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L'Asia nell'economia mondiale: una prospettiva storica


Philip S. Golub
Al seguito del Giappone e dei paesi recentemente industrializzati dell'Asia del nord est, la Cina ha affrontato una dinamica di crescita che nello spazio di vent'anni l'ha trasformata in uno degli attori principali dell'economia mondiale. Il paese sta diventando il polo strutturante di una rete di scambi regionali. Questa trasformazione smentisce l'etnocentrismo occidentale secondo cui determinismi culturali avrebbero per sempre impedito all'«Oriente», estremo o meno, di accedere a una modernità concepita, a partire dalla rivoluzione industriale europea, come peculiarità occidentale. Del resto l'ampiezza dei cambiamenti suscita da anni in «Occidente» interrogativi e preoccupazioni su un'eventuale ridefinizione dell'economia mondiale intorno all'Asia e su una riconfigurazione a breve termine dei grandi equilibri internazionali.
Così quest'estate il New York Times Magazine si chiedeva se il XXI secolo sarà un «secolo cinese» (1). Di fatto la transizione cinese è in cammino e la sua traiettoria di sviluppo è tutt'altro che semplice.
Supponendo tuttavia che la dinamica di crescita resti senza grandi sconvolgimenti sociali o politici, nel corso del secolo la Cina diventerà incontestabilmente uno degli attori principali del sistema economico e finanziario internazionale.
Questo movimento di fondo, tettonico, trova lontane radici nella posizione che l'Asia occupava nel sistema mondiale prima della frattura «Nord-sud» e della creazione dei «terzi mondi (2)»: frattura indotta dalla rivoluzione industriale europea e dalla colonizzazione. In una prospettiva di lungo periodo la Cina, come del resto l'Asia nel suo insieme, starebbe quindi riallacciandosi alla propria storia pre-coloniale e progressivamente riprendendo il posto che occupava prima del 1800, quando era uno dei cuori dell'economia mondiale e la prima potenza manifatturiera del mondo. Si trovava allora al centro di una fitta rete regionale di scambi, già stabilita da secoli poiché l'Asia era la principale zona di produzione e di profitto del mondo.
Nel 1776 Adam Smith scriveva a questo proposito che «la Cina è un paese molto più ricco di tutte le contrade d'Europa (3)», realtà che i gesuiti conoscevano già da lunghissimo tempo. Da parte sua, padre Jean Baptiste du Halde, la cui enciclopedia sulla Cina influenzò i commenti favorevoli di Voltaire, notava nel 1735 che il fiorente impero cinese conosceva un commercio interno incomparabilmente superiore a quello europeo (4).
Cent'anni dopo, acquisita una posizione di nuovo dominante, l'Europa credette di riscoprire un'Asia immobile chiusa per sempre nella premodernità.
I filosofi tedeschi, Hegel tra gli altri, immaginavano la Cina come un mondo chiuso, ciclico, singolare (5). Per Ernest Renan la «razza cinese» era una «razza di operai (...) di magnifica abilità manuale quasi senza alcun sentimento d'onore». Suggeriva di governarla «con giustizia, prendendo da essa (...) un ampio dotario a vantaggio della razza conquistatrice (6)». Queste righe furono chiaramente scritte all'apice della colonizzazione.
Prima del 1800 i flussi commerciali tra cinesi, indiani, giapponesi, siamesi, giavanesi e arabi erano di gran lunga superiori ai flussi intra-europei; il livello delle conoscenze scientifiche e tecniche era elevato e in diversi campi superava quello degli europei. «In termini tecnologici [la Cina] si trovava in una posizione dominante sia prima che dopo il Rinascimento in Europa (7)», sottolinea Joseph Needham, storico delle scienze. Un vantaggio che si confermava in campi quali l'acciaio e il ferro, gli orologi meccanici, l'ingegneria (ponti sospesi), le armi da fuoco e le attrezzature per la trivellazione profonda.
Non c'è quindi da meravigliarsi che l'Asia abbia avuto un ruolo preponderante nell'economia manifatturiera mondiale dell'epoca. Secondo le stime dello storico Paul Bairoch (8) nel 1750 il 32,8% di essa era rappresentata dalla produzione manifatturiera cinese mentre quella dell'Europa era del 23,2% - le loro rispettive popolazioni erano stimate a 207 milioni e 130 milioni di persone. Prese insieme, le regioni dell'India e della Cina raggiungevano il 57,3 % della produzione manifatturiera globale. Se si aggiungono all'India e alla Cina le percentuali dei paesi del Sud Est asiatico, della Persia e dell'Impero Ottomano, la percentuale dell'Asia, nel suo insieme (escluso il Giappone), si avvicinava al 70%. L'Asia predominava in particolare nella fabbricazione di prodotti tessili finiti (cotonate e tessuti di seta indiani e cinesi) - settore che diventerà più tardi l'industria faro, globalizzata, della rivoluzione industriale europea.
Sempre secondo le stime di Bairoch, la Cina nel 1750 aveva livelli di produttività superiore alla media europea, se si tiene conto delle rispettive popolazioni dell'epoca: il prodotto nazionale lordo per abitante in Cina arrivava a 228 dollari (9) contro i 150-200 dollari in Europa a seconda dei paesi. Con il 66% della popolazione mondiale, l'Asia nel suo insieme rappresentava, sempre nel 1750, quasi l'80% delle ricchezze prodotte (del Pnl) del mondo. Cinquant'anni dopo, il Pnl per abitante della Cina e quello dell'Europa convergevano, essendo l'Inghilterra e la Francia i soli paesi europei i cui livelli di industrializzazione (produzione manifatturiera per abitante) erano leggermente superiori a quello della Cina.
Insomma, «la Cina e l'India erano le due grandi regioni più"centrali" nell'economia mondiale», come scrive André Gunder Frank e la posizione competitiva dell'India si spiegava attraverso la sua «produttività relativa e assoluta» nel settore tessile, attraverso il suo «dominio del mercato mondiale del cotone»; quella della Cina scaturiva dalla sua «produttività ancora più grande nei campi industriale, agricolo, nel trasporto (fluviale) e nel commercio (10)». Quando si guarda agli stati più piccoli ma prosperi come il Siam (la Tailandia di oggi), ci si accorge che il fenomeno si estendeva ben al di là delle frontiere dei due giganti asiatici. In questo quadro d'insieme, l'Europa e le Americhe avevano «un ruolo di scarsa importanza (11)» prima del 1800, trattandosi poi di un ruolo centrato essenzialmente sul commercio triangolare atlantico (12).
Questo insieme di elementi rimette in causa l'idea, ancora ampiamente ammessa, che l'era occidentale sia iniziata nel 1500 con la «scoperta» e la colonizzazione delle Americhe. La frattura fondamentale del mondo non arriverà che più tardi, nel XIX secolo, con l'accelerazione della rivoluzione industriale e l'espansione coloniale, quando il dominio globale europeo si tradurrà nella deindustrializzazione dell'Asia.
A partire da questo bisogna capire la scomparsa, quasi completa nel caso dell'India e parziale per la Cina, delle loro manifatture artigianali nel corso del XIX secolo.
Questa deindustralizzazione derivava da un doppio meccanismo. Innanzitutto si reggeva sul vantaggio europeo ormai acquisito sul piano tecnico.
Il macchinismo permetteva aumenti rilevanti di produttività, quindi una crescita esplosiva delle manifatture il cui costo di produzione si abbassava sempre di più. Poi, questa deindustrializzazione derivava dai termini di commercio e di scambio ineguali imposti con la forza dalle madripatrie coloniali: la concorrenza delle manifatture europee sui mercati indiani e cinesi avveniva in quadro di «libero scambio» che era tutto tranne che libero: le colonie si trovavano infatti obbligate ad aprire unilateralmente le proprie frontiere ai prodotti europei, senza contropartita.
Ecco perché l'India, principale industria manifatturiera di cotone prima del 1800, dovette subire la devastazione piuttosto rapida della propria industria tessile. Sarebbe diventata un esportatore netto di cotone grezzo e verso la fine del XIX secolo avrebbe finito con l'importare la quasi totalità dei propri bisogni di prodotti tessili.
Tra le tragiche conseguenze umane della trasformazione del paese in esportatore di beni primari, ci si ricorderà delle carestie devastanti dovute alla sostituzione delle coltivazioni di derrate alimentari con il cotone (13), per non parlare del generale arretramento del tenore di vita della popolazione. Quanto alla Cina, a cui la Gran Bretagna e poi la Francia avevano imposto attraverso le due guerre dell'Oppio (1839-1842 e 1856-1858) il consumo dell'oppio prodotto nelle Indie (vedi l'articolo di Alain Roux alla pag. 17) essa dovette accettare trattati ineguali e conobbe una deindustrializzazione parziale della propria industria siderurgica.
Di qui deriva la creazione dei terzi mondi, la divergenza sempre crescente nel corso del secolo tra paesi colonizzati e colonizzatori.
Mentre la Cina e le Indie rappresentavano il 53% della produzione manifatturiera mondiale nel 1800, nel 1900 non contavano più che per il 7,9%. E se all'inizio del XIX secolo, il Prodotto nazionale lordo per abitante in Europa e in Asia era quasi equivalente - 198 dollari (14) in media per l'Europa e 188 dollari per i futuri terzi mondi), e dunque con un rapporto di 1 a 1, dal 1869 questo rapporto era passat a 2 a 1, e anche a 3 a 1 nel caso della Gran Bretagna (575 dollari contro 174 dollari nei «terzi mondi»). In realtà, come indicano queste ultime cifre «notevoli e terribili» secondo l'espressione di Paul Kennedy (15), l'arretramento rispetto all'Europa non fu soltanto relativo, fu assoluto: nel 1860, il tenore di vita nei paesi colonizzati scese rispetto al 1800 a causa dell'espansionismo europeo.
Solo il Giappone e il regno del Siam sfuggirono alla colonizzazione.
Grazie alla restaurazione Meiji del 1868 e alla creazione di uno stato dirigista forte, il Giappone sarà l'unico paese non occidentale a riuscire nel suo sforzo di industrializzazione e di modernizzazione nel XIX secolo. Qui si trovano le radici del successo nipponico nella seconda metà del XX secolo, a dispetto della catastrofe della seconda guerra mondiale. Se la discontinuità storica è più lunga, la traiettoria ascendente presa dalla Cina in questi ultimi due decenni è ugualmente ancorata alla lunga storia di questo paese. A lungo abituato a essere il soggetto pensante della storia degli altri, l'Occidente dovrà ormai ripensare la propria storia non più come eccezione, ma come un momento circoscritto nella storia universale.
note:
* Giornalista.
(1) Ted C. Fishman, «The Chinese Century», New York Times Magazine, 4 luglio 2004.
(2) Vedi i lavori di Andre Gunder Frank, in particolare Re-Orient, Global Economy in the Asian Age, University of California Press, 1998.
(3) Citato da par Andre G. Frank, Re-Orient, op.cit.
(4) Descrizione geografica, storica, cronologica, politica e fisica dell'impero della Cina, 1735, Lemercier, Parigi, BNF.
(5) Vedi Jack Goody, L'Oriente el'Occidente, il Mulino, 1999.
(6) Ernest Renan, La Réforme intellectuelle et morale, Paris, 1871.
Il termine «dotario» evoca il diritto delle vedove di prendere possesso dei beni del loro marito defunto. Qui si tratta piuttosto di prelevare un debito, in senso ampio.
(7) Citato da Andre G. Frank, op. cit.
(8) Paul Bairoch, Victoires et déboires, Histoire économique et sociale du monde du XVIè siècle à nos jours, Gallimard, coll. «Folio,» Paris, 1997. Tutte le statistiche qui pubblicate provengono da questa opera.
(9) Questi dati sono espressi in dollari del 1960.
(10) André Gunder Frank, op. cit.
(11) Ibid., p. 67.
(12) La tratta degli schiavi africani contro materia prime (caffè, cacao, zucchero) in provenienza dall'America.
(13) Vedi Mike Davis, Late Victorian Holocausts: El Nino Famines and the Making of the Third World, New York, 2001. Trad. it. Olocausti tardovittoriani, Feltrinelli, 2002.
(14) Espresso in dollari del 1960.
(15) Paul Kennedy, Ascesa e declino delle grandi potenze, Garzanti, 1989. (Traduzione di P. B.)