IL LUNGO CAMMINO DEGLI HARATI
Mauritania, gli eredi della schiavitù
Costantemente menzionata sulla stampa internazionale, la questione della schiavitù in Mauritania scuote e colpisce. Spesso si dimentica, però, che l'insieme dei gruppi etnici del paese hanno tradizionalmente mantenuto al proprio interno dei sistemi di produzione fondati sullo schiavismo. L'immagine comune in Occidente dei"bianchi" che opprimono crudelmente i poveri"neri" qui perde la sua nitidezza.
di AMEL DADDAH*
Perché padroni e schiavi soninke non possono ancora riposare nello stesso cimitero? Perché gli schiavi halpularen beneficiano di un accesso limitato alla terra, che rappresenta, all'interno della loro comunità, la principale fonte di emancipazione economica? Perché in queste due etnie, principali componenti della minoranza afro-mauritana, viene ancora oggi giudicato scandaloso e indecente che un uomo di origine servile voglia prendere in sposa una donna non appartenente alla sua casta?
La vera specificità dell'ordine arabo-berbero o mauri in Mauritania, non deriva dalle pratiche schiaviste che qui erano e per alcuni lo sono tuttora (1) abituali, ma dal grado di diffusione di una pratica generale (2), come si può constatare per la comunità harati, vasta popolazione di schiavi mauri"liberati" e dei loro discendenti.
Né il comunicato ufficiale del Comitato militare di salvezza nazionale, che nel 1980 aboliva per la terza volta la schiavitù in Mauritania (3), né l'accesso, a partire dal 1984, di uomini harati a posti governativi, hanno modificato in profondità le sorti di questa comunità, che costituisce oltre la metà della popolazione mauritana di etnia mauri ovvero il 30-35% circa della popolazione nazionale .
Nel contesto agricolo, così come nei grandi centri urbani del paese (dove, a causa della siccità, negli ultimi due decenni gli harati si sono confusi massicciamente al flusso dell'esodo rurale), questo gruppo costituisce una parte della società tradizionale una casta nel sistema sociale mauri. La situazione degli harati assomiglia a quella di una classe sociale posta al fondo della scala socioeconomica contemporanea: nel passaggio dal sistema tradizionale a quello moderno, gli harati sono rimasti poveri tra i poveri. E nella percezione dei loro concittadini, e anche di loro stessi, restano di"basso livello" sociale. Lo spirito della riforma agraria del 1983 potenzialmente un formidabile strumento a sostegno dell'emancipazione harati ha molto sofferto per il peso del clientelismo statale, dominato da notabili tribali e, di recente, da gruppi di pressione economica.
In particolare, nella bassa e media valle del fiume Senegal, lo sviluppo dell'agricoltura irrigua ha prodotto uno sviluppo della risicoltura, su medie e grandi proprietà, gestite da uomini d'affari mauri venuti dalle città. Scelta discutibile, tanto dal punto di vista ecologico quanto da quello economico, la risicoltura ha sostituito un po' alla volta le piccole unità di produzione tradizionali (culture pluviali e da riporto). Le popolazioni autoctone, invece, indebitate e perse nel dedalo amministrativo delle procedure di attribuzione di concessioni o delle domande di finanziamenti, si ritrovano spesso, al servizio dei nuovi proprietari, a svolgere lavori da operai agricoli.
Questa fragile sicurezza fondiaria dei piccoli coltivatori indebolisce certamente l'insieme della popolazione rurale mauritana, senza distinzione di casta né di etnia. La popolazione harati, già svantaggiata per un minore accesso alla scolarizzazione di base e per la mancanza di risorse, incontra difficoltà ancora maggiori quando tenta di pianificare e gestire il proprio sviluppo. Nella regione del Gorgol, per esempio (4), gli harati che traggono il loro sostentamento dalle culture pluviali non hanno altra scelta che quella di affidarsi alle autorità locali tradizionali, rafforzando ancora di più la loro dipendenza nei confronti degli antichi padroni e, più in generale, dei gruppi tribali di origine. Gli harati, spinti verso le città, sono diventati onnipresenti nel settore informale, che si è notevolmente sviluppato a partire dagli anni '80. In un primo momento sono stati impiegati come mano d'opera non qualificata o come"personale domestico".
Oggi svolgono molto piccoli mestieri: macellai, lavandai, carrettieri, autisti di autobus o di taxi, venditori di legumi, e così via. Tra gli harati però, gli imprenditori che hanno raggiunto un certo livello di fatturato, si contano sulle dita di una mano... A Nouakchott, la grande maggioranza dei membri di questa comunità resta concentrata nella kebba (la baraccopoli, letteralmente"immondezzaio"). E se in questo paese la grande povertà non è appannaggio esclusivo di nessun gruppo, un harati avrà più possibilità di essere molto povero e sarà meno attrezzato per tentare di modificare la sua condizione.
Sotto il regime del Partito del popolo mauritano (Ppm), il presidente Moktar Ould Daddah aveva ritenuto opportuno mettere"provvisoriamente" da parte il dossier sulla schiavitù. Nel 1978, tre mesi prima di essere destituito dai militari, avrebbe detto a un dirigente del Movimento di liberazione ed emancipazione degli harati (meglio noto come El Hor Uomo libero):"Il problema della schiavitù in Mauritania può essere risolto in due modi: o da una rivoluzione sanguinosa, per la quale il paese non ha i mezzi, o con una lenta evoluzione della società, prodotta dallo sviluppo economico, e questo si sta realizzando. La prova è che i proprietari di schiavi, che un tempo dicevano i nostri schiavi, da qualche anno sono imbarazzati e per esprimersi cercano delle perifrasi. In ogni caso non possiamo affrontare i feudatari su questo terreno nel momento in cui il paese è in pericolo [riferendosi alla guerra del Sahara], anche se il problema ci preoccupa..." (5).
Diciassette anni dopo essere stato promulgato, al testo di legge che sancisce l'abolizione della schiavitù in Mauritania non è ancora seguito un decreto di applicazione. Una tale lentezza non è priva di relazione con l'importanza dell'identità islamica, strumento di legittimazione del potere: rimettere in questione la legittimità della schiavitù minaccerebbe i precetti dell'islam, religione ufficiale di stato, condivisa dall'insieme dei mauritani. D'altronde, questa tensione è ben illustrata dal tenore stesso della famosa ordinanza del 1981 probabilmente la più breve della Repubblica nella quale l'articolo più significativo ufficializza il principio del risarcimento dei padroni, senza prevedere però"[...] nessuna misura a favore della liberazione degli schiavi per farli diventare dei mauritani di prim'ordine, ovvero dei cittadini sottomessi agli stessi obblighi e titolari degli stessi diritti di tutti gli altri cittadini (6)".
Un dossier"proibito" L'opposizione non sembra molto disposta a modificare la situazione: i suoi dirigenti si sono finora astenuti dal sottolineare nei propri discorsi il fatto evidente, ma contrario alla tradizione del paese che l'islam sconsiglia fortemente la riduzione in schiavitù dei musulmani.
Il processo, vero o presunto, di democratizzazione del regime a partire dal 1991, ha rinforzato, attraverso strategie elettorali, la rete di obbedienza tribale, regionale ed etnica. Nel dossier sulla schiavitù, la principale concessione del potere è stata di diffondere nell'opinione pubblica una teoria inizialmente lanciata dal Comitato nazionale per l'eliminazione delle conseguenze della schiavitù in Mauritania (Cnesem), la cui preoccupazione è di cancellare dal linguaggio ogni elemento di particolarismo all'interno del paese, soprattutto per quanto riguarda l'orientamento dei programmi pubblici (7).
Basterà dunque lottare contro la povertà"in generale" per fare degli harati dei cittadini a tutti gli effetti. Ipotesi questa, che non è mai stata confermata dal benché minimo studio...
L'associazione Sos-Schiavi ha tentato, al contrario, di dimostrare il ruolo avuto dalla pressione psicologica insita nello stato servile: una pressione insidiosa e forte capace di attenuare nello schiavo o in un suo discendente (qualunque sia la sua etnia!) la determinazione ad agire sul proprio futuro, ad avere proprie rivendicazioni. Anche in questo caso, comunque, si è in difetto per mancanza di chiarezza: l'amalgama tra la vasta questione harati e le residue pratiche schiaviste resta totale; e quando si tratta di denunciare queste pratiche ci si limita a qualche caso isolato, regolarmente utilizzato per tenere buoni gli stranieri. Di queste associazioni nessuna è stata ufficialmente riconosciuta. E se il signor Mohamed Salem Ould Merzoug, principale portavoce del Cnesem, è ministro delle risorse idriche e dell'energia, il signor Boubacar Ould Messoud, presidente di Sos-Schiavi, anch'egli membro della comunità harati, è stato condannato all'inizio di quest'anno a tredici mesi di prigione per... appartenenza ad associazione non riconosciuta! L'imputato, la cui sentenza è stata confermata il 24 marzo 1998 dalla Corte d'appello, ha, comunque, beneficiato lo stesso giorno di un condono di pena, concesso in occasione della riunione di Parigi del gruppo consultivo della Banca mondiale per la Mauritania e dell'arrivo del presidente americano Clinton, all'isola di Gorée, in Senegal, luogo storico della tratta dei Neri...
Questo arretramento"ufficiale" sul dossier della schiavitù come su quello delle minoranze etniche, quali gli afro-mauritani non deve nascondere che l'identità harati è in pieno cambiamento. E' nelle tende degli schiavi, che"si esprime con più forza una violenta critica ai padroni (8)", veicolata attraverso canti e racconti. Ma si tratta di una"resistenza non alla condizione stessa di schiavo ma ad una forma perversa dei normali rapporti tra schiavo e padrone, ad uno sfruttamento esasperato (9)".
Il sociologo Abdel Wedoud Ould Cheikh pensa che bisogna intanto"attenuare la miseria morale la miseria fisica è invece un elemento tradizionale della società mauri, comune a ogni classe degli schiavi spesso legati ai loro padroni [...] da legami sentimentali complessi e ambigui; si tratta di una sindrome dello zio Tom, un attaccamento allo stato servile che servirà facilmente in città a prolungare una dipendenza di origine classista e rurale, sotto forma di rapporti clientelari (10)".
La grande siccità degli anni '70, sconvolgendo l'equilibrio del sistema di produzione tradizionale, ha cominciato ad avviare questa"integrazione" del rapporto padrone-schiavo ed i giochi elettorali delle élite politiche stanno facendo il resto. Nel corso degli ultimi dieci, quindici anni, nelle zone rurali sono apparse forme più radicali di distacco degli harati. La moltiplicazione e la radicalizzazione dei conflitti fondiari rappresentano il segnale di una più forte determinazione da parte dei membri di questa comunità ad affermare il loro bisogno di giustizia.
Attualmente, nelle città dell'interno fino ai piccoli villaggi, coesistono una varietà di situazioni e di rapporti tra harati ed"ex" padroni: rapporti personali di dipendenza, rapporti di salariato o di produzione autonoma. Ma l'elemento nuovo viene soprattutto dai grandi centri urbani dove è più presente la dimensione di iniziativa individuale che ha fortemente accentuato il processo di scomposizione del legame tribale, intaccando, più che altrove, il peso della dipendenza psicologica. E visto che il ciclo annuale della migrazione harati resta caratterizzato da un ritorno alla campagna, dove forniscono la manodopera durante la stagione delle piogge, si può supporre che vi venga regolarmente trapiantato qualcosa della nascente cultura harati urbana. L'espressione politica di un tale processo era già percepibile durante le elezioni amministrative del 1990, se si considera la disinvoltura con la quale l'impetuoso Messaoud Ould Boulkheir, uomo politico harati, a Nouakchott, arrivava ad attrarre folle di gente, infrangendo, nello spazio di un incontro, le barriere tribali e regionali. Oggi, l'insieme della classe politica che ha più fiuto di quanto non sembri tiene conto di questo nuovo rapporto di forze, anche se si può fortemente dubitare che una vera emancipazione possa seguire le vie, spesso tortuose, della politica. Da un lato lo stato, nella sua dinamica di distribuzione di prebende, accorda ormai"pieno status" a qualche felice rappresentante harati; e dall'altro tra i grandi temi dell'opposizione figura ufficialmente la questione della cittadinanza harati. E tuttavia entrambe le parti si guardano bene dall'intervenire apertamente sulla questione. E solo a margine di questa logica attendista e prudente, i responsabili del partito d'opposizione Azione per il cambiamento (Ac), formazione atipica che associa principalmente harati e afro-mauritani, esprimono a volte una volontà di azioni politiche più radicali. Nello stesso tempo, però, esitano per il timore (fondato) di vedere i loro progetti demonizzati dagli avversari presso l'opinione pubblica dominante, quella mauri...
Nell'attesa, la dinamica di pauperizzazione esasperata della popolazione haratina continua, e con essa la possibilità di forme violente di partecipazione alle prossime crisi che travaglieranno il paese (11). La comunità haratina, segmento importante della maggioranza etnica con la quale si identifica culturalmente, è senza dubbio la più adatta ad emergere in avanscoperta nel processo di emancipazione, più delle minoranze traumatizzate da anni di repressione violenta e sistematica, che il paese non ha mai preso in considerazione.
note:
* Sociologo e giornalista.
(1) Quando i genitori si vedono separare con la forza dai figli, quando questi non hanno accesso alla propria eredità, o quando il lavoro, degli uni e degli altri, non è remunerato dai padroni- datori di lavoro...
(2) Nel contesto mauri, l'ingerenza meno marcata dell'autorità coloniale prima e, poi, la scelta di tollerare la schiavitù per ottenere in cambio l'appoggio delle autorità locali, hanno assicurato una più lunga autonomia al modo di vita tradizionale.
(3) La schiavitù è stata abolita una prima volta all'inizio del secolo dall'amministrazione coloniale, poi, nel 1960, dallo stato mauritano indipendente (affermazione di uguaglianza di tutti i mauritani davanti alla Costituzione), e da un comunicato del Comitato nazionale di salvezza nazionale (Cmsn) del 5 luglio 1980 (confermato con ordinanza N. 81-234 del 9 novembre 1981).
(4) La question foncière en Mauritanie. Terres et pouvoirs dans la région de Gorgol, L'Harmattan, Parigi, 1994.
(5) Citato da Mohamed Lemine Ould Ahmed, L'Abolition de l'esclavage en Mauritanie, tesi di laurea, Università di Dakar, 1983, pp.5-6.
(6) Mohamed Lemine Ould Ahmed, ibid, p.7. Prudenza e suscettibilità nel campo del potere sono stati esasperati, in questi ultimi anni, da campagne stampa straniere, in particolare quelle condotte da giornalisti e ricercatori afro-americani in cerca di sensazionalismi, imprigionati però nel proprio vissuto storico... Vedi come esempio Elinor Burkett,"God Created Me To Be a Slave", The New York Times, 12 ottobre 1997; o Ken Ringle,"Activists Say Slavery Exists In North Africa", The Washington Post, 14 marzo 1996, etc.
(7) Questa avversione per la nozione stessa di paticolarismo è certamente comprensibile da parte di chi non ha mai accettato il dramma del 1989, né le violente purghe etniche del 1990-1991, e da allora si accanisce a ignorare le sorti dei rifugiati afro-mauritani.
(8) Aline Tauzin,"Le gigot e l'encrier. Maitres et esclaves en Mauritanie à travers la littérature orale", Revue du monde musulman et de la Méditerranée, 51
(1), 1989, p.76.
(9) A. Tauzin, ibid. , p.87.
(10) Abdel Wedoud Ould Cheikh, Nomadisme, islam et pouvoir dans la societé maure précoloniale (XI-XIX siècle). Essai sur quelques aspects du tribalisme, tesi di dottorato, Parigi V, 1985, p.453.
(11) Si è già potuto constatare come la questione harati fosse particolarmente complicata dalla presenza di questo"altro culturale", il cittadino afro-mauritano che, in particolare nella valle del fiume Senegal, si pone in diretta competizione economica. Chi ha potuto dimenticare i pogrom urbani del aprile 1989, dove harati armati di bastoni si sono volontariamente messi al servizio dei capi mauri per"picchiare sul nero", arrivando a costituire il nocciolo duro degli squadristi nel corso di queste giornate di follia omicida? (Traduzione di L.B.)