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All'ombra della guerra, una società in frantumi
L'economia algerina minacciata dalla mafia politico-finanziaria
Guidata dall'ex presidente portoghese Mario Soares, la missione di informazione delle Nazioni unite rimasta in Algeria dal 23 luglio al 3 agosto, dovrebbe consegnare il suo rapporto entro il mese di settembre. Essa ha potuto constatare che, lungi dall'essere"residuale", il terrorismo, da qualunque parte provenga, continua a colpire. Intanto, il 31 luglio, il Comitato dei diritti umani dell'Onu aveva raccomandato"un'inchiesta (...) sul comportamento delle forze di sicurezza a tutti i livelli". Ma, al di là delle vittime della violenza, è l'intera società che sta andando in pezzi. Mentre la mafia politico-finanziaria, alimentata dalle privatizzazioni, si arricchisce, l'economia si impoverisce anche perché la manna del petrolio, con la caduta dei prezzi, si è sensibilmente ridotta. Per la popolazione, è come se l'Algeria fosse tornata indietro di 35 anni: la disoccupazione colpisce ormai il 30% della forza lavoro, il potere d'acquisto è calato, la miseria è ovunque, la penuria si moltiplica, l'analfabetismo tocca 7 milioni di persone, la protezione sociale e le pensioni sono in pericolo, le epidemie si diffondono. Per mascherare quest'opera di prevaricazione e nascondere i suoi fallimenti in materia di sicurezza il potere ha asservito l'informazione. Giornalisti assassinati o scomparsi, censura sistematica, sorveglianza poliziesca, pressioni economiche. Tutto serve.
dal nostro inviato speciale Fayçal Karabadji*
"Ho abbandonato gli studi universitari tre mesi fa. Eppure mi mancavano solo due semestri per ottenere la laurea in ingegneria.
Ma a che pro? Ne avevo abbastanza degli allarmi per le bombe sul treno da Algeri all'università di Bab Ezzouar. E ne avevo fin sopra i capelli dei corsi annullati per mancanza di professori. E poi, soprattutto, mio fratello mi ha proposto di lavorare con lui. Ha messo su una ditta di import-export e le cose vanno bene. Guadagno più di 90.000 dinari (2.700.000 lire circa) al mese. E' più di quanto guadagni il miglior ingegnere del paese. Persino meglio, a quanto pare, di un ministro..." Con queste parole, Hamid, un giovane algerino dal viso angoloso, non cerca di provocare. Semplicemente, egli rappresenta una nuova generazione. Quella dei"nuovi uomini d'affari": giovani che investono nel commercio in modo più organizzato e legale dei loro predecessori, i famosi"trafficanti", i contrabbandieri. Se costoro facevano la spola fra l'Algeria, l'Europa, il Marocco e la Tunisia per comprare merci e rivenderle, con un'organizzazione precaria e largamente dipendente dal rilascio di un visto o dalla benevolenza dei doganieri, i loro successori, invece, hanno scoperto la legalità. Tengono la contabilità e pagano le imposte, utilizzano i fax, Internet, le lettere di credito e, soprattutto, importano con i container. "Il trabendo (contrabbando) e la dura vita della sporta. Tutto questo è finito", continua Hamid."Oggi, quando si va all'estero lo si fa per incontrare i fornitori o contrattare con le banche. Questo è il motivo per cui la gente istruita ha meno vergogna di dedicarsi al commercio". La liberalizzazione del commercio estero, nel 1994, e la sua apertura al settore privato hanno così reso possibile la creazione di più di tre mila società di import-export (1) Nel 1997, i"privati" algerini hanno importato merci per circa due miliardi di dollari grazie alla convertibilità commerciale del dinaro. In Algeria, il genio popolare definisce queste imprese commerciali"società di import-import". Un modo come un altro per evidenziare il fatto che questi nuovi imprenditori sono assolutamente incapaci di esportare e di misurarsi con la concorrenza internazionale, ma, soprattutto, che essi non fanno che sperperare le riserve nazionali di valuta estera. "Esportare?", domanda Hamid."Esportare cosa? Per esportare bisognerebbe che ci fossero fabbriche che lavorano, in questo paese. Che ci fossero prodotti diversi dagli idrocarburi e dai datteri. Ma non c'è ancora nessuno che abbia voglia di lanciarsi nella produzione. Il modo migliore per far soldi in Algeria è il commercio. Persino chi è proprietario di una fabbrica, preferisce chiuderla e riconvertirsi in importatore". Frastornati da molti anni di violenza, gli algerini scoprono quindi con fatalismo i"miliardari della guerra" che non provano alcun imbarazzo ad esibire i segni della loro ricchezza. "Ad Algeri circolano i nuovi modelli delle berline tedesche di lusso prima che essi compaiano in Francia o in Italia", esclama indignato un insegnante."C'è stato un periodo in cui la gente aveva paura di esibire la sua ricchezza. Ma, da qualche mese, i gruppi terroristi sono meno attivi nelle grandi città. Così ricompaiono le belle macchine e si danno di nuovo feste sontuose. " Ma questa liberalizzazione del commercio estero, motivo di fierezza per i funzionari del Fondo monetario internazionale (Fmi), non è poi quel successo che potrebbe sembrare. Se è vero che in teoria qualsiasi imprenditore privato può importare merci, esistono tuttavia settori nei quali è meglio non sconfinare. "I monopoli pubblici sono stati sostituiti da monopoli privati, vicini ai circoli del potere. E' inutile per esempio cercare di importare generi alimentari, farmaci o materiali da costruzione. Tutti sanno che in questi settori opera gente che non si può aggirare e dalla quale, se si tiene alla propria sicurezza, è meglio stare alla larga", riconosce un impiegato della camera di commercio di Algeri. Il saccheggio delle aziende pubbliche I fornitori francesi sanno perfettamente che è meglio non tentare di concludere più di un contratto, ma che, come viene loro caldamente consigliato, è preferibile trattare con un solo interlocutore."Sfido qualsiasi anonimo operatore commerciale a importare zucchero o cemento francese. Al meglio, riceverà un educato rifiuto dal fornitore", prosegue l'impiegato della camera di commercio d'Algeri. Per non parlare del peggio: i responsabili delle società algerine"d'import-import" sono in grado di raccontare decine di storie che fanno riflettere. Per esempio la partita di zucchero di un giovane importatore oranese è stato dichiarata non commestibile da alcuni funzionari del porto chiaramente in malafede. Altri operatori sono stati meno fortunati e gli algerini sono persuasi che alcuni assassinii attribuiti ai gruppi islamisti armati sono invece ascrivibili alle rivalità nel campo del commercio internazionale. "E' chiaro che bisogna trovare una nicchia che non risvegli gli appetiti dei pesci grossi. L'informatica, i componenti elettronici, gli accessori per auto, ad esempio", spiega Hamid. Ma il problema è che i grossi importatori sono insaziabili. E individuare dei buoni affari è tanto più facile per loro in quanto dispongono di informatori in tutte le amministrazioni, in particolare quelle del porto e delle dogane. "All'inizio l'importazione di bottiglie di birra europea era praticamente aperta a tutti. Poi il figlio di un generale in pensione ha deciso che il diritto di commerciare in questo settore spettava esclusivamente a lui. Come per caso, gli altri importatori hanno cominciato ad avere problemi gravi con l'amministrazione ed alcuni hanno perso tutti i loro carichi. Il segnale era chiaro", racconta un funzionario dell'amministrazione del porto di Algeri. In questa congiuntura, in cui alcuni interessi privati tentano di prendere il controllo dell'economia con la complicità, non lo si ripeterà mai abbastanza, delle istituzioni internazionali (che fingono di ignorare la realtà), la questione della privatizzazione delle aziende pubbliche si pone in modo molto acuto. "Come privatizzare senza svendere? Come fare in modo che le imprese vendute non siano smembrate?" si domanda allora un alto funzionario algerino. "E' normale che lo stato algerino abbandoni quelle attività dove il settore privato può fare meglio. Ma non si può pensare alla privatizzazione totale. Esistono aziende pubbliche in grado di resistere e di funzionare in un contesto di concorrenza. Semplicemente, che ci vengano dati i mezzi per lottare ad armi pari con il settore privato o le imprese internazionali", si dice negli ambienti dell'Unione nazionale degli imprenditori pubblici (Unep), una delle rare organizzazioni che tentano ancora di difendere l'idea di un'economia mista. Più di quattrocento imprese pubbliche economiche (Epe) sono interessate dalle privatizzazioni e la mancanza di informazione sui progetti allo studio è indice, secondo numerosi osservatori, delle tensioni provocate dalla questione. Altre aziende pubbliche locali sono state vendute, smantellate o, semplicemente, non hanno trovato nessuno disposto a rilevarle. E' questo il caso di molti hotel, alcuni dei quali costruiti dall'architetto François Pouillon: i potenziali investitori, algerini o stranieri, non li hanno voluti neanche ad un prezzo simbolico. Questa mancanza di voracità si spiega con la mole dei lavori necessari per rinnovare gli impianti, ma anche con il fatto che il turismo in Algeria rimane un settore il cui avvenire dipende essenzialmente dal miglioramento del clima sul piano della sicurezza. Improvvisamente, molti investitori fanno pressione perché il governo venda alcune aziende solide, come Air Algérie o persino la Sonatrach (impresa petrolifera). Contemporaneamente, altre imprese pubbliche, anch'esse redditizie, sono oggetto di veri e propri tentativi di destabilizzazione. E' questo il caso, ad esempio, della Saidal, un'azienda farmaceutica che dà prova di dinamismo e il cui gruppo dirigente conclude una joint-venture dopo l'altra con grandi gruppi stranieri al fine di aumentare la produzione algerina di farmaci e diminuirne l'importazione (il cui costo è di circa 600 milioni di dollari ogni anno). Una strana dinamica, come spiega un quadro della Saidal:"Il direttore generale della nostra impresa è stato vittima di diversi attentati terroristi. I nostri impianti produttivi vengono regolarmente presi di mira e siamo stati obbligati a creare un servizio di sicurezza per proteggerci. Nessuno riuscirà mai a convincerci che questi attentati sono l'opera di gruppi islamisti". Per dirla chiara, le lobby che vogliono che l'Algeria continui a importare medicine, invece di produrle, sarebbero dietro a questi attentati. La destabilizzazione con la violenza (che poi è comodo attribuire ai terroristi) non è l'unica arma utilizzata da coloro che desiderano trasformare il paese in una gigantesca agenzia commerciale. Un metodo meno rischioso, e più frequente, è quello di prendersela con i gruppi dirigenti delle imprese pubbliche criticando il modo con cui essi le gestiscono. Il caso della Sider, proprietaria fra l'altro dell'importante complesso siderurgico di El-Haddjar, situato nella zona est del paese, illustra perfettamente questo metodo (2). Il 21 febbraio 1996, i dirigenti di questa impresa vennero arrestati, nell'ottobre 1997 furono condannati a pesanti pene detentive e oggi sperano in una sentenza di archiviazione da parte della corte suprema o in un provvedimento di grazia presidenziale. Ma è stato provato che, al momento dell'arresto, non esistevano capi di accusa nei confronti di questo gruppo dirigente. Solo successivamente le autorità giudiziarie si sono date da fare per costruirli, ordinando audizioni finanziarie e contabili i cui risultati continuano peraltro a essere criticati. Questo affare, che è stato oggetto di grande attenzione da parte dei media, mette anche in evidenza come l'Algeria, che ufficialmente ha scelto un'economia di mercato, è ben lungi dall'aver riformato le leggi che regolano il campo del commercio e della finanza. Per dirla con un ex dirigente della Sider che oggi vive in Francia:"I capi di imputazione contro questi dirigenti erano inesistenti, e le accuse loro rivolte dalla giustizia si basavano sul codice socialista di gestione delle imprese. Come si può difendere l'economia di mercato e perseguire un direttore generale per aver utilizzato la carta di credito dell'azienda durante una missione all'estero?". Cosa ancor più scandalosa, a un accusato si rimprovera il fatto di farsi chiamare"Charles de Gaulle", mentre un altro viene tacciato di essere un"harki" (soldato algerino ausiliario nell'esercito francese). Pur senza pretendere che i dirigenti della Sider siano tutti irreprensibili ("fra gli accusati c'è sicuramente qualche pecora nera", riconosce un membro del comitato informale che li appoggia), per la maggioranza degli osservatori è tuttavia evidente che gli operatori commerciali che si occupano di importazione di tondini per cemento armato hanno tutto l'interesse a che la Sider vada in rovina o, meglio, che essa venga semplicemente smantellata per insuccessi commerciali. "Gli attuali dirigenti della Sider", è l'opinione dell'economista Amar Ouahad,"come tutti coloro che si battono altrove per tenere a galla le loro aziende, sanno di poter andare in prigione per aver utilizzato metodi moderni di gestione che continuano ad essere vietati dalla legge. La situazione è totalmente indeterminata e ambigua e questo, di necessità, si ripercuote negativamente sui risultati ottenuti da queste imprese. Se il governo vuole limitare l'influenza dei gruppi di interesse ostili alle Epe, deve provvedere rapidamente varando nuove leggi e non permettere più che si possa destabilizzare un gruppo dirigente nascondendosi dietro regole arcaiche di gestione". |