Giustificata con la lotta al terrorismo, la rioccupazione da parte dell'esercito israeliano delle città autonome della Cisgiordania ha provocato un vero e proprio bagno di sangue. A quanto pare il vecchio generale Sharon, diventato primo ministro di Israele nel febbraio scorso, ha perso il pelo ma non il vizio.
Quasi cinquanta morti in nove giorni: è il bilancio dell'operazione lanciata dal primo ministro israeliano il 18 ottobre 2001, all'indomani dell'uccisione del ministro (dimissionario) del Turismo, Rehevan Zeevi. Come già aveva fatto subito dopo l'11 settembre, l'esercito israeliano ha rioccupato sei città autonome della Cisgiordania, fino a quando le pressioni americane ed europee lo hanno costretto, il 26 ottobre, ad annunciare il proprio ritiro. Nel frattempo ha imposto alla popolazione civile dei territori un vero e proprio clima d'assedio, «in violazione - come sottolineava il ministero degli Esteri francese - delle disposizioni del diritto umanitario internazionale»
(1).
Emblematica appare a questo proposito la sorte dell'ospedale della Santa famiglia di Betlemme, posto sotto la protezione francese ma colpito in più di un'occasione dalle cannonate dei carri armati israeliani.
Ma il peggio è avvenuto a Beit Rima. Per due giorni, il 23 e il 24 ottobre, i soldati israeliani, alla ricerca dei presunti killer del ministro del turismo, hanno occupato e chiuso ermeticamente questo villaggio autonomo della Cisgiordania, impedendovi l'accesso persino alle ambulanze. Il bilancio finale di questa «operazione» è stato di nove morti - fra cui cinque poliziotti palestinesi - e diverse decine di feriti. Quanto agli assassini di Rehevan Zeevi, lo Shin Bet (servzio di sicurezza israeliano) annunciava che erano stati arrestati «già da un po'», ossia prima dell'operazione nel villaggio...
Il debutto di Arik Il generale Sharon ignora la resistenza all'occupazione e alla repressione: conduce una «guerra contro il terrorismo». È per questo motivo che pratica le esecuzioni sommarie (più di cinquanta in un anno di Intifada), la distruzione di case e di campi, lo sradicamento di decine di migliaia di alberi, per lo più olivi, e la confisca di terre palestinesi.
A distruzioni da un lato corrispondono costruzioni dall'altro: quelle delle colonie israeliane create nei territori occupati. L'isolamento delle città e dei villaggi palestinesi è all'origine di una disoccupazione senza precedenti, che colpisce il 50% della manodopera. Molte donne palestinesi hanno dovuto partorire per strada, vicino ai posti di blocco israeliani i cui soldati si sono mostrati inflessibili. Un atteggiamento che è costato la vita a due neonati. Il 19 ottobre, una donna incinta è morta a un posto di blocco. Si trattava della venticinquesima vittima palestinese - dall'inizio dell'Intifada - morta per non aver potuto raggiungere un ospedale.
Con questo comportamento Sharon appare coerente con tutta la sua vita, interamente dedicata alla lotta contro gli arabi. Dalle incursioni al di là delle frontiere negli anni '50, alla testa dell'unità militare 101 dalla sinistra reputazione, fino alla politica attuale il suo metodo non è cambiato: l'uso della forza e della distruzione, nel più assoluto disprezzo della vita degli arabi. Con la sua elezione a capo del governo, nel febbraio 2001, alcuni speravano di vedere un «nuovo Sharon», più moderato, meno aggressivo. Una pia illusione: alla testa del paese si è rivisto lo stesso Sharon che avevamo imparato a conoscere nelle operazioni di rappresaglia di quasi cinquant'anni fa.
Una delle prime si svolse nel villaggio palestinese di Qibya, in Cisgiordania, nell'ottobre 1953. Come rappresaglia a un attacco criminale di un gruppo di palestinesi infiltrati in Israele, lo stato maggiore gli aveva chiesto di far saltare qualche casa nel villaggio e di far fuggire gli abitanti. Il giovane «Arik» Sharon scelse un altro piano: i suoi soldati portarono 600 chili di esplosivo e fecero esplodere quarantacinque case con i loro abitanti. Sessantanove persone, più della metà dei quali donne e bambini, morirono sotto le macerie.
I feriti furono diverse decine.
Ma non si era trattato di un caso isolato: le operazioni condotte da Sharon dietro le linee dell'armistizio con i paesi arabi provocarono in generale perdite considerevoli tra le fila del nemico - molto superiori a quelle che lo stato maggiore o il governo avevano ordinato.
Nel febbraio 1955 l'assalto contro un campo militare egiziano a Gaza provocò la morte di trentotto soldati egiziani, quasi tutti caduti in un'imboscata preparata dai soldati di Sharon. Fu dopo questo attacco che il presidente egiziano Nasser decise di concludere un'importante acquisto di armi con il blocco sovietico. Nel dicembre dello stesso anno un attacco contro le postazioni siriane, vicino al lago Tiberiade provocò la morte di cinquantasei soldati siriani. Il primo ministro dell'epoca David Ben Gurion, che pure era considerato un «falco», si preoccupò dei risultati «troppo buoni» del giovane e focoso ufficiale.
Il colonnello Moshé Dayan gli spiegò: «Lo"score" di Arik va misurato in decine di morti. Non ha mai terminato un'operazione senza uccidere diverse decine di nemici»
(2).
All'inizio degli anni '70 il generale Sharon, comandante del settore sud del paese, dirige la lotta contro i fedayin nella striscia di Gaza, occupata da Israele dal 1967. Stabilisce una lista di oltre cento palestinesi «ricercati» e li «liquida» sommariamente uno dopo l'altro. Nello stesso periodo caccia manu militari, in modo spietato e senza aver ricevuto ordini dall'alto, migliaia di beduini dalla regione di Rafah, a sud della striscia di Gaza; le loro abitazioni sono rase al suolo, i loro pozzi ostruiti. Questa «politica immorale», che priva una popolazione sotto occupazione dei suoi diritti elementari, provocherà in Israele un'ondata di proteste.
Alla fine dell'aprile 1982, conformemente al trattato di pace israelo-palestinese, inizia l'evacuazione del Sinai. L'ultimo atto è scritto dall'allora ministro della Difesa Sharon che, atteggiandosi a novello Nerone (ma senza musica!), ordina la distruzione completa della città di Yamit, costruita durante l'occupazione israeliana della penisola, dopo aver deciso (da solo) che l'Egitto non meritava di possedere quella bella città. Qualche mese dopo, la guerra del Libano (iniziata nel giugno 1982) permetterà di cogliere meglio il filo rosso che unisce le distruzioni di Qibya e Yamit alle devastazioni provocate dallo stesso Sharon nella capitale libanese - una città in cui oltre ai quartier generali dei fedayin si trovavano anche centinaia di migliaia di abitanti, uomini, donne e bambini che non avevano nulla a che vedere con il conflitto.
«La guerra del Libano - scrivono i giornalisti israeliani Zeev Schif (Haaretz) ed Ehud Yaari (della televisione israeliana) - è stata concepita dalla mente tumultuosa di un uomo, risoluto e senza freni, che ha trascinato un'intera nazione nella vana ricerca di obiettivi in parte immaginari; era una guerra fondata su illusioni, il suo percorso disseminato di inganni e la sua fine inevitabile non poteva non essere deludente (...). Utilizzando un linguaggio incisivo, si potrebbe affermare che preparando questa guerra e nel corso dei primi mesi del conflitto si è prodotto in Israele un colpo di stato di tipo particolare (...). Invece di impadronirsi delle istituzioni responsabili delle decisioni statali o di scioglierle, come fanno i normali golpisti, Sharon ha elaborato una formula che gli ha permesso di controllare il processo decisionale. Ha privato le istituzioni democratiche del loro potere di controllo e di supervisione e ha indebolito i contrappesi che fanno parte del sistema di potere»
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L'assedio di Beirut L'invasione del Libano e l'assedio di Beirut (giugno-agosto 1982) costò la vita a più di 15mila civili, libanesi e palestinesi. Gli aerei attaccavano ogni giorno la capitale. All'inizio di agosto i bombardamenti si intensificarono a tal punto che il presidente Ronald Reagan protestò con Menahem Begin per quelli che definì «atti inammissibili».
Il primo ministro israeliano adottò un provvedimento senza precedenti: tolse al ministro della Difesa il diritto di far bombardare Beirut dall'aviazione.
A metà settembre del 1982, due settimane dopo la partenza degli uomini dell'Organizzazione di liberazione della Palestina (Olp) dalla capitale libanese, Sharon la occupa con i suoi soldati, venendo meno alle sue stesse promesse. Ventiquattro ore dopo, i falangisti - una milizia maronita di estrema destra alleata con lo stato ebraico - entrano con l'aiuto dell'esercito israeliano e di Sharon in persona nei campi palestinesi di Sabra e Chatila, nel sud della città, e cominciano a uccidere sistematicamente la popolazione. Nel frattempo, i soldati di Sharon stazionano intorno ai due campi.
Il quartier generale israeliano domina addirittura la scena del massacro, uno dei più orribili della storia del conflitto arabo-israeliano
(4). Già due ore dopo l'inizio della carneficina arrivano al comando israeliano rapporti terribili. Ma nessuno si muove. La strage si ferma solo quaranta ore dopo, con un bilancio terribile: più di mille persone uccise, per lo più donne, bambini e anziani. Centinaia di abitanti dei campi vengono rapiti dagli assalitori e venti anni dopo sono ancora considerati «scomparsi».
Una commissione di inchiesta israeliana concluse che il generale Sharon aveva una responsabilità diretta nel massacro e raccomandò di destituirlo dall'incarico di ministro della Difesa
(5). Sharon dovette quindi abbandonare quel posto tanto ambito dai militari.
Il massacro aveva inoltre provocato l'ira del mediatore americano Philip Habib, che aveva organizzato la partenza dell'Olp da Beirut.
«Sharon è un assassino, animato dall'odio contro i palestinesi. Ho assicurato ad Arafat che i palestinesi [rimasti a Beirut] non sarebbero stati toccati, ma Sharon non ha onorato i patti. Una promessa di quest'uomo non vale nulla»
(6).
Questo elemento caratteriale sembra segnare tutta la carriera militare e politica di Sharon. Anche Ben Gurion, che pure ammirava le doti di questo giovane e coraggioso militare, si è chiesto se «Arik» avrebbe finito un giorno per dire la verità.
note:
* Giornalista, Gerusalemme.
(1) Afp, Parigi, 25 ottobre 2001.
(2) Uzi Benziman, Sharon non si ferma al rosso (in ebraico), Adam, Tel Aviv, 1985, p. 62.
(3) Zeev Schif, Ehud Yaari, Guerra bugiarda (in ebraico), Schicken, Tel Aviv, 1984, p. 380.
(4) Amnon Kapeliouk, Sabra et Chatila - Enquête sur un massacre, Seuil, Paris, 1982.
(5) «Una responsabilità - scriveva la commissione Kahane - deve essere attribuita al ministro della Difesa per aver trascurato il pericolo di atti di vendetta e di massacri da parte dei falangisti contro la popolazione dei campi profughi e per aver omesso di considerare questo pericolo quando decise di far entrare i falangisti nei campi.
Inoltre una responsabilità deve essere attribuita al ministro della Difesa per non aver predisposto misure appropriate per prevenire o per ridurre il pericolo di massacri come condizione per l'entrata dei falangisti nei campi. Questi errori costituiscono la mancata realizzazione della missione di cui era incaricato il ministro della Difesa».
(6) Patrick Seale, Assad (traduzione in ebraico), Maarakhot (Tsahal, ministero della Difesa di Israele), Tel Aviv, 1993, p. 383.
(Traduzione di A. D. R.)