|
Le Monde diplomatique con il manifesto per tutto il mese a 3€
Riviera Romagnola: hotel, alberghi, residence... Preventivi
gratuiti e offerte last minute per le tue vacanze!
Nikos Annunci immobiliari, oltre 200.000 annunci in
vendita e
affitto
Case a Milano;
Roma;
Verona;
altre cittaà.
Ricerca Hotel: offerte last minute per prenotare un hotel a Rimini e
nelle principali localitŕ italiane
www.abcfiere: eventi Fiera di Rimini, Fiera Bologna e informazioni sulle principali fiere in Italia.
IL PROCESSO DEI DIRIGENTI KHMER ROSSI
In Cambogia, giustizia tardiva e non per tutti
Nel luglio 2006, a tre decenni dalla caduta dei khmer rossi, in Cambogia
si è insediato un tribunale patrocinato dalle Nazioni unite. Ha il
compito di giudicare i quadri dirigenti responsabili del genocidio.
I sopravvissuti si aspettano sia le condanne che l'accertamento della
verità. Ma questa non potrà essere che parziale, perché i protagonisti
non cambogiani della tragedia sono stati risparmiati.
di RAOUL MARC JENNAR *
Quando, nel dicembre 1978, dopo tre anni di attacchi dei khmer rossi
al suo territorio, il Vietnam invade la Kampuchea democratica - nome
dato dai khmer rossi alla Cambogia - , il mondo scopre i crimini di
massa degli anni di Pol Pot (1). Tuttavia, all'interno dell'Organizzazione
delle nazioni unite (Onu), si crea un sodalizio tra Stati uniti,
Cina e i loro alleati per condannare «un cambiamento di regime nato
da un intervento straniero». I cambogiani hanno avuto il torto di
essere liberati dalla barbarie da un alleato dell'Unione sovietica!
La nuova Repubblica popolare di Kampuchea (Rpk) non viene dunque
riconosciuta. Nei quattordici anni successivi, il seggio della Cambogia
all'Onu sarà mantenuto dall'ambasciatore dei khmer rossi, Thiunn
Prasith. Ai carnefici è dunque assegnato il ruolo di rappresentanti
delle loro vittime, mentre continuano a massacrare la popolazione
nelle zone che ancora controllano. Per Washington, i principali dirigenti
dell'ex Kampuchea democratica sono «interlocutori non comunisti»
(2), che bisogna sostenere nelle loro lotta contro l'occupazione
vietnamita. Occidentali e cinesi ricostituiscono, in Tailandia, l'esercito
di Pol Pot.
Ecco perché, la Commissione dei diritti umani dell'Onu ha rifiutato, nel 1979, di pronunciarsi su un rapporto contenente novecentonovantacinque pagine di testimonianze sulle violazioni massicce dei diritti fondamentali nella Kampuchea democratica. Nel corso del decennio successivo, tutti i tentativi fatti dalla Rpk, ma anche da sopravvissuti come Dith Pran (3) e da militanti dei diritti umani come David Hawk, per portare in giudizio i dirigenti khmer rossi sono stati sistematicamente bloccati dall'istituzione internazionale. Quando cominciano i negoziati di pace nel 1989, e come conseguenza della volontà di associarvi i khmer rossi - il che vuol dire votare al fallimento la pacificazione della Cambogia tentata dall'Onu - , l'impasse è sui crimini commessi dal regime di Pol Pot. I termini «crimini contro l'umanità» e «genocidio» vengono banditi da qualsiasi documento ufficiale. Gli Accordi di Parigi sulla Cambogia (1991) utilizzano la formula «le politiche e le pratiche del passato» per indicare l'eliminazione di quasi un terzo della popolazione cambogiana. Per i sopravvissuti un processo è assolutamente necessario. Perché ciò che è accaduto non è stato, ad oggi, sanzionato da una giustizia neutra ed imparziale. Ne risulta non solo un'impunità intollerabile (come esercitare la giustizia nel quotidiano, quando i più grandi criminali vivono in libertà?), ma anche un campo aperto ai revisionisti di ogni specie. Che nel 2003, il presidente di uno dei tre partiti rappresentati all'Assemblea nazionale abbia potuto felicitarsi con il movimento dei khmer rossi «per la sua azione nel corso degli ultimi trent'anni», dimostra a quali derive può condurre questa carenza giudiziaria. La Cambogia chiede aiuto all'Onu È vero che, nel 1979, un «tribunale popolare rivoluzionario», ha giudicato la Kampuchea democratica attraverso due dei suoi dirigenti: Pol Pot e Ieng Sary, suo vice primo ministro e ministro degli affari esteri, condannandoli a morte in contumacia. Ma il processo (4), che pure ha permesso a molti sopravvissuti di testimoniare, è però sminuito, nella memoria collettiva cambogiana, dal fatto che si è tenuto sotto l'influenza vietnamita. Il problema è che la propaganda dei khmer rossi non ha mai smesso, fino all'estinzione del movimento nel 1998, di attribuire ai vietnamiti i massacri del regime di Pol Pot. E questa interpretazione, oggi come in passato, viene apprezzata dalla gioventù cambogiana - il 51% della popolazione ha meno di diciotto anni. È dunque un fatto molto positivo che il processo, deciso finalmente dal governo della Cambogia e dalle Nazioni unite nel 2003, e che dovrebbe cominciare nel 2007, si tenga sul posto e nella lingua del paese. Nel giugno 1997, con una lettera al suo segretario generale, le autorità cambogiane hanno chiesto «l'aiuto dell'Onu e della comunità internazionale per giudicare coloro che sono stati responsabili di genocidio e di crimini contro l'umanità durante il regime dei khmer rossi». «Stabilire la verità» e «giudicare i responsabili», sono i due obiettivi indicati nella richiesta accettata dall'Assemblea generale dell'Onu alla fine dello stesso anno. In seguito sorgeranno tutta una serie di difficoltà che richiederanno sette anni di negoziati. L'Onu propone un tribunale internazionale. La Cambogia preferisce una giurisdizione cambogiana, assistita da magistrati e consiglieri stranieri. L'Onu esige allora il rispetto di criteri giuridici internazionali, chiede garanzie sull'arresto dei sospetti e pretende la partecipazione di magistrati internazionali in tutte le fasi della procedura. In effetti il problema è reale: i magistrati cambogiani sono insieme giudici e parte in causa, in quanto sono tutti sopravvissuti del regime di Pol Pot e parenti delle vittime. Inoltre, è un dato di fatto che la magistratura cambogiana, ricostituita dopo il 1979, non ha un livello adeguato di competenza e indipendenza. Nel 2001 viene votata una legge, poi emendata nel 2004, affinché il funzionamento di queste «sezioni straordinarie all'interno dei tribunali cambogiani [Cec] destinate a giudicare gli autori dei crimini commessi sotto il regime dei khmer rossi» - nome ufficiale del tribunale - sia accettabile per l'Onu: l'istruttoria sarà sotto la responsabilità congiunta di un procuratore cambogiano e di un procuratore proposto dall'Onu, assistiti ognuno da un giudice istruttore della stessa origine; la camera di prima istanza e la Corte suprema saranno composte da giudici cambogiani e internazionali. Ogni volta, sarà richiesto l'accordo di un magistrato internazionale. Ci vorranno ancora due anni prima che l'Onu e il governo cambogiano riescano a coprire il budget - 56 milioni di dollari - e che i magistrati (diciassette cambogiani e otto internazionali) assumano le loro funzioni. Gli imputati saranno perseguiti per violazione del diritto penale cambogiano, del diritto umanitario internazionale e delle convenzioni internazionali ratificate dalla Cambogia. Il tribunale avrà competenza per giudicare crimini di genocidio, crimini contro l'umanità, crimini di guerra e violazioni della convenzione dell'Aia sul patrimonio culturale. Alcuni negano che vi sia stato genocidio. Ma questa definizione sembra incontestabile, perché si tratta dell'eliminazione di quasi il 40% della popolazione di confessione mussulmana, gli cham, per la sola ragione che erano cham. E lo è a maggior ragione per le migliaia di persone giustiziate perché non avevano «un'anima khmera in un corpo khmero»: khmero-tailandesi, cino-khmeri e soprattutto khmero-vietnamiti o gente sospettata di simpatia per il Vietnam. Del governo di Pol Pot, della direzione dell'Angkar - l'«Organizzazione», come veniva chiamato il Partito comunista della Kampuchea democratica - e dell'apparato di sicurezza - il Santebal (polizia politica) e il centro di tortura ed esecuzione S-21 - sono ancora in vita: Khieu Samphan (capo dello stato); Nuon Chea (noto come «Fratello n° 2», l'uomo più potente dopo Pol Pot); Ieng Sary (vice primo ministro); Khieu Thirith (moglie di Ieng Sary, ministro e membro del comitato centrale); Thiunn Mumm (ministro); Keat Chhon (ministro) (5); Thiunn Prasith (ambasciatore all'Onu, è l'uomo che conosce meglio il ruolo svolto dagli Stati uniti tra il 1979 e il 1990). È ancora in vita anche Kang Kek Ieu, alias «Duch», responsabile del centro S-21. E infine, Sou Met e Meah Mut che comandavano rispettivamente l'aviazione e la marina. Ad eccezione di Thiunn Prasith, che sembra godere della protezione americana, gli altri attualmente risiedono in Cambogia. Ma tutti avranno un'istruttoria con prove a carico e a discarico? È una delle grandi incognite del processo. Ed è strettamente connessa al modo in cui è avvenuta la pacificazione, tra il momento in cui l'Onu si è ritirata, nel 1993, e la resa dell'ultimo bastione dei khmer rossi, nel 1998. Ieng Sary ha sostenuto il governo nel 1996 e ha anche beneficiato di un'amnistia reale dopo la condanna nel 1979. Khieu Samphan e Nuon Chea si sono arresi alla fine del 1998. Sou Met e Meah Mut sono entrati nelle forze armate cambogiane. Solo «Duch» è in carcere. Il numero e la qualità delle persone incriminate permetteranno di valutare la credibilità del processo. Gli alleati di Pol Pot Altra domanda: l'istruttoria proporrà di dichiarare organizzazioni criminali l'Angkar - supremo organo amministrativo del regime - , in nome del quale sono avvenuti i massacri, e il Santebal? O almeno il comitato permanente del comitato centrale del Partito comunista della Kampuchea democratica, che ha deciso e pianificato i massacri? Questa scelta permetterebbe di perseguire chiunque, ventisette anni prima del 3 luglio 2006, data di inizio dell'istruttoria, facesse parte di queste istanze. Nel frattempo, Pol Pot, Son Sen (ministro della difesa e responsabile del Santebal), Yun Yat (ministro), Thiunn Thioeunn (ministro), Ta Mok (capo del comando militare) e il suo vice Ke Pauk sono morti. Tutti costoro hanno goduto della protezione della «comunità internazionale» dal 1979 al 1993. Son Sen faceva addirittura parte del Consiglio nazionale supremo, creato dagli Accordi di Parigi (1991) con il compito di rappresentare, nel periodo di transizione, la sovranità nazionale! Gli Stati uniti hanno accettato l'idea di un processo, a condizione che la competenza del tribunale sia limitata ai soli crimini commessi in Cambogia dal 17 aprile 1975 al 6 gennaio 1979. Non sarà dunque possibile processare gli stranieri responsabili della tragedia prima, ma anche dopo, il periodo della Kampuchea democratica. Di conseguenza nessun alto funzionario civile o militare tailandese sarà chiamato alla sbarra, quando questo paese, fin dal 1953, si è ripetutamente intromesso negli affari cambogiani, facendo di tutto per destabilizzare la Cambogia neutrale prima del 1970 e servendo da retrovia dell'esercito di Pol Pot dal 1979 al 1998. E neppure i dirigenti di Singapore, cardine dell'approvvigionamento dell'esercito di Pol Pot dopo il 1979, saranno chiamati in causa. La stessa cosa vale per i paesi europei, Gran Bretagna in testa, che dal 1979 al 1991 fornirono armi e munizioni ai khmer rossi. Tanto meno sarà coinvolto Henry Kissinger, in quanto responsabile dei bombardamenti dal marzo 1969 al maggio 1970, del colpo di stato che il 18 marzo 1970 ha rovesciato Sihanuk, e dell'invasione della Cambogia nell'aprile 1970. E nemmeno il presidente americano James Carter e il suo consigliere per la sicurezza nazionale Zbigniew Brzezinski che, nel 1979, hanno scelto (6), di condannare la liberazione della Cambogia da parte del Vietnam, d'imporre a questo paese un embargo totale e di sostenere la ricostituzione dell'esercito di Pol Pot. Una scelta che è stata confermata sia dall'amministrazione di Ronald Reagan che da quella di George Bush (padre) fino al 1990... note:
* Laureato in studi khmeri (Institut national des langues et civilisation orientales, Inalco), autore, in particolare, dell'opera Les Constitutions du Cambodge (1953-1993). La Documentation française, Parigi, 1994. (1) La politica di Pol Pot, il cui vero nome era Saloth Sar (1925-1998), leader dei khmer rossi e primo ministro della Kampuchea democratica (attuale Cambogia) dal 1976 al 1979, ha provocato la morte di circa due milioni di persone. (2) Memorandum della Central Intelligence Agency (Cia) destinato al personale americano della missione dell'Onu in Cambogia (JPRS-SEA-92-008, 20 aprile 1992). (3) Fotografo cambogiano per il New York Times a partire dal 1973. La sua storia è stata raccontata nel film La Déchirure, di Roland Joffé (1984). (4) Si legga «Des Khmers rouges encombrants et convoités», Le Monde diplomatique, marzo,1999. (5) Il solo ministro di Pol Pot attualmente ministro (economia e finanze). Non si dispone di alcun elemento che lo associ direttamente ad esecuzioni arbitrarie. (6) Si legga Christopher Hitchens, Les crimes de M. Kissinger, Saint-Simon, Parigi, 2001 e Chanda Nayan, Les frères ennemis, Presses du Cnrs, 1987. (Traduzione di G.P.) |