|
Le Monde diplomatique con il manifesto per tutto il mese a 3€
Riviera Romagnola: hotel, alberghi, residence... Preventivi
gratuiti e offerte last minute per le tue vacanze!
Nikos Annunci immobiliari, oltre 200.000 annunci in
vendita e
affitto
Case a Milano;
Roma;
Verona;
altre cittaà.
Ricerca Hotel: offerte last minute per prenotare un hotel a Rimini e
nelle principali località italiane
www.abcfiere: eventi Fiera di Rimini, Fiera Bologna e informazioni sulle principali fiere in Italia.
L'America latina e la nostalgia d'Europa Carlos Fuentes
Un deputato socialista europeo ha recentemente paragonato la costruzione dell'Europa a quella dei grandi emblemi della civiltà europea: le cattedrali. Per erigere una cattedrale si impiegano decenni, o a volte secoli. La costruzione di quella di Città del Messico, sulla piazza dello Zócalo, iniziata nel 1573, fu completata solo nel 1813.
Allo stesso modo, le costruzioni politiche richiedono a volte moltissimo tempo. Quella europea è in gestazione fin dalla caduta dell'Impero romano, nel 453... La fine dell'unità romana ha polverizzato l'Europa politica. E la breve fase di unità ritrovata nel periodo carolingio non ha potuto imporsi sulla sola vera unità medievale: quella del cristianesimo. Ma dalle lotte tra il potere temporale - Enrico IV, Filippo il Bello - e il potere spirituale - i papi Gregorio VII, Bonifacio VIII - è sorta la democrazia europea. L'Occidente si è sottratto alla fatalità che ha segnato, ad esempio, la Russia: l'autocrazia cesaro-papista, la confusione tra le sfere spirituale e temporale, che dal 1917 in poi, con Lenin e durante tutto il periodo sovietico, si è trasformata in confusione tra partito e stato. Per converso, in Europa il conflitto tra le «due autorità» ha consentito la creazione di giurisdizioni nazionali e l'assoggettamento di tutti gli attori politici a una legge di stato. Attraverso la legalità dello Stato e della nazione, l'Europa ha potuto costruire il diritto internazionale. Dal 1492, cinque secoli fa, il mondo ha conosciuto un'espansione eccezionale. Ci si è resi improvvisamente conto che la Terra è rotonda e gira intorno al sole. A questo punto, e per meglio comprendere la cosa, si è avvertito il bisogno di esplorarla. Il XVI secolo ha visto sorgere in Europa la prima globalizzazione; e i problemi che ha portato con sé erano molto simili a quelli della globalizzazione liberista del XXI secolo. Ciò che l'Europa volle attuare all'epoca della prima globalizzazione corrisponde esattamente a quanto postulano i sostenitori di quella attuale, combattuta con tanta veemenza per le strade a Seattle, Genova e Evian: una nuova legalità per una nuova realtà. L'Europa del Rinascimento inventò i diritti umani; l'olandese Grotius fu il precursore delle regole della convivenza internazionale, cui contribuirono in seguito gli spagnoli Francisco de Vitoria e Francisco Suarez. I quali ultimi non si fermarono ai rapporti tra nazioni «civilizzate», ma consacrarono i diritti dei popoli aborigeni, le relazioni con le donne e gli uomini delle colonie. Fu a partire dal quel momento che l'Europa e l'America - e in particolare la Spagna e l'America Latina - unirono le loro sorti politiche e giuridiche. Francisco de Vitoria riconoscerà agli indios gli stessi diritti degli abitanti di Siviglia, e fonderà il diritto internazionale come principio universale dei diritti della persona umana. È precisamente su questo ragionamento che si è basato il giudice Baltazar Garzón quando, recentemente, ha citato in giudizio il generale e dittatore Augusto Pinochet e tutti i militari coinvolti nel colpo di stato in Cile, che speravano nell'impunità. Le infinite sofferenze della colonizzazione non sono mai riuscite a vanificare la forza giuridica di un sistema, lo jus gentium: il quale, pur mille volte calpestato, ha mantenuto un argine di umanità e di legalità tuttora rivendicato da molte popolazione native d'America. Ottenuta l'indipendenza, all'inizio del XIX secolo, e una volta tagliati tutti i vincoli che li legavano all'Europa, i popoli ispano- americani sono divenuti più volte vittime del nuovo potere egemonico: gli Stati uniti. Il fatto che negli ambienti più vicini a Gorge W. Bush siano ricomparsi uomini quali Richard Perle, Otto Reich e Eliott Abrams (1), tra i più sinistri rappresentanti dell'imperialismo del decennio 1970-1980, rende imprescindibile per l'America latina la necessità di diversificare i suoi scambi, le sue relazioni e i suoi punti di riferimento. Dove rivolgersi, se non verso l'Europa? I latinoamericani sono abituati alle fatalità geografiche. Dobbiamo convivere con il Nordamerica, e ciò comporta la necessità di negoziare con acume e dignità. Con gli europei, al riparo da conflitti e fatali tensioni, abbiamo la possibilità di collaborare e di imparare. Se dobbiamo rivolgerci verso l'Europa è anche perché, malgrado tutto, i suoi modelli economici restano il più delle volte superiori al modello ultraliberista che ha imperversato in maniera devastante in America Latina con le sue pretese di universalismo. L'Europa ci insegna che i benefici della ricchezza non ricadono automaticamente dai più ricchi verso i più poveri. E che di conseguenza c'è bisogno di una volontà politica di ridistribuzione. Quanto al capitalismo selvaggio, lo abbiamo già sperimentato in America Latina durante il XIX secolo. E sappiamo che la ricchezza tende a concentrarsi ai piani alti, mentre chi resta in basso non ne vede neppure l'ombra. Abbiamo bisogno di un modello simile a quello dell'Unione europea, che comprenda un capitale sociale; e di una partecipazione dei lavoratori dipendenti, di una contrattazione collettiva. Senza uno stretto rapporto tra occupazione, salario e produttività ogni comunità diventa squilibrata ed iniqua, e finisce per impoverirsi. L'America latina ha bisogno di trovare un equilibrio tra il settore pubblico e quello privato. Dovunque, la società civile e le organizzazioni non governative si mobilitano per imporre questo equilibrio. L'Europa ci offre un modello alternativo rispetto a quello ultraliberista, egoistico e oppressivo. L'Europa rappresenta per noi una fonte di diversificazione, una via d'uscita dal dogmatismo del mercato considerato come fine a se stesso. Se infatti il mercato diventa nemico dei popoli, i popoli non potranno che essere nemici del mercato. Siamo gli eredi del meglio dell'Europa. Come ha dichiarato l'ex primo ministro italiano Massimo D'Alema, «la civiltà europea ha prodotto un mondo politico fondato sugli stati, sulle nazioni, sulle istituzioni, sui partiti e sulle regole. E un mondo morale fatto di cultura, di arte, di intelligenza e di talenti. Questa commistione ha fatto dell'Europa qualcosa di unico, e le ha consentito di rinascere nonostante le sue profonde ferite: quelle di due guerre fratricide e la tragedia dell'Olocausto, che hanno segnato la sua anima...» Quest'Europa è la nostra Europa. Per questo siamo colpiti nella nostra carne viva quando la vediamo rinnegare se stessa e precipitare negli abissi della xenofobia, dello sciovinismo, del razzismo, dell'antisemitismo, dell'islamofobia, del fanatismo religioso, del nazionalismo fascista e soprattutto dell'ostilità verso gli immigrati. Spesso, in particolare in Spagna, quest'ostilità si rivolge verso gli immigrati latinoamericani. Cosa mai si rimprovera a questa gente venuta a lavorare in Europa, che ha il solo torto di dare senza prendere nulla? Cos'altro fanno, se non restituire all'antica Europa imperiale una conquista che l'America non ha mai chiesta ma soltanto subìto, e da cui, a conti fatti, l'Europa ha pur ricavato qualche beneficio? Oggi quest'America latina, già terra di conquista, sta rinnovando il potenziale umano e culturale di un'Europa in via di invecchiamento. E non fa altro che restituire quanto l'Europa le aveva dato tempo fa: il meticciato, l'incontro delle razze e delle culture. Associate nel mondo globalizzato, l'Europa e l'America latina potrebbero dare l'esempio. La libertà di movimento dei capitali e delle merci non bastano. Per meritare il suo nome, la globalizzazione deve comprendere anche la libera circolazione delle persone e la condivisione del lavoro al di là dei confini, a vantaggio di chi lo dà e di chi lo accetta. Come ha scritto Jacques Derrida, l'Europa deve offrire ciò che ha sempre promesso: il meglio di se stessa. Ma questo comporta il superamento dei malumori nati dalle rovine della guerra fredda e l'apertura al diverso, al mondo che non vuole più trovare in Europa i rigurgiti della vecchia politica colonialista e fascista. Ciò che il mondo attende è una proposta europea su scala internazionale: quella di un progetto rinnovato di cooperazione economica, l'intensificazione degli scambi culturali e la creazione di un nuovo ordine giuridico per il terzo millennio. note:
* Scrittore messicano, autore, tra l'altro, di Les années avec Laura Diaz, Gallimard, (Parigi, 2003). Ce que je crois (Grasset, Parigi, 2003) e Les fils du Conquistador (Gallimard, Parigi, 2001). (1) Richard Perle: membro ed ex presidente dell'influente Defence Policy Board, falco di estrema destra, vicino al governo israeliano. Otto Reich: nato a Cuba, è stato coinvolto nell'affaire Iran-Contra e nella sporca guerra contro il Nicaragua; già chiamato a dirigere i rapporti interamericani al Dipartimento di stato, è oggi inviato speciale del presidente George W. Bush in America latina. Elliott Abrams, pure implicato nello scandalo Iran-Contras-Israele, è consigliere alla Casa bianca per il Medioriente; è stato responsabile per questa regione in seno al Consiglio di sicurezza nazionale durante l'amministrazione di Ronald Reagan. (Traduzione di E. H.) |