Dal Vietnam al Cile

Le colpe di Henry Kissinger


IBRAHIM WARDE
Nel suo ultimo libro, destinato a fare da breviario per i diplomatici del XXI secolo, Henry Kissinger rinuncia al suo abituale tono dotto e freddo non appena evoca il principio della «giurisdizione universale» nelle relazioni internazionali (1). Né l'ex segretario di stato americano si rabbonisce quando parla dell'arresto, avvenuto a Londra nel 1998, del suo protetto Augusto Pinochet, su ordine di un giudice spagnolo.
A suo avviso, il discorso sui diritti umani (di cui peraltro rivendica la paternità) doveva «servire soprattutto come arma diplomatica ai cittadini dei paesi comunisti per consentire loro di combattere il regime sovietico, e non da arma legale da usare contro i dirigenti politici nei tribunali di paesi terzi». Nel paragrafo successivo, Kissinger afferma poi che è ormai imperativo impedire che «i principi del diritto siano usati per fini politici».
Se l'analisi appare confusa, e a tratti contraddittoria, è probabilmente a causa del turbamento che prova Kissinger dopo il caso Pinochet.
In effetti, l'ex segretario di stato americano, di passaggio a Parigi il 28 maggio scorso, ha ricevuto la visita della brigata criminale, venuta a notificargli un avviso di comparizione del giudice Roger Le Loire. Invitato a presentarsi al palazzo di giustizia come testimone nel caso relativo alla scomparsa di cinque cittadini francesi in Cile, Kissinger, coinvolto direttamente o indirettamente nella creazione del piano Condor - che mirava ad eliminare gli oppositori nelle sei dittature militari sudamericane (Cile, Bolivia, Brasile, Paraguay, Uruguay, Argentina) - si appellava al suo diritto di non rispondere.
Il giorno dopo, abbandonava in fretta e furia la Francia. Il giornalista britannico Christopher Hitchens ha fatto un elenco di tutte quelle azioni del «mago della diplomazia» che, secondo la nuova giurisprudenza internazionale, potrebbero costituire crimini di guerra, crimini contro l'umanità o altri reati processabili (2).
Le sue rivelazioni, basate principalmente su documenti ufficiali americani recentemente «declassificati», contraddicono la versione presentata dall'interessato nei tre volumi - tanto densi quanto tendenziosi - delle sue Memorie. La carriera politica dell'uomo che ottenne il premio Nobel per la pace nel 1973 è stata infatti contraddistinta dal culto della violenza e del segreto. La responsabilità diretta di Kissinger è ormai compravata nella continuazione (ingiustificata da un punto di vista strategico) della guerra del Vietnam, e della sua estensione alla Cambogia e al Laos, nelle campagne di omicidi e di rovesciamento della democrazia in Cile, a Cipro, in Grecia e in Bangladesh, per non parlare della sua complicità nel genocidio di Timor est.
L'ex segretario di stato subirà la stessa sorte di Pinochet e dei vari Milosevic? Probabilmente no. Ma il diplomatico più famoso del mondo è ormai un uomo inquieto, che si sente braccato. Quando attraversa il globo per pontificare, a 60 milioni di lire l'ora, evita ormai tutti quei paesi i cui sistemi giudiziari potrebbero importunarlo.
E, se finora godeva di una reverenza mediatica totale, deve ora richiedere ai suoi intervistatori l'impegno scritto a non rivolgere domande relative al libro di Christopher Hitchens o agli argomenti che esso tratta.
note:
(1) Henry Kissinger, Does America Need a Foreign Policy? Toward a Diplomacy for the 21st Century, Simon & Schuster, New York, 2001, 352 pagine, 30 dollari.
(2) Christopher Hitchens, Les Crimes de monsieur Kissinger, Editions Saint-Simon, Parigi, 2001, 206 pagine, 99 franchi.