«UN UOMO MORALE IN UN MONDO IMMORALE»

Albert Camus o l'inconscio coloniale


Dopo L'age des extrêmes, di Eric Hobsbawm, Le Monde diplomatique ha deciso di pubblicare - stavolta con la casa editrice Fayard - Cultura e imperialismo di Edward W. Said. In questo libro, anch'esso inedito in Francia* - il grande intellettuale americano-palestinese dimostra come le opere più importanti dei grandi scrittori occidentali non sfuggano alla mentalità coloniale del loro tempo. Un esempio: Albert Camus.
di Edward W. Said
Albert Camus è uno degli scrittori dell'Algeria francese che può giustamente essere definito di fama mondiale. Eppure, come era già accaduto nel caso di Jane Austen un secolo prima, anche con Camus i critici hanno ignorato la realtà dell'impero, così evidente nelle sue opere (...).
Camus è una figura di particolare rilievo nella terribile e caotica situazione delle colonie francesi durante il faticoso processo di decolonizzazione del Novecento. Egli appartiene al periodo finale dell'imperialismo al quale è sopravvissuto, sino ai giorni nostri, come scrittore «universalista» le cui radici affondano in un colonialismo ormai dimenticato. Ancor più interessante è, restrospettivamente, il suo rapporto con George Orwell. Come quest'ultimo, anche Camus divenne famoso scrivendo su questioni di particolare attualità negli '30 e '40: il fascismo, la guerra civile spagnola, la resistenza alla brutalità fascista, i temi della povertà e dell'ingiustizia sociale affrontati da un'ottica socialista, il rapporto tra scrittori e politica, il ruolo dell'intellettuale. Entrambi furono celebri per la chiarezza e la semplicità del loro stile - dovremmo ricordare la definizione di Roland Barthes, che ne Il grado zero della scrittura (1953) a proposito dello stile di Camus parlava di «écriture blanche» (1) - nonché per l'incontaminato acume delle acume delle loro posizioni politiche. L'analisi condotta da Orwell attraverso i suoi romanzi, sulla situazione del socialismo inglese ha assunto una qualità profetica (per chi lo ammira; sintomatica per chi non l'apprezza) nelle polemiche del periodo della Guerra Fredda; nel caso di Camus, le narrative della resistenza o dell'opposizione sia alla caducità della vita che al nazismo, oggi possono essere lette come parte del dibattito sul rapporto tra cultura e imperialismo. (...) Lo scrittore inglese viene rivendicato a intervalli regolari da intellettuali sia di destra che di sinistra. (...) Camus offre oggi meno spunti per i polemisti anglo-americani, ma nondimeno viene citato, nei dibattiti sul terrorismo e sul colonialismo, come critico, moralista politico e romanziere di talento.
Ma quel che più colpisce nel parallelismo tra Orwell e Camus è il fatto che entrambi siano divenuti figure esemplari delle rispettive culture, figure cioè il cui significato deriva dalla forza immediata del loro contesto narrativo che pure essi sembrano trascendere. Questa stessa osservazione emerge con forza da una descrizione di Camus posta alla fine di un agile saggio di Conor Cruise O'Brien su di lui, un'opera di demistificazione che per molti versi ricorda il saggio di Raymond Williams su Orwell (scritto del resto per la stessa collana, «Modern Masters») (2). Scrive O'Brien: «Forse nessuno scrittore europeo del suo tempo ha lasciato un segno tanto profondo sull'immaginazione e, al tempo stesso, sulla coscienza politica e morale della sua generazione e di quella successiva. Era intensamente europeo, perché apparteneva alla frontiera dell'Europa, ed era consapevole di una minaccia. La minaccia lo chiamava con un cenno. Lui si rifiutava, ma non senza combattere. Nessun altro scrittore, nemmeno Conrad, è altrettanto rappresentativo della consapevolezza e della coscienza occidentale in rapporto al mondo non-occidentale.
L'intimo dramma della sua opera risiede nello sviluppo di questo rapporto, sottoposto a pressioni e angosce sempre crescenti».
(...) Allo stesso modo, Conrad e Camus non sono semplici rappresentanti di un'entità così relativamente impalpabile come la «coscienza occidentale», quanto piuttosto della dominazione dell'Occidente sul mondo non-europeo.
Conrad dimostra, con infallibile energia, questo concetto astratto nel suo saggio La geografia e alcuni esploratori (3), in cui elogia le missioni degli esploratori britannici nell'Artide, e conclude poi con un esempio della sua personale «geografia militante»: «Mettendo il dito proprio sul centro del cuore allora bianco dell'Africa, dichiarai che un giorno o l'altro sarei andato laggiù». Ci andrà, come sappiamo, e redimerà quel gesto scrivendo Cuore di tenebra.
Il colonialismo occidentale, drammaticamente descritto da O'Brien e Conrad, è prima di tutto una penetrazione al di là delle frontiere europee e dentro il cuore di un'altra entità geografica; e, in secondo luogo, è specifico non di una astorica «coscienza occidentale (...) in rapporto al mondo non-occidentale» (la maggior parte degli indigeni africani o indiani ritenevano che il loro fardello avesse a che fare non tanto con la «coscienza occidentale» quanto con specifiche e concrete pratiche coloniali quali la schiavitù, l'espropriazione della terra ed eserciti dal comportamento criminale), bensì di un rapporto, laboriosamente costruito, in cui Francia e Gran Bretagna si definivano «l'Occidente» in relazione alle popolazioni sottomesse e inferiori di un «mondo non-occidentale» largamente sottosviluppato e inerte. (...) O'Brien solleva poi Camus dall'imbarazzo in cui egli stesso lo ha messo, sottolineando il privilegio della sua esperienza individuale.
È una tattica per la quale possiamo avere una certa simpatia poiché, quale che fosse la sventurata natura collettiva del comportamento dei colon francesi in Algeria, non c'è ragione di farne gravare la responsabilità sulle spalle di Camus. Basti ricordare che l'educazione esclusivamente francese ricevuta in Algeria (assai ben descritta nella biografia dello scrittore Herbert Lottman) (4) non gli impedì di produrre, prima della guerra, un celebre rapporto sulle miserie del luogo, di cui il colonialismo francese era in larga parte responsabile.
Abbiamo dunque, un uomo dotato di senso morale, in una situazione immorale. Al centro dell'opera di Camus c'è l'individuo in un preciso contesto sociale: è un'osservazione che vale sia per Lo straniero che per La peste e La caduta. Egli esalta l'accettazione di sé, la maturità disincantata e la fermezza morale che si affermano in una situazione difficile.
Occorre però sottolineare tre questioni metodologiche. La prima consiste nell'interrogare e decostruire la scelta dell'ambientazione geografica de Lo straniero (1942), de La peste (1947) e della serie di racconti estremamente interessante dal titolo L'esilio e il regno (1957).
Perché ambientare in Algeria dei racconti il cui principale referente (nel caso dei primi due) è sempre stato individuato nella Francia in generale, e nella Francia sotto l'occupazione nazista in particolare?
O'Brien va oltre rispetto alla maggior parte dei critici osservando che la scelta non è del tutto innocente e che in gran parte dei racconti (per esempio nella narrazione del processo di Meursault) vi è una surrettizia o inconsapevole giustificazione del regime francese, comunque un tentativo ideologico di renderlo accettabile. Ma nel cercare di stabilire una continuità tra Camus in quanto «artista solitario» e il colonialismo francese in Algeria, dobbiamo chiederci se anche le opere narrative di Camus non siano legate - traendone una certa ispirazione - a precedenti opere francesi più apertamente imperialiste. (...) La seconda osservazione di metodo riguarda il tipo di elementi necessari a portare avanti una critica dall'ottica più ampia, e la questione correlata di chi la debba esercitare. Un critico europeo con una inclinazione per la storia riterrà, probabilmente, che Camus rappresenti la coscienza francese, tragicamente immobilizzata, della crisi europea all'approssimarsi di uno dei grandi spartiacque della storia; se, come sembra, Camus riteneva che gli insediamenti dei colon potessero essere mantenuti e prorogati ben oltre il 1960 (l'anno della sua morte), egli ha commesso semplicemente un errore storico: i francesi infatti rinunciarono a tutti i possedimenti e a ogni pretesa sull'Algeria appena due anni dopo.
Per quanto concerne le allusioni all'Algeria contemporanea presenti nella sua opera, la preoccupazione generale di Camus è rivolta allo stato effettivo degli affari franco-algerini, non alla storia dei drammatici mutamenti a lungo termine nei rapporti tra i due paesi.
Se si eccettuano alcune occasioni, egli di solito ignora o trascura la storia, cosa che un algerino, per il quale la presenza dei francesi era una quotidiana usurpazione di potere, non avrebbe mai fatto.
Per un algerino, dunque, il 1962 avrebbe probabilmente segnato la fine di una lunga e tragica epoca storica, iniziata con l'arrivo dei francesi nel 1830, e il principio trionfale di una nuova fase.
Un modo analogo di interpretare i romanzi di Camus consisterebbe, dunque, nel leggerli come interventi appartenenti alla storia dell'impegno francese in Algeria per conquistarla e renderla francese, e non come romanzi che ci parlano dello stato d'animo dell'autore. Per poter giungere a una più piena comprensione del significato della lotta tra il nazionalismo algerino e il colonialismo francese sarebbe necessario mettere a confronto l'appropriazione di quella stessa storia da parte di Camus e le affermazioni dello scrittore con le storie scritte dagli algerini dopo l'indipendenza. E sarebbe corretto considerare l'opera di Camus storicamente affiliata sia all'avventura coloniale francese in sé (poiché egli era convinto che fosse immutabile), sia alla sua aperta opposizione all'indipendenza del paese. Questa prospettiva algerina potrebbe riuscire a sbloccare e a liberare aspetti nascosti, dati per scontati o negati dall'autore stesso.
Infine, per quanto riguarda i testi di Camus, così intensi e pregnanti, dobbiamo ricordare il grande valore metodologico dei dettagli, della costanza e della insistenza dello scrittore. La tendenza prevalente nei lettori è quella di associare i suoi romanzi a quelli francesi sulla Francia, non solo per il linguaggio e per la forma che sembrano derivare da antecedenti illustri come Adolphe o Trois Contes (5), ma anche perché la sua scelta di un'ambientazione algerina sembra secondaria rispetto alle pressanti questioni morali chiamate in causa.
A quasi mezzo secolo dalla loro pubblicazione, i suoi romanzi sono letti, quindi, come parabole della condizione umana.
È vero, Meursault uccide un arabo, ma questo arabo non è mai nominato, sembra non avere una storia, tanto meno una madre e un padre; è vero, sono gli arabi a morire di peste a Orano, ma anche questi non vengono mai nominati, mentre al centro della scena troviamo Rieux e Tarrou.
I testi andrebbero però letti - si sostiene - per la ricchezza di ciò che contengono, e non per quello che eventualmente ne è stato escluso. A questo vorrei obiettare che nei romanzi di Camus troviamo in realtà proprio quel che una volta si pensava ne fosse stato spazzato via - i dettagli sulla conquista imperiale francese, iniziata nel 1830, era ancora in corso durante la vita di Camus e aveva non poco influenzato anche le opere letterarie.
Questa interpretazione restauratrice non è animata da spirito di vendetta. Né intendo, a posteriori, biasimare Camus per aver nascosto, nei suoi romanzi, degli elementi riguardo l'Algeria che altrove, invece, come nei vari articoli raccolti nelle Chroniques algériennes, aveva fatto il possibile per illustrare. Ciò che a me interessa è leggere la narrativa di Camus come un elemento della geografia politica dell'Algeria, - frutto del lavoro di molte generazioni - così come era stata metodicamente costruita dalla Francia; ciò per meglio comprendere come essa possa fornirci un interessante resoconto della battaglia politica e interpretativa per rappresentare, abitare e possedere quel territorio - proprio nel momento in cui gli inglesi stavano lasciando l'India. La scrittura di Camus è improntata a una sensibilità coloniale straordinariamente fuori tempo, sotto certi aspetti paralizzata, che mette in scena un gesto imperialista all'interno e per mezzo di una forma, il romanzo realistico, che in Europa ha già superato il momento del suo massimo sviluppo. (...) A tale riguardo dovremmo tenere presente che la Rivoluzione algerina fu ufficialmente annunciata e avviata il 1 novembre 1954, ma che il massacro di civili e Sétif ad opera delle truppe francesi era avvenuto ben prima, nel maggio del 1945, e che negli anni ancora precedenti, quando Camus lavorava a Lo straniero, vi erano stati innumerevoli eventi della lunga e sanguinosa resistenza del nazionalismo algerino contro i francesi. Anche se era cresciuto in Algeria da giovane francese, secondo tutti i suoi biografi Camus aveva sempre vissuto circondato dai segnali del conflitto franco-algerino, gran parte dei quali egli sembra avere ignorato o, negli ultimi anni della sua vita, tradotto nel linguaggio, nell'immaginazione e nella concezione geografica di una singolare volontà francese di lottare per il controllo dell'Algeria contro i suoi abitanti musulmani. Nel 1957 il libro di François Mitterrand, Presence française et abandon (6) affermava come dato di fatto: «Senza l'Africa, la Francia nel XXI secolo non avrà storia».
Per collocare Camus in modo contrappuntistico nell'insieme della sua storia (e non solo in riferimento a un breve periodo) bisogna sempre tener presenti sia i suoi antecedenti francesi, che le opere dei romanzieri, degli storici, dei sociologi e dei politologi algerini del periodo post-coloniale. A tale riguardo, riscontriamo l'esistenza ancor oggi di una tradizione eurocentrica facilmente decifrabile (e persistente) che tende a bloccare ed escludere, a livello interpretativo, quel che Camus (e Mitterrand) avevano bloccato ed escluso riguardo all'Algeria; quel che lo scrittore e i personaggi da lui creati avevano cancellato. Quando, negli ultimi anni della sua vita, Camus si oppose pubblicamente e con veemenza alla richiesta di indipendenza per l'Algeria avanzata dai nazionalisti, lo fece allo stesso modo in cui aveva rappresentato il paese fin dall'inizio della sua carriera artistica, sebbene ora le sue parole riecheggiassero deprimenti accenti della retorica anglo-francese dell'impresa di Suez. I suoi commenti sul «colonnello Nasser», sull'imperialismo arabo e musulmano, ci sono familiari, ma la dichiarazione politica, severa e aliena da ogni compromesso che qui riportiamo, costituisce una sintesi delle posizioni da lui espresse in tutti i suoi scritti precedenti: «Per quel che concerne l'Algeria, l'indipendenza nazionale è una formula puramente passionale. Sinora non c'è mai stata una nazione algerina. Gli ebrei, i turchi, i greci, gli italiani o i berberi avrebbero ugual diritto di reclamare la direzione di questa nazione in potenza. Attualmente, gli arabi non formano da soli tutta l'Algeria.
L'importanza e l'antico insediamento della popolazione francese in particolare, bastano a creare un problema che non ha precedenti nella storia. Anche i francesi d'Algeria possono considerarsi, nel senso più stretto, indigeni. Si aggiunga che un'Algeria puramente araba non potrebbe accedere all'indipendenza economica, senza la quale l'indipendenza politica non è che un miraggio». (...) Ironicamente, ogni volta che, nei romanzi o nelle sue cronache, Camus ci racconta una storia, la presenza francese in Algeria viene resa o come una narrativa esterna, cioè un'essenza non soggetta al tempo né all'interpretazione (come Janine), oppure come la sola storia che valga la pena di essere narrata in quanto storia. (Com'è diversa, per tono e atteggiamento, la Sociologie de l'Algérie di Pierre Bourdieu (7), pubblicata anch'essa nel 1958, la cui analisi rifiuta le aride formule di Camus per parlare invece apertamente e direttamente di guerra coloniale come esito del conflitto tra due società). La volontà di ignorare la realtà algerina da parte di Camus spiega il fatto che l'autore non ci dica nulla dell'arabo ucciso da Meursault e che il senso di devastazione a Orano sia esplicitamente inteso a sottolineare non - in primo luogo - la morte di tanti arabi (il dato saliente dal punto di vista demografico) bensì la condizione psicologica dei francesi.
Un'interessante indagine realizzata da Manuela Semidei sui libri di testo adottati nelle scuole francesi, nel periodo che va dalla I guerra mondiale a poco dopo la II, (8) osserva che questi testi del periodo tra le due guerre mettono a confronto la superiore amministrazione coloniale francese con quella degli inglesi, a tutto vantaggio della prima ovviamente, e suggeriscono che i domini francesi siano governati senza il pregiudizio e il razzismo che contraddistinguono la controparte britannica. Dal 1930 in poi tale motivo è sempre più ricorrente.
I riferimenti agli episodi di violenza in Algeria, ad esempio, sono collocati in modo tale da dare l'impressione che le forze armate francesi siano state costrette ad assumere misure tanto sgradevoli a causa dell'«ardeur religieuse et par l'attrait du pillage» dei nativi. Ora, tuttavia, l'Algeria è divenuta una «nuova Francia»: prospera, piena di ottime scuole, ospedali e strade. Anche dopo l'indipendenza, la storia coloniale francese è vista come essenzialmente costruttiva, avendo posto le fondamenta di legami «fraterni» tra la nazione europea e le sue ex colonie.
Il fatto che al pubblico francese apparisse rilevante soltanto una delle due parti in conflitto, o che l'intera dinamica dell'insediamento coloniale e della resistenza indigena possa oscurare in modo imbarazzante l'attraente umanesimo di una grande tradizione europea, non è in sé motivo sufficiente per seguire questa corrente interpretativa, o per accettarne le costruzioni e le immagini ideologiche. Mi spingerei, addirittura, ad affermare che, proprio perché le più importanti opere narrative di Camus incorporano, riassumono in modo intransigente e, sotto molti aspetti, dipendono da un pervasivo discorso pubblico francese sull'Algeria, - un discorso che appartiene al linguaggio degli atteggiamenti imperialisti francesi e dei relativi riferimenti geografici - proprio per questo, dunque, le sue opere sono più e non meno interessanti. Il suo stile pulito, gli angosciosi dilemmi umani che mette a nudo, i dolorosi destini personali dei suoi personaggi che egli affronta con tanta finezza d'animo e misurata ironia - tutto ciò attinge e fa di fatto rivivere la storia della dominazione francese in Algeria, con circospetta precisione e con rimarchevole assenza di rimorsi e di compassione.
Ancora una volta dobbiamo recuperare l'interrelazione tra la geografia e il contesto politico proprio dove, nei romanzi, Camus la occulta sotto una sovrastruttura celebrata da Sartre come l'elemento che crea «un'atmosfera dell'assurdo». Sia Lo straniero che La peste parlano della morte di arabi, morti che illuminano e silenziosamente segnano le difficoltà incontrate dai personaggi francesi a livello di coscienza e di riflessione. Inoltre, la struttura della società civile, rappresentata in modo così vivido - gli uffici comunali, i tribunali, gli ospedali, i ristoranti, i circoli, gli spettacoli, le scuole - è prettamente francese, benché la popolazione amministrata sia prevalentemente non-francese. La corrispondenza tra il modo in cui ne scrive Camus e il modo in cui ne parlano i libri di testo francesi è impressionante: i romanzi e i racconti narrano il risultato di una vittoria ottenuta su una popolazione musulmana pacificata e decimata, i cui diritti sulla sua terra sono stati brutalmente decurtati. Confermando e consolidando in tal modo le priorità francesi, Camus non discute né dissente dalle campagne militari intraprese contro i musulmani algerini per oltre un secolo.
Al centro del conflitto c'è lo scontro militare, i cui primi grandi protagonisti furono il maresciallo Theodore Bugeaud e l'emiro Abdel Kader; il primo, un ufficiale rigido e crudele, la cui severità patriarcale verso i nativi algerini iniziò a manifestarsi nel 1836 in modo controllato, e sfociò poi una decina di anni più tardi in una politica di genocidio e di massiccia espropriazione territoriale. Il secondo, un mistico sufi, instancabile guerrigliero, attivissimo nel reclutare, addestrare e rimotivare le sue truppe contro un nemico invasore più forte e più moderno. Leggere i documenti dell'epoca - che siano le lettere, i proclami e i dispacci di Bugeaud (compilati e pubblicati più o meno nello stesso periodo de Lo straniero) o una edizione recente della poesia sufi di Abdel Qader, o ancora l'interessante ritratto psicologico della conquista, ricostruito dai diari e dalle lettere francesi negli anni '30 e '40 dell'Ottocento ad opera di Mustafa Lacheraf (veterano dell'Fln e, dopo l'indipendenza, docente all'Università di Algeri (9) - significa percepire la dinamica che ha reso inevitabile lo svilimento della presenza araba operato da Camus.
Il nucleo centrale della politica francese declinata da Bugeaud e dai suoi ufficiali era la razzia, i raid punitivi che colpivano villaggi, case, raccolti, donne e bambini algerini. «Bisogna impedire agli arabi - diceva Bugeaud - di seminare, raccogliere e pascolare le greggi» (10). Lacheraf ci fornisce degli esempi dell'esaltazione poetica registrata di volta in volta dagli ufficiali francesi all'opera, la loro sensazione di avere qui, finalmente, l'opportunità di una guerre à outrance, al di là di ogni moralità o necessità. Il generale Changarnier, ad esempio, descrive come un piacevole passatempo concesso alle sue truppe la razzia di pacifici villaggi; questo genere di attività è insegnato dalle scritture, spiega, quando Giosuè e altri grandi condottieri perpetravano «des bien terribles razzias» ed erano benedetti da Dio. Rovina, distruzione totale, brutalità senza compromessi, tutto è perdonato non soltanto perché legittimato da Dio ma perché, per usare parole echeggiate più e più volte da Bugeaud a Salan, «les Arabes ne comprennent que la force brutale» (11).
Alcuni, come Tocqueville, il quale aveva criticato duramente la politica americana verso i neri e gli indiani nativi, erano convinti che il progresso della civiltà europea dovesse di necessità passare attraverso le crudeltà inflitte agli indigène musulmani: nel suo pensiero, la conquista equivaleva alla grandezza della Francia. Tocqueville considerava l'islam sinonimo di «poligamia, esclusione delle donne, assenza di ogni vita politica, governi tirannici e onnipresenti che costringono gli uomini a nascondersi e a ricercare ogni soddisfazione solo all'interno della vita familiare». E poiché era convinto che tutti i nativi fossero nomadi, credeva anche che fosse opportuno «usare qualsiasi mezzo per ridurre la popolazione di queste tribù. Farei un'eccezione solo per quanto proibito dalle leggi internazionali e da quelle umanitarie».
(12) (...) I romanzi e i racconti di Camus distillano dunque con precisione le tradizioni, gli idiomi e le strategie culturali dell'appropriazione francese dell'Algeria. A questa diffusissima «struttura dei sentimenti» egli conferisce l'articolazione più squisita, la sua massima espressione.
Ma per individuare questa struttura, dobbiamo considerare le opere di Camus come una trasfigurazione metropolitana del dilemma coloniale: esse rappresentano il colon che scrive per un pubblico francese, e la cui storia personale è inscindibilmente legata a questo dipartimento meridionale della madrepatria; se la stessa storia si svolgesse in qualsiasi altra parte del mondo risulterebbe incomprensibile.
Eppure, le cerimonie di una unione con il territorio - eseguite da Meursault ad Algeri, da Tarrou e Rieux entro le mura di Orano, da Janine nel corso di una veglia sahariana - stimolano, ironicamente, nel lettore interrogativi circa la necessità di tali affermazioni.
Quando la violenza del passato francese viene così inconsapevolmente evocata, queste cerimonie diventano celebrazioni di sopravvivenza fortemente condensate: le celebrazioni di una comunità che non ha un posto dove andare.
La difficile situazione in cui versa Meursault è più radicale di quella degli altri. Perché, anche quand'anche credessimo che un tribunale costituito in modo illegale (come dice giustamente Conor Cruise O'Brien, è un posto ben improbabile per processare un francese che ha ucciso un arabo) fosse una struttura stabile è comunque lo stesso Meursault ad intuirne lo scopo; alla fine può così provare sollievo e allo stesso tempo anche un senso di sfida: («Avevo avuto ragione, avevo ancora ragione, avevo sempre ragione. Avevo vissuto in questo modo e avrei potuto vivere in quel modo. Avevo fatto questo e non avevo fatto quello. Non avevo fatto una tal cosa mentre ne avevo fatta una tal'altra. E poi? Era come se avessi atteso sempre quel minuto (...) e quell'alba in cui sarei stato giustiziato»).
Non c'È più scelta, non ci sono alternative, non ci sono sostituti umani. Il colon incarna non solo l'autentico sforzo umano della comunità di cui fa parte, ma anche l'ostacolo posto dal rifiuto sistematico a rinunciare ad un sistema politico ingiusto. La forza profondamente conflittuale della presa di coscienza suicida di Meursault poteva emergere soltanto da quella particolare comunità. Alla fine, egli accetta ciò che è e, tuttavia, comprende anche perché sua madre, confinata in un ospizio per vecchi, «si era presa un fidanzato» perché: «aveva giocato a ricominciare (...) Così vicina alla morte, la mamma doveva sentirsi libera e pronta a rivivere tutto». Abbiamo fatto quel che abbiamo fatto, qui, perciò non c'è ragione di smettere.
Questa ostinazione tragicamente priva di ogni sentimentalismo si trasforma nell'inflessibile capacità umana di generare e rigenerarsi in modo sempre nuovo.
I lettori di Camus hanno imputato a Lo straniero l'universalità di una umanità liberata, che affronta l'indifferenza cosmica e la crudeltà umana con impudente stoicismo. Ricollocare Lo straniero all'interno dei nessi geografici da cui emergono i suoi percorsi narrativi, significa interpretarlo come una forma più elevata di esperienza storica. Come l'opera e la condizione di Orwell in Inghilterra, anche lo stile essenziale di Camus e il tono scarno con cui descrive la situazione sociale nascondono contraddizioni di affascinante complessità, contraddizioni che non possono essere risolte semplicemente riconducendole, come hanno fatto i critici, ai sentimenti di lealtà dell'autore nei confronti dell'Algeria francese in quanto parabola della condizione umana.
Da questo dipende, tuttora, la sua reputazione sociale e letteraria.
Tuttavia, proprio perché un'alternativa c'era sempre stata - la sfida più difficile, quella di giudicare prima e respingere poi la conquista territoriale francese e il suo dominio politico, che di fatto impediva una comprensione, condivisa e tollerante, del nazionalismo algerino - i limiti di Camus ci sembrano paralizzanti oltre ogni misura. Paragonate alla letteratura della colonizzazione ad esse contemporanea, francese o araba che sia - Germaine Tillion, Kateb Yacine, Fanon o Genet - le opere narrative di Camus hanno una vitalità negativa, nella quale la tragica serietà umana profusa nell'impegno coloniale raggiunge la sua ultima, grande chiarificazione prima che la rovina abbia la meglio. Le sue opere esprimono una desolazione e una tristezza che ancora non abbiamo compreso fino in fondo, e dalla quale non ci si è ancora ripresi del tutto.
note:
* Il libro è stato pubblicato in Italia nel 1998 dalla Gamberetti Editrice, dalla cui edizione abbiamo tratto gli ampi stralci che pubblichiamo. Traduzione di Stefano Chiarini e Anna Tagliavini.
(1) Roland Barthes, Le Degré zéro de l'écriture, 1953; rist. Parigi, Gonthier, 1964, p.10 (Trad. it. Il grado zero della scrittura, Torino, Einaudi, 1982, p.56).
(2) Conor Cruise O'Brien, Albert Camus, Viking, New York, p.103.
(3) Joseph Conrad, Last Essays, Geography and Some Explorers, J.M.
Dent, Londra, 1926, pp. 10-17. (Trad. it. di Ugo Mursia «La geografia e alcuni esploratori» in Joseph Conrad, Opere varie, vol. V, Milano, Mursia, 1982, p.529).
(4) Herbert R. Lottman, Albert Camus: A Biography, New York, Doubleday, 1979.
(5) Benjamin Constant, Adolphe, Gallimard, Parigi, 1973; Gustave Flaubert, Trois contes, Seuil, Parigi, 1993.
(6) François Mitterrand, Présence française et abandon, Plon, Parigi, 1957.
(7) Pierre Bourdieu, Sociologie de l'Algérie, PUF, Parigi, 1985 (ried.)
(8) Manuela Semidei «De l'Empire à la décolonisation à travers les manuels scolaires», Revue française de sciences politiques, vol.
16, n.1, febbraio 1996.
(9) Mustafa Lacheraf, L'Algerie: Nation et societé, Parigi, Maspéro, 1965.
(10) Citato in Abdullah Laroui, The History of the Magreb: An interpretative Essay, Princeton University Press, 1977, p.301.
(11) M. Lacheraf, L'Algérie, op.cit., p. 92.
(12) Melvin Richter, «Tocqueville on Algeria», in Review of Politics 25, 1963, p.377.