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Abbaglio mediatico

Karl Kraus contro l'impero della stupidità


I media riescono a mantenere l'illusione che esista un'equivalenza fra la libertà in generale e quella di stampa, mentre quest'ultima dà soprattutto agio agli industriali che posseggono la stampa. Col pretesto del «dibattito pubblico», i giornalisti dominanti sono riusciti a imporre le loro norme a militanti e intellettuali. Una nuova traduzione francese del capolavoro di Karl Kraus consente di riflettere su un grande nemico di queste forme di ipocrisia diffusa.
Alain Accardo
Coloro che hanno l'occasione di immergersi nella lettura de Gli ultimi giorni dell'umanità e di La terza notte di Valpurga, le due opere maggiori di Karl Kraus (1874-1916) (1), sono d'accordo senza dubbio con il giudizio espresso dal filosofo Jacques Bouveresse nei confronti dell'opera dello scrittore satirico austriaco: «Pochi autori riescono a portare un aiuto così prezioso nelle battaglie che dobbiamo condurre oggi». La prefazione di Bouveresse alla Trosième nuit de Walpurgis (La terza notte di Walpurga) è la migliore introduzione alla lettura di queste opere, capace come nessuna di guidare i lettori verso l'esatta comprensione del rapporto esistente fra Kraus e la società del suo tempo, e di chiarire con precisione il significato e la vera portata della satira incomparabile di questo polemista.
Queste opere elaborate quasi «a caldo», con spirito militante, l'una nel contesto della prima guerra mondiale per stigmatizzare sia il conflitto che il bellicismo, l'altra nel periodo di ascesa del nazismo in Austria e Germania, per denunciarne la follia criminale, hanno ancora qualcosa di importante da dire agli europei dell'inizio del XXI secolo, celebrato a più non posso come «un'era di pace, prosperità e libertà per tutti». Un atteggiamento, che si potrebbe definire di ispirazione krausiana, consisterebbe nel denunciare il regno della finzione generalizzata, in cui si situano le potenze occidentali.Contrariamente alle apparenze, questo mondo moderno «sviluppato» non conosce la pace né la prosperità, né la libertà per tutti, se non nella falsa apparenza, nei privilegi delle minoranze dominanti: la maschera di una realtà composta fondamentalmente di violenza, ineguaglianza e oppressione. La moderna barbarie non è diminuita, ma da tempo ha imparato a imbellettarsi.
Si farà notare che questa denuncia è ormai, in modo più o meno esplicito, alla base del rifiuto opposto da numerose componenti sociali al sistema.
Non c'è dubbio, in effetti, che personalità e piccoli gruppi militanti dimostrino attualmente una lucidità, un rigore di pensiero e un coraggio intellettuale che potrebbe essere denominato «krausiano» , anche se tali qualità non si abbinano necessariamente a un egual talento nella scrittura satirica. Ma l'esistenza di una corrente critica radicale non riuscirebbe, comunque, a fare dimenticare la massiccia persistenza di ciò che costituiva il bersaglio centrale di Kraus e che egli definiva globalmente con la parola «stupidità». Praticamente tutti gli ingredienti dell'inquietante stupidità che lo scrittore stigmatizzava senza tregua nella sua rivista Die Fackel (la Fiaccola), e nei suoi libri, operano tuttora nel mondo attuale e anzi spesso si sono rafforzati.
Kraus non combatteva un'idea metafisica della stupidità, ma le sue manifestazioni e incarnazioni concrete, all'interno della società del proprio tempo. Disarticolandone le molteplici forme di contorno, egli ne estrapolava gli aspetti essenziali, ancora perfettamente riconoscibili nella nostra epoca, il cui comun denominatore è l'incapacità di leggere razionalmente la realtà e di trarne le conseguenze. La dottrina hitleriana, per esempio, rappresentava per Kraus un coacervo di insanità ideologiche e di spudorate menzogne, incapaci di resistere all'esame della ragione. Ma ciò che rendeva tale delirio irresistibile, nella Germania degli anni '30, è il fatto che i nazisti erano diventati maestri nell'arte di sottomettere l'intelletto agli affetti, di razionalizzare le emozioni viscerali, e di «fare passare la stupidità, che ha sostituito la ragione, per la ragione stessa, di trasformare una gaffe in un colpo a effetto, in breve in quel che in altri tempi si definiva: abbruttire». Questo lavorio di «cretinizzazione caratterizzata», commenta da parte sua Bouveresse, ha conseguito il risultato di fare «perdere ogni senso della realtà, sia naturale che morale», a quegli individui sottomessi costantemente al bombardamento della propaganda.
Tale è esattamente lo stato nel quale la propaganda attualizzata, sistematizzata ed «eufemizzata» nelle modalità della «comunicazione» e della «informazione», tende a soggiogare le popolazioni, a vantaggio dei grandi esattori dell'ordine stabilito. L'onestà obbliga ad affermare che oggi come ieri, o forse ancor di più, avanza il processo di abbrutimento, dovuto all'evacuazione della riflessione critica, al martellamento di slogan che esaltano l'immediato, l'impulso e la fusionalità, provocato dalla riduzione del linguaggio al livello di imbonimento pubblicitario, e all'impoverimento intellettuale che lo accompagna: tutto ciò ha profondamente penetrato l'insieme della cultura e della vita sociale, provocando guasti terribili.
Nel momento in cui il discorso pubblico non serve che a mascherare il vuoto del pensiero, ad affermare con disinvoltura argomenti speciosi o controversi, a vestire di una parvenza di buon senso il rifiuto di ogni logica razionale, a rendere ammirabili ed onorevoli atti o idee ignobili e disprezzabili; quando parlare e scrivere non sono più, sostanzialmente, mezzi di ricerca della verità e giustizia, ma forme di seduzione e menzogna, propinata agli altri come a se stessi: quando, insomma, il linguaggio diventa vettore di manipolazione demagogica e uno strumento di dominio fra agli altri, posto al servizio dei potenti dai «doxosofi» (2) (esperti statistici, opinion-maker...) di ogni sorta: ebbene, per coloro che sanno ancora cosa significa parlare e rifiutano di farsi subornare diventa allora un compito prioritario mettere sistematicamente in evidenza, come faceva Kraus, il funzionamento interno della «macchina per istupidire».
Kraus perseguitava la stupidità sotto ogni forma. Ma quella cui mirava non era tanto la stupidità puerile e onesta, per così dire, tipica dei sempliciotti, quanto la stupidità delle persone intelligenti: chic e distinta, istruita ed eloquente, specialmente quella che spicca fra gli intellettuali che utilizzano la cultura e il ragionamento per rendere accettabile, a se stessi e ad altri, la dimissione interessata dell'intelletto di fronte a certe situazioni reali. Così, per non fare che un solo esempio particolarmente significativo, Kraus fustigava «quei tirapiedi che praticano il campo della trascendenza e propongono, nelle università e sulle riviste, di fare della filosofia tedesca una scuola propedeutica alle idee di Hitler».
Fra questi personaggi, Kraus punzecchiava in specifico Heidegger, eletto rettore dell'Università dai nazisti, e che «allinea(va) le sue fumose idee blu con quelle brune» , incitando i suoi allievi al culto del Führer e al «servizio militare dello spirito». Senza alcun rispetto per la reputazione di eminente filosofo, che Heidegger aveva acquisito, Kraus lanciò questo giudizio spietato che non era per lui una semplice banderilla: «ho sempre saputo che un ciabattino della Boemia è più vicino al senso della vita di un pensatore neo-tedesco».
Più in generale, Kraus eccelleva nel sottolineare l'incoerenza di tutti i costruttori di dimostrazioni che si ingegnavano ad abborracciare delle premesse razionalmente accettabili, al fine di giustificare conclusioni già stabilite secondo credenze affettive e interessi faziosi, come i pregiudizi razzisti o nazionalisti. O allora, il polemista sbertucciava coloro che, abdicando da ogni esigenza intellettuale, si felicitavano di appartenere alla popolazione che, come scriveva all'epoca un editorialista, «ha appreso, come noi, a rinunciare a ogni grado nell'ordine dell'intelletto non solo per venerare un simile Führer, ma per amarlo senza riserve».
Fra le diverse categorie intellettuali che, con maggiore o minore buona fede, si compiacevano nel prendere la notte per il giorno, e si ingegnavano a credere e a fare credere che il nuovo ordine nazista era, se non sempre assolutamente irreprensibile, almeno controllabile, perfezionabile, e dunque accettabile, due componenti in specifico fungevano da bersaglio virulento alle frecciate di Kraus: i partigiani della socialdemocrazia, e i giornalisti per i quali la cecità e la sordità nei confronti del reale costituiscono una forma di stupidità prossima all'autismo.
L'attitudine dei socialdemocratici a marciare dietro ai nazionalisti e ai guerrafondai durante la prima guerra mondiale, aveva convinto Kraus sulla loro inettitudine politica e morale. Dove troveranno la forza di resistere, si domandava, «dal momento che ogni fibra del loro essere è incline a venire a patti» con il mondo per come si presenta? Perciò non li riteneva in grado di opporsi alla barbarie crescente. Per Kraus, l'essenza stessa della «stupidità» socialdemocratica consisteva nel loro riformismo di principio, nell'illusione di poter pranzare col diavolo, nel rifiuto sistematico dello scontro, nella volontà forsennata di integrarsi, nel desiderio sconfinato di essere accomodanti, «di condurre una vita tranquilla cincischiando in una graziosa e rassicurante opposizioncella»; e nella loro ingenuità nel pensare che i banditi di fronte avrebbero rispettato questi buoni sentimenti e sarebbero stati abbastanza ragionevoli da accettare i loro argomenti.
Se oggi possiamo dire che i partiti socialdemocratici e coloro che ne sono influenzati non hanno saputo trarre dall'esperienza di un secolo di storia altro insegnamento che un'acquiescenza ancora più deliberata nei confronti della dittatura del «reale» (nobilitata ai giorni nostri in «logica del mercato»), che dire, allora, dell'attività della stampa e dei suoi giornalisti, di questo «giornalame liberale» nei cui confronti Kraus provava un'esecrazione pari al ruolo essenziale che svolgeva nel processo di abbrutimento generalizzato delle popolazioni?
Gran parte del lavoro di Kraus, durante molti lustri, è consistito nel leggere attentamente la stampa del suo periodo, per decostruirne in modo sapiente e meticoloso l'ordine del discorso, per dimostrarne l'enorme impostura a cominciare «dall'uso che essa fa del linguaggio, della deformazione del senso e del valore, del modo con cui tutti i concetti e i contenuti sono svuotati e disonorati». Ai suoi occhi, l'inclinazione naturale della stampa era di prostituirsi all'ordine stabilito. Precisava accuratamente: «Io pongo la donna di strada, da un punto di vista etico, al di sopra dell'editorialista liberale, e considero la mezzana meno punibile dell'editore di un giornale».
La critica si rivolgeva, all'epoca, essenzialmente contro la stampa scritta, ma egli non dovrebbe ridurre alcun aspetto della sua severità nemmeno oggi, semmai il contrario. Al massimo, tenuto conto dell'evoluzione sociologica di tale settore, della sua crescita esplosiva, della concentrazione di testate, emittenti canali e programmi posti nelle mani di un ristretto numero di gruppi capitalistici, egli ammetterebbe, forse, una distinzione di fondo tra la casta dirigente ed editorialista del mondo giornalistico - quasi del tutto assorbito dall'economia liberale e subordinato al mantenimento dell'ordine ideologico - e l'armata dei semplici esecutori, molti dei quali conoscono le angosce della precarietà, e si battono (alcuni) coraggiosamente, soli o appoggiati dal loro sindacato, contro l'arbitrio padronale, privato o pubblico, e contro la tendenza della stampa, più che mai pronunciata, di prostituirsi al potere economico-politico del denaro.
Kraus, che è morto nel 1936, non ha potuto vedere il regno nazista della forza sgretolarsi sotto l'assalto di una forza esterna ancora più imponente.
Benché si possa supporre in ogni atteggiamento satirico un appello alla lotta, la speranza di essere compreso, e il progetto, quanto meno implicito, di correggere quanto viene denunciato, Kraus, come la maggioranza degli spiriti caustici, moralisti in testa, non pare sia stato eccessivamente ottimista quanto alla disposizione dei suoi contemporanei nel manifestare lucidità e coraggio. Si può pensare, forse, che esiste una «bizzarria» per cui alcuni intellettuali sono indotti dalla loro vasta cultura e, inoltre, dalla lettura intensiva dei giornali, a discernere il tragico in ogni farsa e la farsa in ogni tragedia, prendendo in tal modo le distanze dalle illusioni comuni. Ciò non toglie che il corso storico degli avvenimenti può riservare molte sorprese. Il peggio non sempre è lo sbocco più probabile: nel caso delle lotte sociali, è risaputo che esse risultano davvero perse solo quando ci si rifiuta di metterle in atto. Noi l'abbiamo sperimentato una volta di più, quando, nel maggio del 2005, i Francesi hanno inferto la prima battuta d'arresto alla soffocante stupidità che credeva di avere imposto il suo impero in Europa.
note:
* Coautore di Journalistes au quotidien e di Journalistes précaires, Le Mascaret, rispettivamente Bordeaux 1995 e 2000.
(1) Karl Kraus, Les derniers jours de l'humanitè, tradotto dal tedesco da Jean-Louis Besson e Henri Christophe (versione integrale), Agone, Marsiglia, 2005, pp. 787, 30 euro (trad. it. Gli ultimi giorni dell'umanità.
Tragedia in cinque atti con preludio ed epilogo, Adelphi, 1996); Troisième nuit de Walpurgis, tradotto dal tedesco da Pierre Deshusses, prefazione di Jacques Bouveresse, Agone, 2005, pp. 562, 28 euro (trad.
it. La terza notte di Valpurga, Editori riuniti, 1996).
(2) Doxologie (doxologia): attività di persona impegnata nel campo intellettuale e il cui fondo di commercio consiste nella difesa della doxa (l'opinione comune e dominante). (Traduzione di E. G.)