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letture
Dalla Russia, passando per Parigi
di Jean-Marie Chauvier*
Nel presentare gli ultimi libri usciti in Francia sulla Russia (la
quale, certo, «fa paura»), un quotidiano parigino (1) ricamava sulle
arie dei Beatles: Back in the Ussr. «Questa celebre canzone, che
risale al 1968, potrebbe - scrive Libération - accompagnare la maggior
parte dei libri che escono in francese, a un ritmo accelerato in
vista di una presidenziale russa che tutti sanno giocata d'anticipo.
Nella stessa vena, si potrebbe avere Kgb is Back, Russia is Back, oppure Gazprom Forever (2). Infatti la Russia di Putin ci irrita quanto ci affascina». Ma altri, preoccupati per la deriva autoritaria del futuro ex-presidente e per le sue elezioni troppo bene orchestrate (3), cercavano di capire cosa bollisse in pentola: quale tipo di regime politico, quale strategia socio-economica, quale «ideologia nazionale», quale rapporto con il mondo? Dove sta andando la Russia? Così il titolo di un rivisitazione aggiornata di queste problematiche, viste in una pluralità di angolazioni, operata da Aude Merlin, specialista del Caucaso e docente all'Università libera di Bruxelles (Ulb): «Le proiezioni teleologiche (4) in termini di transizione democratica non hanno resistito a una realtà che si sottraeva ogni volta che si cercava di ingabbiarla in un concetto». Da questo fallimento sorge una lista di domande: «Siamo forse in una fase di "restaurazione", in un periodo di pausa sulla via della democratizzazione, e/o in ciò che alcuni osservatori indicano come una forma tutta russa di «democrazia sovrana(5)»? L'autrice fornisce elementi di risposta in un'analisi molto originale del federalismo russo messo alla prova del Caucaso e della Cecenia, distrutta e ricostruita, ferita (6). Possiamo parlare di uno «stato di diritto» in Russia? Sì, se si tratta di definire il nuovo paradigma ufficiale. No «se si parla del concetto autentico di democrazia liberale», ritiene Katlijn Malfiets, docente all'università di Lovanio. Secondo lei, l'«ordine autocratico» sopravvive nella Russia post-sovietica, la proprietà privata non è stata garantita. Ci sarebbe quindi una permanenza del «regime patrimoniale», dove proprietà e potere si confondono. Cédric Durand, ricercatore presso il Centro studi delle forme dell'industrializzazione (Cemi-Ehess) intravede un «ritorno dello stato produttore» nei settori strategici (energia, metalli, auto, ecc.), mentre si lasciano al campo privato la siderurgia, la chimica e l'alluminio, che generano «imprese di dimensione mondiale». Con o senza partecipazione statale, aggiunge Durand, «il consolidamento dei profitti industriali» dovrebbe «preservare un apparato produttivo nazionale autonomo da quanto viene letto dalle autorità come una minaccia di subordinazione nei confronti delle imprese straniere». Sfumatura importante: «L'estensione della proprietà pubblica, da un punto di vista formale rispetta, le regole del mercato, il che rende il processo in corso ampiamente reversibile. Di più, nessuna dinamica popolare alimenta un processo di trasformazione sociale del tipo di quelle registrate in Bolivia o nel Venezuela». Ma «dove va (e come va) la Russia?». Essa è destinata a migliorare, secondo alcuni economisti che remano controcorrente. «Irresistibile movimento di crescita - osserva Jean-Pierre Pagé, un economista specializzato sull'Europa dell'Est - per l'insieme dell'Europa centrale e orientale, impegnata verso un recupero e uno sviluppo (ma) sullo fondo di una crisi finanziaria mondiale» che potrebbe compromettere questa schiarita. Indubbiamente le disuguaglianze sociali e regionali si inaspriscono. Tuttavia la Russia «ha avviato una svolta radicale» verso una «politica più interventista che include il concetto controverso di politica industriale». A forza di inseguire il «neosovietismo», si sottovaluta il cammino percorso Si tratta di una scelta che l'analisi di Jacques Sapir, direttore di studi presso l'École des hautes études en sciences sociales (Ehess), legittima. Per questo profondo intenditore delle economie sovietica e russa, la forte crescita russa degli anni 2000, che ha permesso di ritrovare il livello del 1991 dopo il calo negli anni '90, non è dovuta alle esportazioni (soprattutto di petrolio e di gas) come si pretende comunemente. Essa è retta soprattutto dalla dinamica delle attività interne. Sapir scorge l'emergenza di una economia capitalistica avanzata, ma orientata dallo stato verso alcune «priorità di sviluppo». Inutile sottolineare che il dibattito si svolge in un paese profondamente sconvolto. Alcuni, troppo preoccupati di individuare tracce di «neosovietismo», sottovalutano il cammino compiuto. Il volume ormai classico, e debitamente aggiornato, del geografo Jean Radvanyi, illustra perfettamente la geografia del cambiamento (e delle continuità). L'esplosione del terziario, l'opulenza dei centri urbani, l'affermazione di una classe media, la «convalescenza dolorosa» dell'industria, la minacciosissima crisi demografica (7), le disparità regionali, e per finire le nuove migrazioni, tutto ciò ha modificato il paesaggio russo, rimodellato i comportamenti e le mentalità. Secondo questo autore, il cambiamento politico è meno evidente sul fronte della limitazione delle libertà e della «ingiunzione patriottica» di Putin, che non risparmia la classe dei geografi, fatti oggetto di pressioni politiche, così come gli storici o i giornalisti. Secondo la sociologa Myriam Désert, le identità sociali perdute e le delusioni spiegano ampiamente la passività politica, i partiti non sono bene accettati da una società che non vi si sente rappresentata, il ritiro dello stato, salutato a Ovest «come la fine del totalitarismo», è vissuto dai Russi come un abbandono. L'impossibilità di ricorrere in giudizio fa sì che molti si rivolgono ai servizi di sicurezza (Fsb, ex-Kgb) per risolvere i problemi di vita quotidiana (8). Difficile cogliere la complessità del «post-sovietismo» per quanti credevano fortemente in una «transizione democratica» in Russia e che, disorientati, riparlano di «totalitarismo». La cremlinologia non ha abbandonato i contorni descritti dallo storico Moshe Lewin: «Focalizzarsi sui dirigenti [oggi: le élite] e studiare l'Urss [la Russia] solo dal punto di vista del suo statuto di stato 'non democratico', con un censimento infinito di tutti i tratti che denotano questa assenza di democrazia, invece di cercare di capire la sua realtà (9)». Lontano da questo atteggiamento, Gilles Favarel-Garrigues, ricercatore presso il Centre d'études et de recherches internationales (Ceri), studia «l'illegalismo economico (10)», termine che l'autore preferisce a quello di «criminalità», poco chiaro nella legislazione sovietica. Applicato al contesto dell'economia pianificata di scarsità e della sua ombra, l'economia parallela, questo concetto preso a prestito da Michel Foucault consente di cogliere uno «spazio di tolleranza» in cui le pratiche economiche illecite sono assieme represse, inevitabili e «gestite» in modo differenziato. Il periodo studiato (gli anni 1960-'90) consente di individuare le «continuità», nonostante «la grande cesura» del 1991. Grazie ai nuovi archivi e all'abbandono della griglia «totalitaria», l'autore rompe lo schema di uno «stato poliziesco» in cui contavano soltanto i discorsi e gli ordini del potere: «Il poliziotto sovietico deve essere considerato come street-level bureaucrat, vale a dire un agente la cui attività riguarda la gestione permanente di dilemmi legati alla volontà di applicare gli ordini dall'alto pur rispondendo alle domande degli amministrati». Imprese, funzionari, cittadini, a ogni livello, devono necessariamente aggirare le regole per far fronte ai propri obblighi. Ma le privatizzazioni degli anni 1985-1995 sconvolgono la situazione, i pionieri del capitalismo approfittano delle imperfezioni del sistema normativo, mentre la legislazione penale è in ritardo e i poliziotti conservano la loro routine professionale. Allo stesso tempo, questi scoprono il «valore di mercato» delle proprie competenze. Risultato: una rete di «relazioni ambivalenti» (e di collusioni) tra servizi repressivi e imprenditori. Boris Eltsin ha instaurato un regime preesidenzialista che il suo successore ha perfezionato La vulnerabilità legale di questi ultimi è peraltro sfruttata dai dirigenti politici. A farne le spese è stato l'ex padrone di Yukos, Mikhail Khodorkovski, mentre tutti gli oligarchi sanno dell'esistenza di «pesanti fascicoli» a loro carico, suscettibili di essere usati contro di loro in ogni momento. Con questa panoramica storica della criminalità e delle «mafie», oggetto di tanti fantasmi, Favarel-Garrigues mostra come l'analisi del processo post-sovietico richieda nuovi lumi sul passato sovietico. La sua opera è indispensabile per capire la genesi del capitalismo russo. «Dove va la Russia?» La domanda spinge inoltre a chiedersi quale regime politico sarebbe in grado di affermare «la sicurezza e la stabilità» auspicate dalla grande maggioranza, secondo tutti i sondaggi. Secondo Vladimir Guelman, docente di scienze politiche all'Università europea di San Pietroburgo (che partecipa al volume curato da Aude Merlin), il potere è diviso tra due opzioni. La prima è quella del «partito dominante», di lunga durata, paragonabile alla situazione del Partito rivoluzionario istituzionale (Pri) in Messico - esempio ricorrente - , del partito liberale in Giappone dopo il 1945, o della socialdemocrazia svedese. L'altra variante, preferita dagli siloviki (quadri del Fsb e dell'esercito) ma non senza rischio (di purghe) per le élite, sarebbe un regime «personalizzato» come quello dei presidenti Aleksandr Lukachenko in Bielorussia e Hugo Chávez in Venezuela. Ma «chi dirige la Russia già da oggi?» In un libro esplosivo e ricco di nuove piste concettuali, Jean-Robert Raviot, docente all'università di Nanterre e a Sciences-Po a Parigi, liquida il mito del «Kgb al potere» pur sottolineando la forza crescente dei quadri dell'esercito e dei servizi. Egli parla di «democrazia gestita» o «non-competitiva» a proposito del regime in via di formazione, nata quando il primo presidente, Boris Eltsin, affrontando il golpe dell'agosto 1991, conquista le prerogative regali di capo di stato anche prima che questo stato esista - l'Urss non sarebbe stata sciolta prima del dicembre. In pieno conflitto di legittimità quando il parlamento respinge le riforme radicali di mercato, nell'ottobre 1993 questo leader «cesarista» reagisce con un assalto micidiale al parlamento stesso, provocando oltre un centinaio di vittime. Instaura così un «regime presidenzialista» che sarà perfezionato dal suo successore, Putin, con la sua «verticale del potere», ultima metamorfosi del «cremlinocentrismo». Questa continuità si ripresenta nell'analisi dell'«élite di potere». La quale sarebbe oggi «la coda della comete della nomenklatura sovietica» e la prima generazione di una «corporatura» - parola costruita come quella di nomenklatura - che ricorda la nobiltà di servizio sotto gli zar. Ma, per l'autore, questa nuova élite è essa stessa «di tran-sizione». Resta da vedere se aiuterà l'attuazione dei progetti nazionali di sviluppo propagandati dal Cremlino, o se si comporterà come una «sezione russa della iperborghesia globalizzata». Due sociologi, Anne Le Huérou e Elisabeth Sieca-Kozlowski, con un collettivo europeo, descrivono i sintomi del patriottismo esaltato, del militarismo e del razzismo, addirittura della «clericalizzazione» (da parte della Chiesa ortodossa) in un paese fortemente segnato dai conflitti devastanti in Cecenia. Retaggi del militarismo sovietico, riavvicinamenti complici (se non riusciti) tra Chiesa ed esercito, demonizzazione del nemico al cinema (la Cecenia, così come il tedesco della seconda guerra mondiale), sarebbero, tra altri, gli ingredienti di una cultura militar-patriottica incoraggiata da Putin. «Il racconto di una nazione che lotta per la sopravvivenza contro un nemico dal machiavellismo irreversibile è sempre lo stesso». Manfred Sapper, redattore capo della rivista Ost-Europa, nella sua diagnosi dello «spirito bellicoso della Russia», rileva che la popolazione si rifiuta di ammettere la perdita dello statuto di «grande potenza», la quale potrebbe ormai avvalersi soltanto del suo potenziale nucleare. E sperare, quindi, che l'élite politica eviti di «confondere stato forte e stato di violenza». Qui prende forma l'immagine di una Russia davvero minacciosa per il mondo esterno. Una Russia «rossa e nera», se non «rosso-bruna»? Alcuni oppositori russi già parlano di Russia «fascista», o addirittura «nazista». Riferendosi a Pierre André-Taguieff, un volume curato da Marlène Laruelle prende a bersaglio il «nazionalismo russo», un concetto vago per un fenomeno disuguale: l'autore pretende di riunire, senza confonderli, lo statalismo tradizionale in Russia (da cui deriva l'attuale «patriottismo economico») e il nazionalismo etnico o razzista, relativamente inedito e marginale. Descritto in cerchi concentrici, il campo politico nazionalista insedia quindi al centro uomini di potere come Putin o Evgheni Primakov. La presentazione del secondo cerchio poggia su un amalgama tra il Partito comunista di Guennadi Ziuganov (collocato all'estrema destra secondo uno degli autori), la formazione «più anticomunista» (sic) di Vladimir Jirinovski (11) e il movimento pluralista Rodina (12). Il terzo cerchio ingloba l'Unità nazionale russa (Aleksandr Barkachov) neonazista e il Partito nazional-bolscevico (Eduard Limonov), entrambi detti «neofascisti» mentre alcune passerelle li collegano con l'estrema sinistra e l'anarchismo. Infine, la periferia, oscura foresta in cui pullulano uccelli esotici di cattivo augurio: hitleriani, eurasiani, neo-pagani, «arianisti» apertamente razzisti. Diversi autori, molto eruditi, dicono di intravedere «origini sovietiche» in tutte queste specie. La loro influenza sarebbe reale nelle sfere dirigenti, forse sedotte da una «utopia anti-occidentale», in particolare l'eurasismo raccomandato da Aleksandr Douguin, temibile figura emblematica della Nuova destra russa, legata alla sua omologa europea. Manca forse a questo lavoro un capitolo, significativamente assente in tutti i libri su «gli estremismi». Potrebbe parlarci dell'integrismo neo-liberale - del tipo Aslund-Sachs-Gaidar (o Hayek-Friedman-Pinochet): la seduzione che ha esercitato sui democratici russi e le violenze imposte alla società post-sovietica hanno preceduto le reazioni stigmatizzate come «nazionaliste» o «populiste». Sarebbe stato interessante peraltro spiegare il riavvicinamento del partito di Milonov (ufficialmente vietato dall'aprile 2007) all'area di Altra Russia del liberalissimo Gary Kasparov, sostenuto dalla fondazione americana National Endowment for Democracy. Su tutte le loro manifestazioni anti-Putin, nel 2007, aleggiava la bandiera nazional-bolscevica che Marlène Laruelle e il suo editore hanno scelto per la copertina del loro libro, sebbene questo esibizionismo politico non faccia che aggravare la confusione (13). Ma che succede a questa incerta Russia di fronte alle sfide del mondo globalizzato? In poche pagine, informazioni fondamentali, attuali, equilibrate, un centinaio di carte e infografie inedite: ecco l'Atlas, atlante dello specialista in geopolitica e docente all'università Lyon II, Pascal Marchand, un'opera indispensabile. La Russia, una «fenice geopolitica»? Il rilancio industriale, energetico e spaziale, il disindebitamento, il recente afflusso di investimenti esteri, il «riequilibrio» del controllo del territorio, figurano a favore di una risposta positiva. Tuttavia esistono difficoltà ben note, e per prima la crisi demografica, ma anche la «dipendenza» energetica della Russia che ha bisogno di investimenti e di nuovi sbocchi, senza dire dei rischi di calo nella produzione di petrolio e di gas se le infrastrutture non saranno modernizzate. L'energia è sprecata e inoltre venduta a prezzi interni irrisori: il gas a 30 dollari per mille metri cubi, contro 240 sui mercati occidentali; anche l'elettricità ha prezzi bassi - tutto ciò «per proteggere il consumatore», ma a scapito della redditività sulla quale dovrebbero poter contare gli investitori esteri. La potenza ritrovata della Russia sulla scena internazionale non genera vera grandezza Inoltre la Russia deve far fronte alle pressioni degli Stati uniti e dell'Europa che, per aggirarlo, organizzano nello spazio post-sovietico nuovi percorsi per l'avviamento del petrolio e del gas: la Russia si ritrova «accerchiata» dall'espansionismo della Nato e dell'Ue. Di conseguenza la sicurezza del paese è ridiventata una preoccupazione dopo l'intervento occidentale in Kosovo (1999). Da questa data le tensioni si sono acuite, in particolare con le «rivoluzioni colorate» degli anni 2003-2004 (Georgia, Ucraina, Kirghizistan) (14). Che sia stata questa «minaccia», sottolineata dall'allargamento effettivo della Nato e dell'Ue nello spazio post-sovietico, a determinare «l'irrigidimento anti-occidentale del Cremlino»? O non sarebbe stato piuttosto l'aumento dei prezzi all'esportazione degli idrocarburi ad aver suggerito l'idea di una potenza energetica offensiva? Anne de Tinguy, docente universitaria, legata all'Inalco e al Ceri, e i suoi co-autori privilegiano la seconda ipotesi. Le «rivoluzioni», gli «oleodotti alternativi (15)» l'arrivo nella ex-Urss di «nuovi attori» (Stati uniti, Cina, Turchia, Unione europea, grandi imprese internazionali) e il passaggio all'Ovest della Georgia e dell'Ucraina, segnalano per la Russia la fine del suo «Impero», cosa che essa rifiuta di ammettere. Qui la critica della politica putiniana non si colloca nella consueta requisitoria: confronta i discorsi di «grandezza» del Cremlino con i risultati effettivi della diplomazia russa. Ci si accorge che nonostante un ritorno sulla scena internazionale, la «potenza ritrovata» in realtà risulta inconsistente e quindi non genera una vera «grandezza». Non ha colto alcune delle possibilità di integrazione in Occidente (per le quali militava la squadra Eltsin-Kozyrev) (16)e si ritrova isolata, «senza amici», incapace di intervenire in modo costruttivo nella evoluzione mondiale. Il libro si presenta, sottilmente, come una specie di «consiglio» al «successore del presidente Putin» affinché egli modifichi la sua linea. Ma Dmitri Medvedev è in grado di ascoltare un tale consiglio (17)? Al lavoro diretto da Anne de Tinguy manca una dimensione: i «nuovi attori» dello spazio ex-sovietico, in particolare gli Stati uniti, i loro obiettivi e strategie, gli strumenti predisposti per «respingere la Russia», anche dall'interno, attraverso reti di fondazioni e di Ong che operano per «radicare la democrazia» nello spazio post-sovietico. Una ricerca in questo senso ci direbbe se le preoccupazioni dei russi circa le minacce che pesano sulla loro sovranità, le loro risorse, la loro integrità territoriale, si collocano, o meno, soltanto nel quadro della «teoria del complotto». La «svolta decisiva» di Putin nelle sue relazioni con i rivali euro-atlantici risale al 2003: con l'arresto di Khodorkovski, preludio allo smantellamento del suo gruppo petrolifero Yukos. Perché quest'ultimo avrebbe potuto fondersi con Sibneft per formare un gruppo gigante con il 40% di capitali americani (Exxon-Mobil) che avrebbe dominato i petroli siberiani. Oltretutto, il padrone di Yukos, che finanziava i partiti all'opposizione e intratteneva ottimi rapporti con l'amministrazione Bush, si sarebbe candidato all'elezione presidenziale nel marzo 2008... Facile immaginare quanto sarebbe cambiato il destino della Russia se il presidente Putin non avesse «infranto il sogno». note:
(1) Cfr. Hélène Despic-Popovic, Libération, Parigi, 2-3 febbraio 2008. (2) Rispettivamente, «Il Kgb si rivede», «La Russia si rivede», «Gazprom si rivede». (3) Le elezioni legislative del 2 dicembre 2007 hanno assicurato il trionfo del partito del potere, Russia unita; le presidenziali del 2 marzo 2008 hanno coronato il candidato-presidente Dmitri Medvedev, appoggiato da Putin, rimane sempre l'uomo forte. (4) Che riguardano la finalità. (5) Questa formula è di Vladislav Surkov, un ideologo del Cremlino, dove tuttavia non sembra fare l'unanimità. (6) Cfr. Anche il suo reportage e la sua inchiesta in Cecenia in La Revue nouvelle, n° 12, Bruxelles, dicembre 2007. (7) Dal 1992 al 2006, la popolazione è passata da 148,7 a 142,2 milioni: la speranza di vita alla nascita è caduta da 69,19 a 65,30 anni tra il 1990 e il 2005 (Radvanyi). La popolazione sarebbe di 141.3777 milioni nel 2007, il tasso di mortalità infantile di 11,06 per mille (statistiche Mondales.com - gennaio 2008). Secondo un rapporto delle Nazioni unite, la Russia avrebbe 137 milioni di abitanti nel 2025. (8) Myriam Désert, «Les nouveaux Russes», in Questions internationales, n° 27, «La Russie», La Documentation française, Parigi, sttembre-ottobre 2007. (9) Moshe Lewin, Le Siècle soviétique, Fayard-Le Monde diplomatique, Parigi, 2003, p. 13. (10) Si tratta di tutte le forme di illegalità, comprese quelle che praticavano e/o tolleravano i dirigenti. (11) Il Partito liberal-democratico di Russia, sostenitore del liberalismo, anticomunista e ultranazionalista. (12) Questa nebulosa elettorale ha riunito una sinistra socializzante e una destra nazionalista. (13) Questa bandiera ricorda quella nazista, rossa con un cerchio bianco, ma è caricata ridicolmente da una simbologia comunista e ostenta al centro, non la croce uncinata, ma una falce e un martello. (14) Leggere Vicken Cheterian, «Révolutions en trompe-l'oeil à l'Est», Le Monde diplomatique, ottobre 1995. (15) Leggere Régis Genté, «Dal Caucaso all'Asia centrale, gas e petrolio nel 'grand jeu'», Le Monde diplomatique/il manifesto, giugno 2007. (16) Andrej Kozyrev, ministro degli esteri dal 1991 al 1996, «pro-occidentale», è stato sostituito nel 1996 dal «centrista» Primakov. (17) La «fabbrica della politica estera russa» è oggetto di una brillante ricerca di Vladimir Baranovsky, co-drettore del celebre Istituto dell'economia mondiale e delle relazioni internazionali (Imemo) che fu negli anni '80 una delle fucine di precursori della perestrojka. (Traduzione di M.G.G.) |