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«Socialisme ou Barbarie» e la rivoluzione ungherese


Fondata nel 1948 da Claude Lefort e Cornelius Castoriadis, la rivista «Socialisme ou Barbarie» si ritrova perfettamente nell'insurrezione ungherese del 1956. Vede in essa la prima rivoluzione antitotalitaria...


di THOMAS FEIXA*

Budapest, 23 ottobre 1956. Una manifestazione di solidarietà con i polacchi organizzata dal Circolo Petöfi, gruppo di studenti e intellettuali ungheresi, dà fuoco alle polveri. Chi sono gli insorti? Secondo Le Figaro si tratterebbe di militanti ansiosi di restaurare una «democrazia» all'occidentale, rispettosa delle leggi del capitalismo. Non è che lo strumento di propaganda del Partito comunista francese - che considera rivoltosi contro-rivoluzionari gli istigatori dell'insurrezione di Budapest - sostenga il contrario. I crimini dello stalinismo sono già stati riconosciuti ufficialmente, ma imputati esclusivamente alle azioni di una torbida personalità. Anche la Pravda aveva precisato che «il culto della personalità è un ascesso superficiale in un organo perfettamente sano del partito»; il proletariato e la rivoluzione restano al potere, non solo in Unione sovietica ma anche in tutte le «democrazie popolari». Come è possibile che in Ungheria il proletariato si rivolti contro se stesso?
Spicca, per contro, l'originalità dell'analisi di una rivista comunista, Socialisme ou Barbarie, marginale ma la cui influenza sarà particolarmente evidente nel maggio '68. «Organo critico d'orientamento rivoluzionario» (è il sottotitolo della rivista), Socialisme ou barbarie viene fondata nel 1949 da due dissidenti trotzkisti, Claude Lefort e Cornelius Castoriadis. A partire dal dicembre 1956, dedica tre approfondimenti ai fatti ungheresi, ricorrendo a racconti, appelli e parole d'ordine diffusi dagli insorti, sia studenti che operai.
Per Castoriadis, bisogna innanzitutto «allontanare la nebbia della propaganda, di cui ci si serve da una parte e dall'altra per nascondere la verità sulla rivoluzione ungherese, per mostrare quindi le vere correnti, operaie e socialiste, di questa rivoluzione». Subito, le analisi aride e confidenziali di Socialisme ou Barbarie sembrano sposare gli obiettivi e le procedure degli insorti ungheresi. La rivoluzione dei consigli operai che prende forma a Budapest, Györ, Miskolc o Pécs, sembra in effetti confermare la pertinenza di un progetto rivoluzionario, al tempo stesso radicale ed egualitario.
I fatti di Budapest, modello di una rivoluzione democratica, costituirono, secondo Lefort, la prima «rivoluzione antitotalitaria» e lanciarono la prospettiva di un socialismo che si opponeva all'ideologia leninista e a tutte le sue varianti.
Come la rivoluzione russa del febbraio 1917, l'insurrezione ungherese agisce spontaneamente. Il potere monolitico del partito-stato si sgretola in pochi giorni davanti all'insieme di movimenti selvaggi, «centrifughi» e autonomi. Questa rivoluzione socialista, «dai molteplici focolai», secondo Castoriadis e Lefort, si sviluppa lontano da qualsiasi avanguardia rivoluzionaria e contro l'idea stessa di una subordinazione a eventuali «professionisti» della rivoluzione. Così facendo, riabilita le forme politiche della lotta radicale: lo sciopero generale e la creazione dei consigli autonomi, operativi sulla base di una democrazia diretta. Allo stesso tempo intacca la formula del partito rivoluzionario, difesa da Lenin e da Trotzki, inteso come organizzazione autoritaria e centralizzatrice che riserva a un'elite ristretta di saggi tutte le decisioni. L'insurrezione ungherese mostra l'autonomia dei movimenti rivoluzionari, accogliendo l'idea cara a Karl Marx di autoemancipazione del proletariato.
Ed è qui che si colloca il cuore del marxismo eterodosso di Socialisme ou barbarie. Per quanto non garbi all'autore di Che fare?, la «coscienza socialista», lungi dal far nascere un sapere particolare riservato a un'elite, a un'avanguardia, sarebbe il prodotto di un'esperienza collettiva di lotta per il rovesciamento dell'ordine stabilito.
A partire dal 25 ottobre 1956, sostiene Lefort, «i consigli si diffondono in Ungheria, il loro potere diventa il solo potere reale, insieme a quello dell'armata rossa». Quindi, l'attività spontanea e radicale degli insorti mostra la loro creatività politica e sfocia nell'istituzione dei consigli operai. Questi non costituiscono forme politiche transitorie, bensì tendono a sostituire la logica centralizzatrice dello stato con una logica democratica. Chi parla di socialismo dei consigli parla allo stesso tempo di controllo della rappresentanza, di volontà di arginare qualsiasi tendenza oligarchica, di speranza di prevenire le aspirazioni di autonomia del potere.
L'adozione del mandato imperativo - che tutte le Costituzioni repubblicane francesi hanno considerato nullo e di cui nessuna grande formazione politica accetta il principio, neanche per il suo funzionamento interno - costituisce uno dei pilastri della teoria dei consigli. Mira a prevenire la separazione tra la minoranza che dirige e la maggioranza che esegue. Al contrario del mandato rappresentativo, instaura la revocabilità permanente di qualsiasi delegato: il rappresentante è tenuto ad applicare le istruzioni di chi l'ha eletto, mentre il mandato rappresentativo concede una totale indipendenza a colui che, una volta eletto, diventa una voce della nazione e non più quella dei suoi mandanti.
Il 28 ottobre, il consiglio di Szeged adotta la rivendicazione di autogestione operaia. Altri consigli o comitati di fabbrica (che proliferano in quel momento) seguono la stessa traiettoria. Il 2 novembre. La Federazione della gioventù proclama: «Non renderemo la terra ai grandi proprietari fondiari né le fabbriche ai capitalisti».
Per Castoriadis, la rivoluzione ungherese si avvicina al principio di anticapitalismo, che combatte gli stessi rapporti di produzione e non si accontenta, come invece il socialismo fa, dell'abolizione del regime di proprietà privata. Secondo Lefort, il regime staliniano aveva permesso agli operai ungheresi di arrivare a un'importante consapevolezza: «lo sfruttamento non deriva dalla presenza di capitalisti privati, ma, più in generale, dalla divisione all'interno delle fabbriche tra coloro che decidono tutto e coloro che possono solo obbedire».
La statalizzazione dei mezzi di produzione - o la loro nazionalizzazione - non potrebbe in nessun caso conferire un carattere socialista alla produzione. Un simile errore aveva portato a coprire la realtà di un sistema di inaudito sfruttamento che nel 1956 gli ungheresi tentarono di fare a pezzi.
La rivoluzione di Budapest provocò numerose crepe in un edificio totalitario considerato invulnerabile. Fu l'occasione di un'invenzione democratica senza briglie e non equiparabile a quelle che Castoriadis chiamava le nostre «oligarchie liberali». Contro il totalitarismo, la rivoluzione. Una simile opposizione chiama in causa un filone della storiografia conservatrice. Quello che da François Furet a René Remond, confonde troppo allegramente gulag e fenomeno rivoluzionario.


note:
* Ricercatore in scienze sociali.