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Stato ebraico o stato di tutti?

Israele, i cittadini di seconda classe


Quando, il 4 agosto 2005, il disertore Eden Nathan Zada assassinò quattro arabi israeliani a Shfaram, il primo ministro Ariel Sharon condannò «l'atto vile d'un terrorista ebreo assetato di sangue». Il ministero della difesa ribatté che agli occhi della legge Zada non era un «terrorista», poiché non apparteneva a un'organizzazione «ostile a Israele». Questa affermazione - sottolineò il deputato Mohamed Barakeh - «puzza fortemente di razzismo». Anche nella morte, i palestinesi d'Israele rimangono cittadini di seconda categoria...
Joseph Algazy
Per tutto il mese d'agosto, i media del mondo intero hanno descritto l'autocontrollo dimostrato dall'esercito e dalla polizia di Israele durante l'evacuazione delle ventuno colonie di Gaza e di quattro colonie in Cisgiordania. Ma le cose non sono andate esattamente così cinque anni fa, allorché i palestinesi di Israele avevano manifestato la loro solidarietà con i fratelli dei Territori occupati caduti a Gerusalemme dopo la visita del generale Ariel Sharon sulla Spianata delle moschee, il 28 settembre 2000, che scatenò la seconda intifada.
Fu una repressione sanguinosa che ha lasciato profonde ferite tra i cittadini arabi dello stato ebraico.
Nel giro di pochi giorni, all'inizio dell'ottobre 2000, le unità d'assalto della polizia, i cecchini e i partecipanti al pogrom anti-arabo a Nazareth durante la notte del Kippur, l'8 ottobre 2000, uccisero 13 arabi, di cui 12 cittadini israeliani e un abitante dei territori occupati, e ferirono decine e decine di persone. Il capo del governo israeliano Ehud Barak, il suo ministro della polizia Shlomo Ben-Ami e il suo ministro degli interni Haim Ramon, tutti e tre dirigenti del Partito laburista al potere e sedicenti «colombe», giustificarono il massacro dal punto di vista legale: lo stato d'Israele, spiegarono tutti, non poteva tollerare il blocco di una strada importante (1).
Tre anni dopo, il primo settembre 2003, una commissione governativa presieduta da Theodorz Or, giudice della Corte suprema, pubblicò un rapporto di 831 pagine su quei fatti. Il rapporto riaffermava il principio secondo cui lo stato ha il diritto d'intervenire per sbloccare, se necessario con la forza, le grandi strade del paese, ma sottolineava che sparare palle cariche e a fortiori far entrare in azione i cecchini non è un mezzo appropriato per disperdere la folla.
Il testo si spingeva più oltre: invitava la polizia a liberarsi della cultura della menzogna e a convincere le sue forze che la popolazione araba di Israele non doveva essere trattata come nemica; e affermava che i governi che si erano alternati al potere non avevano risolto i gravi problemi creati dalla politica di discriminazione nei confronti della grande minoranza araba. Infine, il rapporto invitava le autorità ad operarsi per migliorare la qualità della vita di tale minoranza.
Ma la commissione Or non ha chiamato in causa né il primo ministro né il suo ministro della polizia, con grande scorno sia dei portavoce della popolazione araba che degli ambienti ebraici democratici (2).
Come se non bastasse, il rapporto non è stato neppure pubblicato in arabo, cioè in quella che è la seconda lingua ufficiale dello stato! Conformandosi, a parole, alle raccomandazioni della Commissione, il governo Sharon, il 14 settembre 2003 costituì una commissione interministeriale presieduta da Yossef Lapid, all'epoca ministro della giustizia. Ma i rappresentanti arabi boicottarono quell'organismo, perché comprendeva alcuni ministri favorevoli al «trasferimento» - cioè all'espulsione dei palestinesi. La commissione Lapid raccomandò «la creazione di un organismo governativo per il progresso delle minoranze non ebraiche» e auspicò «l'inserimento dei giovani del settore arabo che non prestano servizi militare nell'ambito di un servizio nazionale governativo civile (3)».
Gli arabi di Israele non furono i soli a criticare con veemenza quelle proposte. Lo stesso giudice Theodorz Or accusò a più riprese lo stato per non aver fatto abbastanza per applicare le raccomandazioni della sua commissione, allo scopo di porre fine alle discriminazioni. Per giunta, rimproverò la «polizia delle polizie» di non aver accertato le responsabilità delle persone direttamente coinvolte negli spari assassini dell'ottobre 2000 (4). Inoltre, il 19 settembre 2005, la «polizia delle polizie» annunciò che non disponeva di «prove sufficienti per giustificare l'imputazione» dei poliziotti, non avendo potuto «identificare» chi aveva sparato.
La proposta più controversa riguarda la creazione di un servizio civile alternativo per i giovani arabi che non prestano il servizio militare. È bene sapere che, fin dalla sua creazione, Israele sospetta gli arabi di slealtà, ragion per cui li esclude dal servizio militare obbligatorio, tappa fondamentale del riconoscimento sociale. D'altronde, la maggior parte degli arabi rifiutano di fare la guerra ai loro fratelli dall'altra parte del confine. D'altronde, anche i giovani non ebrei che sono chiamati alle armi, siano drusi o di origine circassa, beduini o arabi di confessione cristiana, soffrono le stesse discriminazioni che colpiscono gli arabi. Il servizio civile nazionale non cambierà nulla in tale stato di cose, ritengono i portavoce degli arabi, che preferiscono un sistema di «servizio civile a livello locale o di comunità». E aggiungono che è fuori discussione l'idea di imporre condizioni all'eguaglianza tra cittadini. Oltre al servizio nazionale vi sono altri problemi che hanno scatenato polemiche, a cominciare dall'identità nazionale dei cittadini arabi.
Questo perché l'establishment esige dagli arabi una «fedeltà» totale nei confronti dello stato di Israele, che definisce come «stato ebraico», «stato degli ebrei», «stato ebraico e sionista» o - in conformità con il testo della Legge fondamentale - «stato ebraico e democratico».
Sono tutte formule che ignorano l'esistenza di una numerosa comunità araba minoritaria che rappresenta circa il 20% della popolazione di Israele, che così viene ridotta al semplice status negativo di «minoranza non ebraica». Per i cittadini arabi e loro rappresentanti, Israele deve essere uno «stato di tutti i suoi cittadini» o «di tutte le sue nazioni», definizioni categoricamente escluse dall'establishment.
Suona strana la tesi secondo cui esiste una situazione analoga nei paesi arabi: strana nel senso che mette a confronto uno stato che sostiene di essere democratico con degli stati autoritari.
Tra egemonia culturale e multiculturalismo Se bisogna credere alle inchieste sociologiche più recenti (vedi il riquadro «Che cosa pensano gli uni degli altri»), per il 63,1% degli interessati la definizione della loro identità come «arabi palestinesi in Israele» è quella che sembra loro la più appropriata.
Sono ancora più numerosi coloro che auspicano la formazione di uno stato palestinese indipendente e la trasformazione di Israele in uno stato binazionale in cui essi godrebbero di uno status eguale a quello dei cittadini ebrei. Ma anche questa posizione non viene accettata senza riserve. Numerosi giovani arabi di venticinque anni sono riluttanti a presentarsi come «palestinesi israeliani» dopo la seconda intifada. Lo stesso discorso valeva per la generazione dei loro genitori, che invocavano la Festa della terra - quel 30 marzo 1976 in cui l'esercito israeliano uccise sei manifestanti pacifici.
Per risalire ai loro nonni che citavano la Nakbah (catastrofe) e l'espulsione del 1948.
Mona Abu Bakr, una giovane giornalista, «rifiuta di accettare lo stato sionista per un unico motivo: la sua negazione totale dell'esistenza della persona araba palestinese in questo paese. (...) Come accettare un principio che nega la mia stessa esistenza in quanto persona radicata in una cultura elaborata nel corso dei secoli in questo paese che è la mia patria, la Palestina? (...) La mia identità, io la definisco svegliandomi al mattino e ascoltando le notizie su Kol Israel (la radio di stato); camminando per strada e ascoltando la gente attorno a me; prendendo il treno per recarmi al lavoro e sedendomi tra i soldati armati di fucile come se fossero persone comuni; ascoltando gli appelli all'odio contro la mia gente; vedendo che si esige un maggior impegno da me che non da una donna ebrea per essere accettata all'università (...) Non andrò a vivere nello stato palestinese quando sarà creato, ma questo non vuol dire che rinuncio alla Palestina: la Palestina è viva nel nostro cuore e ci accompagna dovunque andiamo (5)».
Un altro tema suscita aspre polemiche: la rivendicazione di una «autonomia culturale araba». Lo stato e la maggioranza degli ebrei rifiutano totalmente quella che considerano una fase preliminare alla richiesta di una «autonomia politica» che alimenti sentimenti separatisti, se non addirittura irredentisti. Professore all'università di Haifa e profondo conoscitore da molti anni dei due campi, quello ebraico e quello arabo, il sociologo (ebreo) Sami Samuha ritiene che «i vantaggi dell'autonomia culturale araba sono molto più grandi dei suoi svantaggi».
Perché? «Ma perché l'autonomia culturale rappresenta un passo importante sulla via del multiculturalismo. E questo a sua volta non avrebbe alcun senso, se le minoranze che rifiutano di assimilarsi non godessero di una qualche autonomia culturale. Se disporrà di fondi adeguati, tale autonomia rafforzerà gli arabi, migliorerà la loro immagine, riconoscerà la grande valenza qualitativa della loro cultura e dei loro simboli nazionali e consentirà loro di studiare la storia, la letteratura e la cultura palestinese».
Professore presso l'università di Tel Aviv, lo psicologo Shafiq Masalhah è più sfumato nelle sue argomentazioni. Sottolinea l'aspetto multiculturale della società israeliana, e si preoccupa dei sentimenti di frustrazione e di esasperazione dei cittadini arabi di fronte a uno stato - e soprattutto a un sistema scolastico - che cancellano sistematicamente l'appartenenza dei giovani a una loro cultura specifica. «L'esistenza di più culture in seno a una società, aggiunge, non è una maledizione, ma piuttosto una benedizione.» E questo sarà il caso di Israele, se quello stato «abbandonerà la concezione di egemonia culturale attualmente dominante, per passare a una concezione che riconosca l'identità specifica di ogni cultura e privilegi l'apertura e l'interazione fra tutte le culture». E, rivolgendosi ai suoi compatrioti lancia un ammonimento: «L'autonomia di una cultura, in una società che ne comprende molte, corre il rischio di diventare un viaggio senza ritorno verso la sua esclusione totale, e la rottura dei suoi legami con le altre culture, anche se si tratta di legami ancora fragili. Ebbene, qualsiasi separazione tra le culture (...) porterà automaticamente a rafforzare l'atteggiamento sciovinista nei confronti della cultura che gode dell'autonomia».
Resta il fatto che la repressione dell'ottobre 2000 ha minato alle basi la fiducia dei cittadini arabi nei confronti dello stato ebraico.
E verso i media in lingua ebraica: secondo un recente sondaggio condotto dal centro arabo d'informazione Elam, la maggioranza degli arabi israeliani crede più ai notiziari dei media arabi che a quelli dei media israeliani. Il 64,4% si fida delle notizie del network televisivo al Jazeera contro appena il 4,3% che preferisce il secondo canale della televisione israeliana; e il 56,9% ha fiducia a priori in un giornalista arabo contro il 5,5% che ha fiducia in un giornalista ebreo. Il responsabile dell'inchiesta, Amal Jammal, dell'università di Tel Aviv commenta: «Per soddisfare i suoi bisogni di identità, il pubblico arabo in Israele segue le televisioni arabe, ma si serve dei media parlati e scritti in ebraico per il bisogno di informazioni a livello quotidiano».
Il malessere degli arabi d'Israele si spiega facilmente: continuano a subire, in tutti i campi, le discriminazioni che li colpiscono da quando è stato creato lo stato di Israele (vedi il riquadro «Discriminazioni»).
La peggiore riguarda l'accesso al mercato del lavoro: le città e i villaggi arabi sono i più colpiti dalla disoccupazione, soprattutto i giovani - l'età media dei palestinesi di Israele è di 19 anni.
Ufficialmente, il 13,3% della popolazione attiva araba è disoccupato, contro il 10,4 degli ebrei in età lavorativa, ma si tratta del numero degli iscritti nelle liste degli uffici di collocamento (6). È bene sapere che il governo costringe i disoccupati ad accettare il primo lavoro che viene loro proposto: chiunque rifiuti viene cancellato dalle statistiche e perde il sussidio di disoccupazione.
Come in molti paesi occidentali, l'aiuto sociale è ridotto, col pretesto che così facendo si incentivano gli «esclusi» a ritornare «produttivi» - un orientamento il cui risultato, dichiarava di recente il direttore dell'Istituto nazionale di previdenza, Igal Ben-Shalom, è «non «meno sussidi e più lavoro», ma piuttosto «meno sussidi e più miseria»» (7). Di fatto, la percentuale delle persone attive fra i poveri è passata dal 33,5% nel 1990 al 43,1% nel 2003, e quella dei poveri fra le persone attive dal 13,6% nel 1990 al 20,3% nel 2003 (8).
Qui, il workfare (sostegno al lavoro) si chiama «piano Wisconsin» - dal nome dello stato americano che l'ha sperimentata per primo.
La grande città araba di Nazareth, la città vicina a maggioranza ebraica e i loro 4500 disoccupati, dall'agosto scorso, servono da cavie, sotto l'egida di due società, una israeliana e l'altra olandese.
In un opuscolo pubblicato di recente, l'associazione Saut al-Amal (La voce del lavoro) denuncia «una dichiarazione di guerra non contro la disoccupazione, bensì contro i disoccupati, nell'intento di privarli dei sussidi della previdenza sociale». Tanto che, il 27 luglio scorso, alcuni disoccupati sdegnati hanno saccheggiato gli uffici delle società incaricate del piano Wisconsin a Nazareth. E il 24 agosto, erano in centinaia a manifestare contro il piano...
Anche nelle città miste i palestinesi non sfuggono alle discriminazioni.
Lod, ad esempio, ha una popolazione formata da 21.000 arabi (il 28%) e 53.000 ebrei (il 72%). I primi sono concentrati a nord e a ovest, i secondi a sud e ad est: basta una semplice visita per valutare le differenze di trattamento fra i vari quartieri. E così, spiega una militante locale, Butayna Dabit, il 60% delle 2930 famiglie arabe di Lod vive in alloggi malsani - Butayna valuta che siano 1600 gli alloggi nuovi che bisognerebbe costruire immediatamente. Ma in giro non si vede neanche una gru. Per contro, le autorità continuano a far demolire le abitazioni costruite - senza autorizzazione - per fronteggiare in qualche modo la carenza di alloggi.
Gli 8.000 arabi che vivono nel centro di San Giovanni d'Acri non sono più fortunati. Gioiello architettonico incomparabile, il vecchio quartiere - con le sue vestigia della Cananea, dei fenici, dei bizantini, dei crociati, dell'islam e dell'impero ottomano - attira migliaia di turisti. Ma questi non vedono la desolazione che regna dietro le facciate antiche. Il consigliere comunale Ahmed Uda è indignato: «Le autorità si preoccupano soltanto delle pietre e trascurano i bambini, le donne, gli uomini che vivono qui. La maggior parte delle case hanno più di duecento anni, ma non c'è mai stata manutenzione e ora minacciano di crollare sui loro abitanti - è stato perfino necessario evacuare e sigillare numerosi edifici. Quasi tutte le famiglie sono poverissime e vivono ammucchiate in sei, sette persone per stanza. La miseria e l'abbandono hanno fatto della città vecchia un covo di droga, prostituzione, delinquenza e criminalità».
Ma è necessario andare nel Neghev, il deserto che si estende nel sud di Israele, per incontrare quelli che sono gli autentici paria del paese: i beduini. Alla vigilia della creazione dello stato di Israele, nel 1948, erano 60.000, ma soltanto 11.000 hanno evitato l'espulsione. Malgrado una mortalità record del 14,6 per mille (un livello triplo rispetto agli ebrei), il loro numero si è moltiplicato per quattordici: attualmente si stima che la loro popolazione oscilli fra le 140.000 e le 165.000 persone. Nella città beduina di Rahat, per esempio, il 60% degli abitanti sono al di sotto dei 17 anni - e soltanto l'1,5% ha superato i 65 anni. Anche la poligamia contribuisce a questo boom demografico: un beduino su cinque avrebbe due mogli...
Timori dopo il ritiro Lo stato di Israele ha radunato - il più delle volte con la forza - i due terzi dei beduini del Neghev in sette grandi agglomerati che assomigliano alle riserve. Gli altri vivono in quarantacinque villaggi non riconosciuti: le carte geografiche non li segnalano; non beneficiano della maggior parte dei servizi pubblici; i loro abitanti non hanno diritto di costruire case, e le abitazioni, perfino le più precarie, possono essere demolite manu militari. Più in generale, lo stato non riconosce il loro diritto di proprietà sulle loro terre e, di conseguenza, spesso distrugge le loro coltivazioni, anche facendo intervenire aerei che diffondono nell'aria prodotti tossici.
Gli agglomerati dei beduini sono in testa nelle statistiche sulla disoccupazione, e in coda in quelle sul livello di vita. Il reddito mensile minimo pro capite nell'agglomerato ebraico di Omer è dieci volte più elevato di quello del vicino agglomerato beduino di Arara (7.627 shekel contro 730). È bene sapere che gli abitanti di Omer che ricevono un sussidio di disoccupazione sono il triplo rispetto a quelli di Arara (9) - eppure i beduini senza lavoro sono molto più numerosi...
Paradossalmente, l'annuncio del ritiro israeliano da Gaza ha provocato timori nella popolazione araba: perché il ritiro si collega all'idea di ristabilire una parte dei coloni in Galilea e nel Neghev. Nell'aprile 2005, lo stato e l'Agenzia ebraica organizzarono fra l'altro una conferenza di studi intitolata «Lo sviluppo del nord del paese e della Galilea», a cui furono invitati numerosi ministri, alti funzionari degli organismi centrali e degli enti locali e... un unico rappresentante della popolazione araba. Per l'ex sindaco della comunità araba di Eilabun, Hana Sweid, si vuol rilanciare il progetto di «ebraizzazione» della Galilea, vale a dire rovesciare la realtà demografica delle regioni, in cui gli arabi sono il 51% della popolazione, ma controllano appena il 12% delle terre.
Discriminati, gli arabi lo sono anche nella sfera del diritto familiare (10). A fine luglio, su istigazione di Shabak, il servizio di sicurezza nazionale, la Knesset ha ratificato a vasta maggioranza - con l'appoggio anche di ministri e deputati laburisti - una legge che limitava rigidamente le riunificazioni familiari tra palestinesi di Israele e dei territori occupati. Ormai, soltanto gli uomini di più di 35 anni e le donne di più di 25 anni potranno richiedere la cittadinanza israeliana al ministero degli interni (11). Questa misura vale anche per le vecchie coppie, perché, già nel marzo 2003, le autorità avevano congelato tutte le richieste nei casi in cui uno dei richiedenti non era israeliano (12)...
Le organizzazioni di difesa dei diritti umani hanno criticato ancor più vigorosamente questa legge in quanto ha fatto oggetto di una campagna stampa anti-araba di rara violenza. A dar credito ai portavoce del governo e dei media, i matrimoni tra palestinesi di Israele e palestinesi dei Territori occupati configurerebbero una minaccia demografica e quindi un potenziale pericolo per la sicurezza dello stato ebraico. E alcuni ministri, fra cui il ministro degli interni, il laburista Ophir Pines, hanno aggiunto la loro voce a questo concerto.
C'è di che alimentare, caso mai ve ne fosse bisogno, il clima sciovinista e razzista diffuso in vasti settori della società ebraica, che alimenta a sua volta sentimenti antiebraici fra i cittadini arabi. Ne soffre persino il football: negli stadi delle città ebree, quando si affrontano una squadra ebrea e una araba, spesso si sente gridare lo slogan «Morte agli arabi!», nella più assoluta impunità.
Possiamo ben dire che l'attentato terroristico del 4 agosto a Shfaram non era certo un fulmine a ciel sereno. Simpatizzante del partito razzista Kach, vietato ma non completamente distrutto, il disertore in uniforme che ha aperto il fuoco in un autobus e ucciso quattro passeggeri, può essere definito sbrigativamente come un «folle»?
No, risponde Elias Jabur, ex membro del consiglio comunale di questa città di Galilea in cui coabitano arabi di varie confessioni (musulmani, cristiani e drusi): «Speriamo che non insabbieranno tutta questa storia col pretesto che l'assassino era malato di mente. Se si dovesse ricorrere a tale pretesto, noi penseremmo che si intende minimizzare quel crimine orribile e nasconderci qualcosa. Quell' attentato pone molti interrogativi e noi vogliamo sapere tutta la verità. Secondo me, Shfaram è stato vittima del razzismo che imperversa nel paese.
E l'assassino ha fatto gli studi nell'esercito di occupazione, che organizza giorno dopo giorno atroci rappresaglie nei Territori occupati.
È questa la situazione a cui è necessario porre fine perché tali crimini non debbano più ripetersi». In altre parole, riepiloga il giornalista Rafiq Halabi, quell'attentato ha distrutto «la calma di questa città di Shfaram, considerata sino allora un simbolo di moderazione, ha fatto uscire in piazza migliaia di persone e ha rinsaldato i legami tra la Galilea e Gaza».
note:
* Giornalista, Tel Aviv
(1) « Il mio stato uccide il mio popolo», Le Monde diplomatique/il manifesto, novembre 2000.
(2) Vedere in particolare la reazione del Centro legale per la difesa dei diritti della minoranza araba (Adalah), il 4 settembre 2003.
(3) Comunicato stampa del ministero della giustizia, 2 giugno 2004.
(4) Vedere in particolare il quotidiano Haaretz, Tel Aviv, il 2 settembre 2004 e il 22 giugno 2005.
(5) Du-et (periodico in lingua ebraica) e Lahn mouzdawag (in lingua araba), organo bilingue del Forum di dibattito dei cittadini ebrei e arabi in Israele, Gerusalemme, luglio 2005. Anche le due citazioni che seguono sono tratte dal numero di luglio.
(6) Haaretz, 3 marzo 2005.
(7) Haaretz, 9 agosto 2005. Leggere anche Anne Daguerre, «Lavoro obbligatorio per chi chiede un aiuto sociale», Le Monde diplomatique/il manifesto, giugno 2005.
(8) The Marker, supplemento economico di Haaretz, 6 luglio 2005.
(9) Itsik Saporta, « Agglomérations dans le Néguev, quelques comparaisons», www. haokets.org, 8 febbraio 2004.
(10) Leggere Meron Rapoport, «Quando Israele minaccia le sue stesse libertà», Le Monde diplomatique/il manifesto, febbraio 2004.
(11) Yedioth Ahronot, Tel Aviv, 28 luglio 2005.
(12) Haaretz, 27 luglio 2005.
(Traduzione di R.I.)