Le Monde diplomatique con il manifesto per tutto il mese a 3€
        
  
Le «classi pericolose» messe in righe

Le «classi pericolose» messe in riga


Operazioni di polizia spettacolari, inflazione di videosorveglianza: in occasione delle elezioni municipali francesi, le politiche pubbliche di lotta contro la delinquenza pretendono di «ripristinare l'autorità». Dal 2001, almeno tredici testi di legge hanno rafforzato l'arsenale giuridico destinato a combattere l'«insicurezza». Ma i riformatori sociali avevano compreso già dalla fine del XIX secolo che per mantenere l'ordine a lungo bisogna migliorare le condizioni di vita.


di Laurent Bonelli *

A giudicare dal numero dei candidati, di sinistra come di destra, che hanno impostato la loro campagna elettorale sull'istituzione di telecamere di videosorveglianza o di una polizia municipale, si direbbe che la «sicurezza dei beni e delle persone» occupi un posto importante nelle elezioni municipali del 9 e del 16 marzo 2008. Al riguardo, è soprattutto sul piano del «ripristino dell'autorità» che gli eletti in municipio vengono utilizzati soprattutto dopo la legge sulla prevenzione della delinquenza del 5 marzo 2007 (1). Al punto che alcuni di essi si preoccupano per il ruolo di sindaco castigamatti che si vorrebbe fargli interpretare. Dalla fine degli anni '90, la «crisi dell'autorità» è infatti diventata un luogo comune per spiegare i problemi di violenza o di delinquenza della società francese. È anzi uno dei temi favoriti di Nicolas Sarkozy, che a gennaio 2007 dichiarava: «Abbasso l'autorità! Era questo il programma del Maggio '68. Abbasso l'autorità! Era il momento di vivere senza costrizioni e di godere senza limiti. Abbasso l'autorità! Secondo loro era la condizione per la liberazione dell'uomo alienato dal lavoro, dal vivere in società, dall'economia, dalla sua educazione e anche dalla famiglia. Abbasso l'autorità! Ciò significava: l'obbedienza del figlio ai genitori? Fuori moda! Fine della superiorità del maestro sull'allievo! Superata! Fine della sottomissione alla legge! Antiquato! Il potere della polizia? Finita! Finalmente! (...) La morale? Finita! (...) l'educazione, la cortesia, il rispetto per gli anziani, per la donna! Fine!». (2). Non è il solo: Gérard Larcher, ministro con delega all'impiego, al lavoro e all'inserimento professionale del governo Villepin analizzava le rivolte di ottobre-novembre 2005 come il risultato dell'assenza di punti di riferimento dovuta alla poligamia delle famiglie africane. E non si contano gli intellettuali che parlano di «crisi del modello parentale maghrebino (3)» e chiedono alla Repubbica di riapprendere a punire. Di solito, visioni simili oscillano tra una versione conservatrice (l'incapacità delle famiglie popolari e/o migranti di allevare i figli) e una versione miserabilista (i padri «umiliati» e quindi assenti). Ma tutte concordano sulla necessità di un intervento dei poteri pubblici che ripristini un'autorità parentale la cui disgregazione sarebbe responsabile di molti mali. Alcuni di questi approcci, però, non consentono di capire quali siano le condizioni pratiche nelle quali questa autorità si esercitava ieri e si esercita oggi. Per lungo tempo, più che l'azione delle famiglie, è il lavoro non qualificato che ha maggiormente disciplinato le fasce più turbolente delle classi popolari. Per i «teppisti», i «ragazzotti di periferia», l'entrata in fabbrica costituiva il passaggio tra la «cultura della strada» tipica della loro socialità giovanile e una cultura operaia che stava per diventare la loro. La fabbrica, che integrava ampiamente le norme e i valori di quei giovani, ma poneva al tempo stesso un limite chiaro tra l'accettabile e l'inaccettabile, ha per lungo tempo funzionato come una vera e propria istanza «normalizzatrice». Tanto più in quanto offriva loro la possibilità di intravvedere un futuro.
Infatti, la prevedibilità indotta dallo statuto di operaio consentiva di formare una famiglia, fare «progetti» di acquisti, vacanze, contratti d'affitto, ecc. In una parola, di «arrangiarsi». Uno degli effetti paradossali della flessibilità degli statuti professionali, dell'aumento della precarietà e della crescita delle disuguaglienze economiche che si osserva a partire dai primi anni '80, è quello del ritorno automatico e senza dubbio inevitabile, di forme di indisciplina presenti agli inizi della rivoluzione industriale. Infatti, l'incertezza sul futuro rinchiude gli individui in un presente che si accontenta dell'insieme delle opportunità che si presentano, siano esse lecite o meno. Ma, a differenza del XIX secolo, quando questa situazione era generalizzata a tutti gli strati popolari, i disordini urbani, la piccola delinquenza o più in generale la quotidiana «arte di arrangiarsi» vengono oggi tanto più malviste in quanto mostrano una cesura tra i «vecchi operai» e i «giovani senza destinazione» scolastica o professionale. Per l'effetto congiunto della loro vulnerabilità sociale e della vecchiaia, i primi vedono infatti indebolirsi il controllo che possono esercitare sui secondi, anche quando si tratta dei propri figli. L'occupazione degli spazi pubblici, le liti fra vicini, la frequenza dei comportamenti che confliggono con le loro regole di quartiere ricordano loro in ogni momento quel rovesciamento dei rapporti di forza. Tutto questo provoca, secondo i casi, tentativi di andarsene dal quartiere, un ripiegamento sullo spazio domestico, e perfino degli appelli ai poteri pubblici perché ripristino la loro autorità.
È su questo terreno che si dispiegherà la «svolta securitaria» dei principali partiti di governo, di destra come di sinistra. Di fronte a un aumento delle tensioni a livello locale, costretti a prendere atto di un'erosione sistematica dei loro risultati elettorali negli ambienti popolari e della contemporanea crescita del Front national (almeno fino al 2007), molti dirigenti politici sono giunti alla conclusione di non poter «riconquistare» questo elettorato che attraverso un inasprimento delle proprie politiche securitarie. Le loro analisi poggiano sul presupposto che esista una «personalità autoritaria» delle classi popolari (4). Questa filosofia implicita presuppone che queste ultime siano più chiuse verso le minoranze con le quali vivono, più sottomesse all'autorità e più repressive degli altri gruppi sociali. Queste asserzioni sono state da tempo confutate dalle scienze sociali, senza che questo abbia però impedito che venissero riproposte o scalfito il loro impatto politico. È infatti molto più facile credere che gli ambienti popolari chiedano più fermezza verso i «delinquenti», le «famiglie monoparentali» o gli «immigrati», che rappresentarsi le competizioni in cui sono impegnati quotidianamente.
Eppure sono queste competitività - sul mercato del lavoro non qualificato, delle case popolari, degli assegni familiari - in un contesto di precarietà generalizzata, che permettono di capire le tensioni che vengono verbalizzate in forme «razziste» o «securitarie». Da qui, le diverse misure che rafforzano lo spettro degli interventi polizieschi, giudiziari o moralistici. Non soltanto la polizia e la giustizia devono ormai regolare comportamenti che prima non erano di loro competenza, ma «l'autorità parentale» è diventata oggetto di politica pubblica. Dai consigli «per i diritti e i doveri delle famiglie» al ricatto sulle prestazioni sociali, si tratta di indurre (o di obbligare) le famiglie a soffocare l'indisciplina dei loro figli. Questo nuovo paternalismo autoritario merita però attenzione. Oltre un secolo fa, la rivoluzione industriale pose infatti problemi simili.
L'importante esodo rurale, la concentrazione fisica nelle città di lavoratori sradicati distrussero le forme tradizionali di controllo, basate sulla prossimità e l'autorità personale. Le preoccupazioni principali delle élite politiche e sociali furono dunque quelle di disciplinare il lavoro e al tempo stesso di cercare di arrestare la disorganizzazione generata dallo sviluppo economico (sovrappopolamento delle città, delinquenza, alcolismo, ecc) e l'aumento delle rivendicazioni socialiste che volevano sovvertire l'ordine sociale. Si trattava innanzitutto di fare in modo che gli operai andassero al lavoro. Tale questione inseparabilmente pratica e morale è alla base delle campagne contro l'alcolismo, che in Inghilterra sfoceranno nella chiusura dei pub a partire dalle 23, o in Francia nella proibizione dell'assenzio e la costruzione medica e morale della sua pericolosità.
Ma bisognava anche assicurarsi che le persone lavorassero adeguatamente.
Il controllo dei tempi e dei ritmi di lavoro è stato uno dei maggiori vettori per inquadrare i comportamenti non soltanto in fabbrica, ma anche fuori (5). Si trattava di stabilizzare la manodopera qualificata, restringere al massimo l'inattività («madre di tutti i vizi») e l'imprevedibilità legata all'irregolarità del lavoro. Da lì tutti i tentativi di limitare la mobilità degli operai, sia in modo coercitivo (è il caso dell'instaurazione del libretto operaio), sia offrendo contratti di lunga durata (la cui più recente emanazione sono i contratti a termine). La concessione di questi regolamenti, che introducevano per la prima volta una prevedibilità nel mondo operaio contribuì a disciplinarne i comportamenti, tanto più che quei regolamenti si basavano sullo sviluppo delle politiche sociali. Per molti riformatori sociali, quei regolamenti apparvero come uno strumento privilegiato per l'acquisizione di abitudini «morali» - prima di tutto la responsabilità e la «previdenza» - da parte delle classi popolari, che essi collegavano al miglioramento della giustizia sociale (6). Come indicava Jules Siegfried (1837-1922), prefigurando le prime case popolari: «Vogliamo costruire al contempo persone felici e veri consumatori; vogliamo combattere allo stesso tempo la miseria e gli errori socialisti; vogliamo aumentare le garanzie di ordine, di moralità, di moderazione politica e sociale? Creiamo quartieri di case operaie! (7)».
Questa doppia dimensione di miglioramento delle condizioni di vita e mantenimento dell'ordine sociale, spiega il successo delle politiche sociali, rafforzato dopo la seconda guerra mondiale dall'aumento del dirigismo di stato, l'esistenza di un movimento operaio forte e strutturato, e la crescita economica inquadrata dai governi. Non siamo più a quel punto. La crisi economica, le mutazioni del capitalismo post-fordista appoggiate ai programmi di riforme liberiste dello stato hanno ampiamente ridefinito, senza dubbio involontariamente, le condizioni di questa disciplina. E nello stesso modo in cui i riformatori sociali del XIX secolo cercavano di consolidare un nuovo ordine sociale, i riformatori securitari dell'inizio del XXI secolo cercano nell'estensione dell'intervento poliziesco, giudiziario e del controllo, i mezzi per contrastare gli effetti dei molteplici scompensi che colpiscono le classi popolari. Teoria del «vetro infranto» (8), coprifuoco per i minori, videosorveglianza, arresti contro la mendicità ma anche responsabilizzazione dei genitori non sono altro che esempi di queste nuove tecnologie di governo da cui ci si attende che garantiscano la pace sociale. È improbabile, però, che questo tipo di discipline possano funzionare.
Si sa da Max Weber che la base dell'autorità è proporzionata alla sua legittimità presso quelli sui quali si esercita, cioè alle compensazioni che è capace di procurare loro (9). Sembra dunque un po' inutile aspettarsi da queste tecnologie che garantiscano l'ordine, semplicemente esacerbando le differenze tra «buoni» e «cattivi» cittadini e insistendo sulla «responsabilità individuale» di ognuno. Al contrario, tensioni e disordini derivano direttamente dalle contraddizioni inscritte nel cuore stesso dei modelli di sviluppo che sono stati scelti da una trentina d'anni. Contraddizioni nelle quali gli sforzi degli uni per assicurare l'ordine sono distrutti dall'organizzazione del disordine delle esistenze voluto da altri. Insicurezza fisica e insicurezza esistenziale sono indissolubili. In altri termini, è a partire da una riflessione sulle nuove condizioni di esistenza delle classi popolari, che ci si può dare i mezzi per instarurare un ordine sociale più armonioso e non evocando lo spettro della perdita di autorità, vecchia figura imposta dalla retorica conservatrice.
Ma, malgrado le similitudini, non è Nicolas Sarkozy che proclamava «la nostra gioventù è mal allevata, disprezza l'autorità e non ha alcun rispetto per gli anziani. I nostri figli oggi non si alzano quando un vecchio entra in una stanza, rispondono ai loro genitori e chiacchierano invece di lavorare», ma il filosofo greco Socrate, nel V secolo prima dell'era cristiana...


note:
* Membro del gruppo di analisti politici dell'università Paris 10 - Nanterre. Ha appena pubblicato La France a peur. Une histoire sociale de «l'insécurité», Parigi, La Découverte, 2008. 1) Questa permette loro soprattutto di investire direttamente la giustizia per mettere sotto tutela le prestazioni familiari, di effettuare dei «richiami all'ordine» dei figli o dei genitori; e di controllare l'assiduità scolastica.

(2) Per esempio, Michèle Tribalat., Dreux, voyage au cÏur du malaise français, Parigi, La Découverte et Syros, 1999.

(3) Seymour Martin Lipset, «Democracy and Working Class Authoritarianism», American Sociological Review, XXIV, 4, 1959, pp. 482-501.

(4) Edward P. Thompson, Tempo, disciplina del lavoro e capitalismo industriale, in Id., Società patrizia, cultura plebea, Einaudi, 1981.

(5) Paul Rabinow, Une France si moderne. Naissance du social 1800-1950, Parigi, Buchet & Chastel 2006 [1989], pp.271 e succ.

(6) Jules Siegfried, La Misère: son histoire, ses causes, ses remèdes, Le Havre, Poinsignon, 1880, pp. 195-199.

(7) La più piccola infrazione incoraggerebbe trasgressioni maggiori.
Cfr. Loïc Wacquant, «Sicurezza e "tolleranza zero", una leggenda americana», Le Monde diplomatique /ilmanifesto, maggio 2002.
(8) Max Weber, Economia e società, Donzelli, 2003.
(Traduzione di E. G.)