Il 19 marzo scorso, la segretaria di stato americana Madeleine Albright riconosceva per la prima volta il «coinvolgimento» degli Stati uniti nel colpo di stato che, nel 1953, aveva fatto cadere il primo ministro iraniano Mohammed Mossadeq. Se le circostanze di quell'operazione non sono ancora del tutto chiare, un rapporto della Cia, divulgato nell'aprile scorso dal New York Times, rivela quale fu il ruolo dei servizi segreti di Londra e di Washington in questa vicenda, che capovolse i rapporti di forza in Medioriente.
Qualche mese fa, il New York Times ha ricevuto il rapporto ufficiale del colpo di stato organizzato nel 1953 dalla Cia contro il primo ministro iraniano Mohammed Mossadeq e, il 16 giugno scorso, lo ha pubblicato sul suo sito web
(1). Dal documento erano stati cancellati i nomi di varie personalità iraniane coinvolte, ma bastava collegarsi a un altro sito per poterli leggere per intero
(2). Questo documento avvincente contiene importanti rivelazioni sul modo in cui fu condotta quell'operazione e chiunque si interessi alla politica interna iraniana o alla politica estera statunitense dovrebbe leggerlo. Il colpo di stato avvenne in un periodo di grande fermento per la storia iraniana, nel momento in cui la guerra fredda era al suo culmine.
Mossadeq era allora leader del Fronte nazionale, organizzazione politica fondata nel 1949 che mirava alla nazionalizzazione dell'industria petrolifera, all'epoca sotto controllo britannico, e alla democratizzazione del sistema politico. Due questioni che avevano grande presa sulla popolazione, tanto che il Fronte nazionale era diventato rapidamente l'attore principale sulla scena politica iraniana. Nel 1951, lo scià Mohammed Reza Pahlavi si vide costretto a nazionalizzare l'industria petrolifera e a nominare Mossadeq primo ministro, mettendosi in aperto conflitto con il governo britannico. La Gran Bretagna reagì organizzando un embargo totale contro il petrolio iraniano e avviando una serie di manovre a lungo termine con l'obiettivo di rovesciare Mossadeq.
Gli Stati uniti decisero inizialmente di restare neutrali e incoraggiarono i britannici ad accettare la nazionalizzazione, cercando, allo stesso tempo, di negoziare un compromesso, e arrivando fino al punto di far desistere Londra, nel settembre 1951, dall'idea di invadere l'Iran.
Sebbene numerosi dirigenti americani ritenessero che l'ostinazione di Mossadeq creasse un clima di instabilità politica che esponeva l'Iran al rischio di «passare dall'altra parte della cortina di ferro» (pagina III del rapporto), l'atteggiamento di neutralità fu mantenuto fino alla scadenza dell'amministrazione di Harry S. Truman nel gennaio 1953. Nel novembre 1952, poco dopo l'elezione alla presidenza degli Stati uniti del generale Dwight D. Eisenhower, alcuni alti responsabili britannici proposero ai loro omologhi americani di organizzare congiuntamente un colpo di stato contro Mossadeq. La risposta fu che l'amministrazione uscente non avrebbe mai intrapreso una tale operazione, ma quella di Eisenhower, che sarebbe entrata in carica a gennaio, avrebbe probabilmente accettato, vista la sua determinazione ad intensificare la guerra fredda.
Il rapporto della Cia racconta in modo chiaro il modo in cui fu preparata l'operazione. Ottenuta l'autorizzazione del presidente Eisenhower nel marzo 1953, gli ufficiali della Cia studiano il modo in cui organizzare il colpo di stato e iniziano a porsi il problema della sostituzione del primo ministro. La loro scelta cade subito su Fazlollah Zahedi, un generale in pensione che aveva già complottato con i britannici.
A maggio, un agente della Cia e un esperto dell'Iran che lavora per il Secret Intelligence Service (Sis) britannico trascorrono due settimane a Nicosia, sull'isola di Cipro, per mettere a punto una prima versione del piano. Questa bozza preparatoria sarà poi rivista da altri responsabili della Cia e del Sis, che ne elaboreranno una versione definitiva a Londra a metà giugno. Il piano finale prevede sei fasi principali. In primo luogo, la sezione iraniana della Cia e la principale rete di spionaggio britannica in Iran, diretta all'epoca dai fratelli Rashidan, dovevano destabilizzare il governo Mossadeq con azioni di propaganda e altre attività politiche clandestine. In seguito, Fazlollah Zahedi avrebbe costituito una rete di ufficiali in grado di compiere il colpo di stato. In terzo luogo, la squadra della Cia doveva «comprare» la collaborazione di un numero sufficiente di parlamentari iraniani per assicurarsi l'ostilità del potere legislativo a Mossadeq. Poi, bisognava ottenere l'appoggio dello scià sia al colpo di stato che a Zahedi, anche se si era deciso che l'operazione sarebbe stata comunque portata avanti, con o senza l'accordo del monarca.
A questo punto, la Cia doveva tentare di rovesciare Mossadeq in modo «quasi legale» (pagina A3), provocando cioè una crisi politica che avrebbe portato il Parlamento a destituirlo. Secondo il piano, la crisi doveva essere provocata facendo organizzare ai leader religiosi manifestazioni di protesta, che avrebbero persuaso lo scià ad abbandonare il paese e creato una situazione tale da spingere Mossadeq a dimettersi.
Infine, se il tentativo fosse fallito, la struttura militare messa in piedi da Fazlollah Zahedi si sarebbe impossessata del potere con l'aiuto della Cia. «Con qualunque mezzo» Le prime tre fasi erano in realtà già state avviate prima della messa a punto del «piano di Londra». Il 4 aprile, la sezione della Cia di Tehran riceve un milione di dollari destinati «a far cadere Mossadeq con qualunque mezzo» (pagina 3). A maggio, scatena, insieme ai fratelli Rashidian, una campagna di propaganda contro Mossadeq e, presumibilmente, organizza altre azioni clandestine contro di lui. Gli sforzi vengono accelerati nel corso delle settimane che precedono il colpo di stato (pagina 92).
La Cia prende contatto con Fazlollah Zahedi in aprile, versandogli 60.000 dollari (e forse anche di più) affinché «trovi nuovi alleati e influenzi personalità di primo piano» (pagina B15). Il resoconto ufficiale nega che siano stati comprati ufficiali iraniani (pagina E22); è tuttavia difficile immaginare in quale altro modo abbia potuto Zahedi spendere questi soldi. La Cia si accorge rapidamente che quest'ultimo «è sprovvisto della necessaria determinazione, dell'energia e di una concreta strategia» e non è quindi in grado di mettere in piedi una struttura militare capace di portare a compimento il colpo di stato. Il compito viene dunque affidato ad un colonnello iraniano che già lavorava per la Cia.
Alla fine di maggio del 1953, la sezione della Cia è autorizzata a investire circa 11.000 dollari a settimana per assicurarsi la cooperazione dei parlamentari. Aumenta sensibilmente l'opposizione a Mossadeq, il quale reagisce invitando i parlamentari che gli sono fedeli a dimettersi, così da far mancare il numero legale e portare allo scioglimento del Parlamento. Per contrastarlo, la Cia cerca allora di convincere alcuni parlamentari a ritirare le dimissioni. All'inizio di agosto, Mossadeq organizza un referendum truccato nel corso del quale gli iraniani si pronunciano in massa a favore dello scioglimento e per nuove elezioni. Questo impedisce ormai alla Cia di portare avanti le sue azioni «quasi legali», anche se continua a far uso della propaganda per accusare Mossadeq di aver falsificato il referendum.
Il 25 luglio, la Cia inizia un'opera di «pressione» e una lunga serie di «manovre» per persuadere lo scià ad appoggiare il colpo di stato ed accettare la nomina di Fazlollah Zahedi a primo ministro. Nelle tre settimane successive, quattro inviati incontrano lo scià quasi ogni giorno per convincerlo a collaborare. Il 12 o il 13 agosto, quest'ultimo, malgrado le reticenze, finisce per accettare e firma i decreti reali (firman) che portano alla destituzione di Mossadeq e alla nomina di Zahedi al suo posto. Ad agire in tal senso l'avrebbe persuaso la regina Soraya (pagina 38).
I punti oscuri del rapporto Il 13 agosto, la Cia incarica il colonnello Namatollah Nassiri di consegnare i firman a Zahedi e Mossadeq. Ma le lungaggini dei negoziati con lo scià hanno fatto trapelare il segreto, tanto più che uno degli ufficiali coinvolti svela l'esistenza di un complotto. Mossadeq fa arrestare Nassiri, nella notte tra il 15 e il 16 agosto proprio mentre questo si appresta a consegnare il primo decreto. Poco dopo, altri congiurati subiscono la stessa sorte. Preparata a una simile eventualità, la Cia aveva preparato alcune unità militari favorevoli a Zahedi ad impadronirsi di alcuni punti nevralgici di Tehran e compiere il colpo di stato. Ma gli ufficiali responsabili si eclissano al momento dell'arresto di Nassiri, provocando il fallimento di questo primo tentativo di golpe. Zahedi e altri responsabili del complotto si rifugiano allora in diversi nascondigli predisposti dalla Cia. Lo scià fugge in esilio, prima a Baghdad, poi a Roma, e Kermit Roosevelt, direttore della sezione locale della Cia, annuncia a Washington che il colpo di stato è fallito. Poco dopo, riceve l'ordine di interrompere l'operazione e rientrare negli Stati uniti.
Ma Kermit Roosevelt e la sua squadra decidono allora di improvvisare un secondo tentativo. Cominciano a distribuire ai media copie dei decreti dello scià, per mobilitare l'opinione pubblica contro Mossadeq.
I giorni successivi, i due principali agenti iraniani portano avanti, con lo stesso obiettivo, una serie di operazioni «occulte». Per aizzare gli iraniani credenti contro Mossadeq, proferiscono minacce telefoniche ai capi religiosi e «inscenano un attentato» contro la casa di un ecclesiastico (pagina 37), facendosi passare per membri del potente partito comunista Tudeh. Il 18 agosto, organizzano una serie di manifestazioni i cui partecipanti sostengono di essere membri del Tudeh. Su istigazione di questi due agenti, i manifestanti saccheggiano la sezione di un partito politico, abbattono statue dello scià e di suo padre e seminano il panico a Tehran. Rendendosi conto di ciò che sta accadendo, il Tudeh invita i suoi iscritti a non uscire di casa (pp. 59, 63 e 64), il che impedisce loro di opporsi ai manifestanti anti-Mossadeq che il giorno seguente invadono le strade.
La mattina del 19 agosto, questi ultimi cominciano a riunirsi nei pressi del bazar di Tehran. Il resoconto della Cia definisce queste manifestazioni «semi-spontanee», ma aggiunge che «le circostanze favorevoli create dall'azione politica [della Cia] contriburono a farle esplodere» (pagina XII). In effetti, la divulgazione dei decreti dello scià, le «false» manifestazioni del Tudeh e le altre operazioni «occulte» portate avanti nei giorni precedenti hanno spinto numerosi iraniani ad unirsi a tali manifestazioni. Diversi agenti iraniani della Cia conducono allora i manifestanti nel centro di Tehran e convincono le unità dell'esercito a seguirli, incitando la folla ad attaccare il quartier generale di un partito favorevole a Mossadeq e ad incendiare un cinema e diverse redazioni di giornali (pp. 65, 67 e 70). Le unità militari ostili a Mossadeq cominciano allora ad assumere il controllo di Tehran, impadronendosi delle stazioni radio e di altri punti chiave. Esplodono violenti gli scontri, ma le forze favorevoli al primo ministro sono sconfitte.
Mossadeq si nasconde, ma il giorno dopo si arrende.
Il resoconto della Cia lascia in sospeso due questioni fondamentali.
Innanzitutto, non chiarisce l'origine del tradimento che ha fatto fallire il primo tentativo di golpe, accontentandosi di ridurre il motivo di tale fallimento «alle rivelazioni di uno degli ufficiali dell'esercito iraniano coinvolti» (pagina 39). Inoltre, non spiega in che modo l'azione politica della Cia abbia favorito l'organizzazione delle manifestazioni del 19 agosto, né quanto abbia inciso sul loro inizio. Altri resoconti del colpo di stato basati su interviste a partecipanti di primo piano suggeriscono che la Cia avrebbe fornito indirettamente denaro ai capi religiosi, i quali probabilmente non erano al corrente dell'origine di tali fondi. Ma questa versione non è confermata dal rapporto della Cia. E, visto che la quasi totalità delle persone coinvolte è oggi deceduta e la Cia sostiene di aver distrutto la maggior parte degli archivi riguardanti l'operazione, tali dilemmi sono probabilmente destinati a rimanere insoluti. È anche difficile riuscire a capire chi vi sia all'origine della fuga di notizie che ha permesso la divulgazione di questo rapporto ufficiale e quale sia il vero scopo di questa fuga. Nell'articolo pubblicato il 16 aprile scorso, in cui rendeva nota una parte del rapporto, il New York Times spiegava soltanto che il documento era stato fornito da un «ex ufficiale che ne aveva ancora una copia».
Casualmente, un mese prima, la segretaria di stato Madeleine Albright aveva ammesso per la prima volta, durante un importante discorso destinato a promuovere il riavvicinamento tra Stati uniti e Iran, il coinvolgimento del governo americano nel colpo di stato e aveva chiesto scusa
(3). Molti ritengono che la fuga di notizie sia stata deliberatamente organizzata dal governo o da una persona decisa a sostenere l'iniziativa della Albright. Ammesso che sia vero, è tuttavia difficile credere che il rapporto avrebbe potuto essere divulgato nella sua integralità, anche se una simile eventualità non si può del tutto escludere.