non sono mai state applicate dal Messico. Così, dal 1996, il Messico ha deciso unilateralmente l'entrata massiccia, al di là delle quote autorizzate e esentasse, del mais americano. Altro esempio di non rispetto delle clausole del trattato: nel 2001, il presidente messicano Vicente Fox (ex-presidente della divisione Americhe della Coca-Cola Company) ha appoggiato l'importazione di fruttosio estratto dal mais transgenico americano e utilizzato nell'industria delle bibite, piuttosto che favorire la canna da zucchero messicana, nonostante fosse in grande difficoltà. Al contrario, dal lato americano, i poteri legislativo ed esecutivo si sono dati da fare per imporre una serie di embarghi sui prodotti messicani, in violazione degli accordi e delle loro stesse leggi.
I produttori di pomodori del Sinaloa hanno dovuto lottare quattro anni per ottenere l'autorizzazione a esportare negli Stati uniti che «proteggevano» i loro produttori della Florida. Oggi, sono i produttori di avocado del Michoacán che si vedono opporre delle «regole sanitarie», instaurate unicamente per frenare la concorrenza del Sud. Inoltre, il governo del Messico ha soppresso la maggioranza dei programmi d'aiuto al mondo rurale: secondo l'Organizzazione di cooperazione e di sviluppo economico (Ocse), il sostegno ai produttori è passato dal 28% degli introiti agricoli lordi nel 1991-1993 al 14% nel 2004-2006 (7) ed è servito soprattutto alle aziende agricole più grandi. Nello stesso tempo, gli Stati uniti raddoppiavano i loro aiuti, in particolari le sovvenzioni per l'esportazione. L'Istituto per l'agricoltura e la politica commerciale (Iatp), un centro di ricerca sull'impatto della liberalizzazione sul mondo rurale, ha studiato il dumping americano dalla messa in campo del Nafta a partire da cinque prodotti (8). Il grano è stato venduto al 43% di meno del suo costo reale, la soia al 25%; il mais al 13%; il riso al 35% e il cotone al 61%. Nel 2002, la Farm Bill, la legge di programmazione agricola americana, rivotata per cinque volte dal 1996, è stata vigorosamente denunciata dalle organizzazioni agricole messicane, poiché le sovvenzioni, per il solo mais, rappresentavano dieci volte il bilancio totale dell'agricoltura del loro paese. E va considerato che, come ricorda Timothy Wise, ricercatore all'Istituto per lo sviluppo e l'ambiente della Tufts University, «in materia di ambiente, l'abbandono del mais messicano non significa un vantaggio per gli Stati uniti. La produzione di mais è una delle più inquinanti e consumatrice di acqua.
Essa si è sviluppata in stati con limitate precipitazioni atmosferiche, che necessitano di un'irrigazione che raggiunge livelli insostenibili (9)». Per rispondere alle critiche, il ministero dell'agricoltura messicana ha fornito altre cifre. Ha ricordato che, tra il 1994 e il 2007, la produzione del mais era aumentata, passando da 18,2 milioni di tonnellate a 23,7 milioni di tonnellate: «il Nafta ha aperto un mercato di 430 milioni di consumatori in cui il Messico è diventato il principale fornitore di frutta e verdura degli Stati uniti (10)». Li chiamano i «pochi che hanno guadagnato dal Nafta»: grandi latifondi al nord del paese, proprietà molto spesso di società americane, e in cui gli operai agricoli lavorano nelle peggiori condizioni. La ricchezza agricola è concentrata nelle mani del 3% dei produttori.
Tra il 1995 e il 2004, il prodotto interno lordo (Pil) agricolo messicano ha conosciuto una crescita annuale dell'1,9%, molto inferiore al resto dell'America latina - Argentina (2,6%), Bolivia (3%), Brasile (3%), Perù (5,3%), Cile (4,5%). Essa era ugualmente inferiore a quella dei suoi vicini dell'America centrale: Costa Rica (4,1%), Guatemala (2,8%), o Honduras (2,1%) (11). Molto deludente per un grande paese di oltre cento milioni di abitanti...
Il ministero dell'economia minimizza. I risultati non permetterebbero, da soli, di giudicare le relazioni commerciali Stati uniti-Messico.
«Noi abbiamo più da guadagnare nel portare avanti l'integrazione con l'America del nord. Settori diversi dall'agricoltura sono oggi più importanti per la nostra economia. E globalmente, il bilancio del Nafta è molto positivo», annuncia James Salazar Salinas, vicedirettore del servizio «trattative commerciali» al ministero. Per i suoi difensori, il Nafta avrebbe giocato il suo ruolo aumentando fortemente gli scambi fra partner. Il commercio bilaterale tra il Messico e gli Stati uniti è aumentato in media di oltre 10% all'anno. Il Messico è diventato il terzo partner commerciale degli Stati uniti e il secondo mercato per i prodotti americani. Gli scambi con il Canada sono più che raddoppiati, anche se restano modesti per quantità. Il trattato ha ugualmente permesso di aumentare fortemente l'investimento diretto estero (Ide). Tra il 1994 e il 2006, le imprese americane hanno investito 120 miliardi di dollari in Messico, ossia più del 60% del totale degli investimenti realizzati nel paese. L'aumento degli scambi commerciali non ha creato i posti di lavoro dati per scontati: 80.000 soltanto in media per anno per 730.000 messicani che entrano sul mercato del lavoro (12). Inoltre, questi nuovi posti riguardano soprattutto le maquiladoras, quelle fabbriche di assemblaggio di componenti importati da (e riesportati verso) gli Stati uniti: «La teoria liberista classica secondo cui un'apertura commerciale aumenta l'offerta di lavoro nei paesi che hanno un'abbondante manodopera è pesantemente fuorviante» afferma Sandra Polaski, ricercatrice al Carnegie Endowment for International Peace (13), che chiama anche in causa le maquiladoras. Tuttavia, e molto in fretta, l'importazione di materiali sgravati da imposte dirette ha considerevolmente ridotto gli effetti indiretti che il settore avrebbe potuto generare sull'economia nazionale e sull'impiego in particolare. «Attualmente, le maquiladoras importano 97% dei loro materiali - rileva Polaski. E questo modello si riproduce nel settore industriale classico, in cui la produzione dipende largamente dai componenti che, prima del 1994, erano forniti dai fabbricanti messicani».
Questo sistema ha reso più fragili le finanze del Messico, costretto a ridurre le spese sociali e a sollecitare maggiormente le entrate petrolifere per equilibrare il suo bilancio. Inoltre, spiega Enrique Peter Dussel, economista all'Università del Messico (Unam), «l'importazione dei prodotti ad alto valore aggiunto fa sì che la bilancia commerciale con gli Stati uniti sia, in termini di valore, deficitaria, [e lo sarà] anche nel 2008 secondo il Fondo monetario internazionale (Fmi).
E questo, malgrado l'aumento spettacolare del volume delle esportazioni».
Dal 2001, la maquiladora sta perdendo velocità; un fenomeno che i difensori del Nafta attribuiscono un po' troppo in fretta all'«effetto 11 settembre». La Banca mondiale ritiene, dal canto suo, che «i vantaggi che il Messico ha potuto trarre dal Nafta sono esauriti» e che «la diminuzione dei posti di lavoro nel settore delle maquiladoras si accentuerà». Come dire che altri paesi emergenti si sono imposti nella classifica dei luoghi di produzione più redditizi. Secondo la Banca, i salari messicani sono quattro volte più alti di quelli cinesi. Il Messico è stato il primo paese «a bassi salari» a firmare un trattato di libero scambio con gli Stati uniti. Ma man mano che Washington ne ha firmati con altri stati e che nuovi paesi hanno avuto accesso al Wto, i vantaggi relativi di questo accordo sono sfumati. Il Messico è stato d'altronde l'ultimo paese ad accettare le condizioni d'accesso della Cina al Wto nel 2001. E con ragione: questa adesione ha prodotto una feroce concorrenza dei settori chiave della sua economia d'esportazione che sono l'automobile, il tessile e l'elettronica. Dal 2003, in effetti, Pechino diventava, davanti al Messico, il secondo esportatore verso gli Stati uniti. L'aumento della produttività, necessario al mantenimento della competitività delle imprese, non ha portato aumenti di salario. Né i compensi hanno avuto una corrispondenza con quelli dell'America del nord, ancora una volta contraddicendo la teoria economica liberista classica e le promesse dei cantori del Nafta. Le disuguaglianze dei redditi non hanno smesso di crescere dopo la messa in atto del Nafta nei tre paesi, ma è in Messico che questa crescita è più forte. A paragone con il periodo precedente (1984-1994), il 10% delle famiglie messicane ha visto il proprio reddito aumentare, mentre il 90% lo ha visto diminuire o rimanere uguale. L'aumento del salario minimo accordato dal governo messicano nel gennaio 2008 è stato di due pesos (0,12 euro): il salario giornaliero (51 pesos, ossia 3,16 euro) corrisponde alla metà del costo del «paniere della casalinga», stimato a 100 pesos (6,2 euro). Di cosa vivono dunque i messicani? La metà della popolazione ricava un reddito complementare da un impiego informale, e un terzo della popolazione dipende dal sostegno finanziario di parenti emigrati all'estero, le famose «remesas». Nel 1995, queste rappresentavano 3,6 miliardi di dollari; nel 2006, 23 miliardi di dollari (14). Il Nafta, secondo i suoi promotori, doveva però frenare l'emigrazione.
Il procuratore generale degli Stati uniti d'allora, Janet Reno, aveva affermato: «Noi ridurremo i flussi migratori solo il giorno in cui questi immigrati troveranno un lavoro decente in Messico e il trattato creerà lavoro (15)». La realtà fu tutt'altra: se, dal 1980 al 1994, la migrazione aumentò del 95%, dal 1994 al 2006 aumentò invece del...
452% (16). Il Nafta avrebbe dovuto anche migliorare il rispetto dei diritti umani in Messico - avvicinando il paese dei «difensori della democrazia nel mondo» che sono gli Stati uniti - , e dell'ambiente, con il trasferimento di tecnologie pulite che il grande vicino avrebbe generosamente realizzato.
Promesse di cui più nessuno parla, poiché, nei due casi, la situazione è ampiamente peggiorata. Frutto della rivoluzione agraria dell'inizio del XX secolo, la Costituzione messicana limitava o proibiva gli investimenti esteri, segnatamente per quel che riguarda la terra. Dopo il Nafta, un'impresa straniera può detenere fino al 100% del capitale di una infrastruttura messicana (aeroporto, porto, autostrada, treno, fabbrica, petrolchimica, distribuzione di gas). Il trattato ha così radicalmente cambiato il paesaggio messicano e «il Nafta +», cosiddetto dalla stampa, potrebbe rivelarsi ancora più radicale. Il suo nome esatto è il Partenariato nordamericano per la sicurezza e la prosperità (Psp); un'iniziativa ufficialmente lanciata in occasione del Vertice di Waco, in Texas, il 23 marzo 2005, da George W. Bush (Stati uniti), Vicente Fox (Messico) e Paul Martin (Canada). I tre statisti fanno proprie le raccomandazioni di un gruppo di lavoro battezzato «The Independent task force on the future of North America» (gruppo di lavoro indipendente sul futuro dell'America del nord): è costituito dal Consiglio canadese dei dirigenti d'impresa (17), dal Council on Foreign Relations, e dal Consejo Mexicano de Asuntos Internacionales. Dietro queste tre denominazioni figurano solo imprese (18). Il rapporto intitolato «Costruire una comunità nordamericana», che sarà reso pubblico solo due mesi dopo, propone trentanove raccomandazioni destinate a «stabilire uno spazio economico unico e sicuro». Durante il secondo vertice, a marzo 2006, a Cancún (Messico), viene ufficialmente creato il Consiglio nordamericano della competitività (Cnac), composto da trenta uomini d'affari (dieci per paese). È spalleggiato da un altro consiglio che raggruppa duecento imprese la cui ragion d'essere è, secondo il comunicato stampa, «stabilire le priorità del Psp e pilotare il processo d'integrazione profonda». Non sono invitati i parlamenti nazionali né le associazioni. Secondo David Chapdelaine, docente di relazioni internazionali all'università di Montréal, «i dirigenti d'impresa che formano il Cnac beneficiano di un accesso privilegiato a tutti i livelli della gerarchia del Psp. Si delega potere decisionale a organi subalterni la cui composizione esatta non è resa pubblica, non più del luogo e della data delle loro riunioni. Questo induce un importante deficit di legittimità democratica (19)». Nel suo ultimo rapporto (20), il Cnac promette mari e monti con accenti che richiamano quelli del 1994 sui vantaggi del Nafta: «Il Psp è al contempo strategico e realistico (...). Ha per principio fondamentale quello di contribuire a migliorare il funzionamento delle economie dei tre paesi migliorando la sicurezza e la qualità di vita ovunque in America del nord». Ma come le imprese pensano di migliorare la qualità della vita? Il Cnac vede due modi: «frontiere sicure e trasparenti in seno all'America del nord, e anche un accesso sicuro a un'energia conveniente».
La libertà di circolazione riguarda unicamente le merci e le risorse naturali (aquedotti, oleodotti, gasdotti e corridoi intermodali di trasporti). Per l'energia, il Cnac sostiene un'apertura del mercato del gas e del petrolio. Suggerisce ai messicani di privatizzare parzialmente Pemex, impresa petrolifera pubblica, e di scinderla, dissociando le attività legate al gas naturale. Il Cnac ha anche trovato un nome alla nuova compagnia: Gasmex...
Queste proposte sono state riprese dall'esecutivo messicano. Nel luglio 2007, il presidente Felipe Calderón ha presentato il «Programma nazionale per le infrastrutture 2008-2012» in questi termini: «L'obiettivo è di fare del Messico una delle principali piattaforme logistiche mondiali, approfittando dei nostri vantaggi geografici e commerciali».
Quest'anno, il Congresso lavorerà su un progetto di riforma costituzionale destinato ad aprire il capitale di Pemex. E così migliorare la qualità di vita dappertutto in America del nord? Andatelo a raccontare agli agricoltori messicani...


note:
* Giornalista, Messico.
(1) Laura Carlsen, «Nafta free trade myths lead to farm failure in Mexico», American Program Policy Report, Washington Dc, dicembre 2007.

(2) Gli Stati uniti, primi produttori del pianeta, producono il 44% del mais mondiale. Le loro esportazioni rappresentano il 65% delle vendite mondiali.

(3) Intervista del ministro nel programma di W Radio, 1° gennaio 2008.
(4) Sui 49 milioni di poveri censiti, 12,4 milioni vivono in assoluta povertà; «Estadísticas de la pobreza en México», Instituto Nacional Mexicano de Estadísticas, Geografía e Informática (Inegi), Messico, 2007.
(5) José Romero e Alicia Puyana, «Evaluación integral de los impactos e instrumentación del capítulo agropecuario del Tlcan», Secretaria de Economía, Messico, 2006.

(6) Statistiche dell'Istituto messicano della Previdenza sociale (Imps), settembre 2007.
(7) Les politiques agricoles des pays de l'Ocde: suivi et évaluation, Ocde, Parigi, 2007.

(8) United States Dumping on World Agricultural Markets, The Institute for Agriculture and Trade Policy (Iatp), Cancun, 2004.
(9) Timothy A. Wise, Nafta: A Cautionary Tale, The Americas Program at the Interhemispheric Resource Center (Irc), Interhemispheric Resource Center, Silver City, 2002.
(10) Bollettino, ministero dell'agricoltura, Messico, dicembre 2007.

(11) «Indicatori dell'alimentazione e dell'agricoltura, America latina», Organizzazione per l'agricoltura e l'alimentazione (Fao), Roma, novembre 2004.

(12) Instituto Nacional de Estadísticas, Geografía e Informática de México (Inegi) e Secretaria de Trabajo y Previsión Social (Stps), Encuesta Industrial Mensua, Servicio de Información y Estadística, México.

(13) «Leçons de l'Alena pour l'hémisphère», studio commissionato dall'Organizzazione delle Nazioni unite (Onu) per la Conferenza sul commercio e lo sviluppo, Sao Paulo, Brasile, giugno 2004.

(14) «Las remesas familiares en México, inversión de los recursos de migrantes». Banco central de México, febbraio 2007.

(15) Comunicato stampa della Casa bianca, Washington, D.C., 12 ottobre 1993.
(16) Darío López Villar, «Migración de Mexicanos desde y hacia Estados Unidos: estadísticas, problemáticas y retos», Dirección de Análisis y Estudios Demográficos del Instituto Nacional de Estadística, Geografía e Informática, Messico, 2006.

(17) Cfr. Dorval Brunelle «L'interaméricanité jetée aux oubliettes», Le Monde diplomatique, febbraio 2008.

(18) Tra gli altri: Campbell, Chevron, Ford, FedEx, General Electric, General Motors, Kansas City Southern Industries, Lockheed Martin, Merck, Mittal Steel, New York Life, Ups, Wal-Mart, Whirlpool, Scotiabank, Suncor, ecc.
(19) David Chapdelaine, «Le Psp: un processus d'intégration continentale en déficit démocratique», La Chronique des Amériques, Observatoire des Amériques, Montreal, agosto 2007.
(20) Recommandations initiales du Conseil nord-américain de la compétitivité (Cnac). Renforcer la compétitivité au Canada, au Mexique et aux Etats-Unis, rapporto 2007 ai dirigenti, Cnac, Ottawa, febbraio 2007. (Traduzione di E.G.)