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LA COMUNITà INTERNAZIONALE NELLA TRAPPOLA DEGLI ACCORDI DI DAYTON
La Bosnia sospesa tra guerra e pace
Gli scontri di questa estate hanno portato alla disfatta l'Esercito di liberazione del Kosovo (Uck). Le truppe di Belgrado non solo hanno ripreso in agosto il controllo di quasi tutta la provincia serba popolata al 90% da albanesi, ma sono riusciti a smantellare gran parte dell'organizzazione di resistenza. Ma l'implacabile repressione serba ha radicalizzato le posizioni della maggioranza degli albanesi, schierata quanto meno simbolicamente con la lotta armata. E, soprattutto, ha provocato un vero e proprio esodo della popolazione: in tutto, sarebbero più di 200mila i profughi (il 10% della popolazione albanese della provincia). Per sfuggire alla strategia della terra bruciata adottata dai soldati jugoslavi, alla fame e alla sete, 70mila di loro avrebbero passato le frontiere e trovato rifugio nei paesi vicini. Ci sono tutte le condizioni per una internazionalizzazione del conflitto, che potrebbe già da ora destabilizzare la Repubblica di Macedonia, dove la minoranza albanese è numerosa e molto attiva. L'esempio della Bosnia non è affatto incoraggiante: se gli accordi di Dayton hanno messo fine ai combattimenti, non sono riusciti a eliminare nessuno degli ostacoli che impediscono la ricostruzione di una Bosnia multietnica, a cominciare dal problema dei profughi, che non vogliono o non possono tornare nelle proprie case.
dal nostro inviato speciale THOMAS HOFNUNG*
Un bar, questo almeno vorrebbe essere, lì in mezzo alle rovine di Stari Rasadnik, un sobborgo di Brcko, nel nord-est della Bosnia-Erzegovina. Un frigo per le birre, tre tavoli sotto un telone e qualche"cliente": serbi e musulmani, uniti dalla stessa sventura, quella di essere profughi. I primi hanno lasciato Sarajevo nel marzo del 1996, quando la capitale è stata riunificata sotto l'autorità del governo di Alija Izetbegovic; i secondi, cacciati da Brcko dagli estremisti serbi all'inizio della guerra, cominciano soltanto ora a tornare. Si conversa tranquillamente al riparo dal sole. Una scena impensabile fino a un anno fa.
Conquistato dai serbo-bosniaci all'inizio della guerra, questo porto fluviale è per loro di vitale importanza: permette infatti di dare continuità territoriale alla loro entità statuale, la Republika Srpska (Rs). Sarajevo ne rivendica il controllo, perché prima della guerra la maggioranza della popolazione era musulmana. Ai negoziati di Dayton le due parti hanno rifiutato ogni forma di compromesso; il compito di definire lo statuto della città è stato quindi demandato a una commissione internazionale ad hoc. Aspettando il suo verdetto (previsto al più tardi per il 15 gennaio del 1999), Brcko è stata lasciata ai serbi, ma sotto la"supervisione" di un amministratore internazionale, l'americano Robert Farrand. Sul modello dell'alto rappresentante della comunità internazionale in Bosnia, lo spagnolo Carlos Westendorp, sempre più potente in questo paese convalescente (1), Robert Farrand è il vero signore della città. Anche lui ha il potere di revocare gli amministratori locali che rifiutano di cooperare. Da più di un anno cerca di realizzare un ambizioso programma di pacificazione. Polizia, tribunali, consiglio municipale e amministrazione: sono i quattro pilastri che dovrebbero lavorare di concerto per ristabilire la multietnicità a Brcko.
Nel settembre del 1997, al prezzo di manipolazioni elettorali ignorate dagli occidentali, i serbi sono arrivati in testa alle elezioni comunali. Sia pure contestato, lo scrutinio ha dato vita a un consiglio municipale tripartito. Da qualche mese anche tribunali e polizia sono misti. La loro composizione etnica segue un criterio di ripartizione ben preciso: 52% di serbi, 39% di musulmani e 9% di croati."Solo l'amministrazione pone ancora dei problemi", dice soddisfatto il rappresentante dell'Organizzazione per la cooperazione e sicurezza in Europa (Osce), Edward Joseph.
Obiettivo centrale dell'impresa: il ritorno dei profughi croati e musulmani. In un anno e mezzo in tremila si sono stabiliti alle porte della città, in territorio serbo. Un vero successo, se confrontato con i deludenti risultati ottenuti in altre zone della Republika Srpska dall'Alto commissariato dell'Onu per i rifugiati (Acnur). Chi non esulta è Perida Drijo, la presidente di una associazione musulmana di Stari Rasadnik, che racconta:"Nessuno di noi ha trovato ancora lavoro. Abbiamo paura ad andare nel centro di Brcko". La signora Drijo preferisce mandare i figli in una scuola oltre la linea di demarcazione, nella Federazione croato-musulmana. A diciotto chilometri da qui.
Senza esagerare, si può dire che Brcko è lo specchio della Bosnia. Nel dicembre del 1995, all'epoca della firma degli accordi di pace negoziati a Dayton, l'ottimismo (l'ingenuità, direbbero alcuni) era d'obbligo tra gli sponsor occidentali del processo di pace. La questione bosniaca, proclamavano allora, si sarebbe risolta nel giro di pochi mesi. Per le pressioni degli Stati uniti, lo stato maggiore dell'Alleanza atlantica aveva previsto di mantenere le sue truppe in Bosnia per un anno. Le prime elezioni"libere e democratiche", svoltesi nel settembre del 1996, avrebbero dovuto aprire la strada al ritiro dei 60.000 uomini dell'Ifor (Implementation Force).
Due anni dopo, mentre i bosniaci attendono il risultato delle elezioni generali del 12 e 13 (2), le truppe della Nato sono ancora qui. La Forza di stabilizzazione (Sfor, Stabilisation Force) che conta circa 30.000 uomini, ha iniziato un nuovo mandato nell'indifferenza generale un mandato che, per la prima volta, non prevede alcuna scadenza.
Il loro ritiro non è all'ordine del giorno, ma non perché ci sia la minaccia di una nuova guerra: più nessuno in Bosnia-Erzegovina crede alla ripresa delle ostilità. Il capitolo militare degli accordi di pace è stato attuato e con successo.
In campo civile, invece, il fallimento è evidente. Centinaia di migliaia di profughi, giustamente preoccupati per la loro sicurezza, rifiutano di tornare alle loro case, sempre che ne abbiano l'autorizzazione, il che avviene di rado. La riconciliazione fra le tre comunità (musulmana, croata e serba), che si sono aspramente combattute per tre anni e mezzo, sembra impossibile. In Bosnia la divisione etnica rimane la regola. E con ogni probabilità questo scrutinio prolungherà la situazione di"né guerra né pace". Come nel 1996, i partiti nazionalisti la Comunità democratica croata (Hdz) e il Partito di azione democratica (Sda, musulmano), ma non il Partito democratico serbo (Sds), che sta perdendo terreno dovrebbero confermare il loro ascendente sul paese, nonostante gli occidentali sostengano apertamente (anche finanziariamente) i movimenti e i dirigenti pronti ad applicare gli accordi di Dayton. La pax americana è in avaria, ma la comunità internazionale sembra bloccata, incapace di elaborare idee per ristrutturare una società che è letteralmente implosa durante la guerra. In questo vuoto si profila uno scenario alla"cipriota"."Se continueremo su questa strada, afferma a Sarajevo Christopher Bennet, direttore del think tank International crisis group (Icg), fra trent'anni saremo ancora qui".
Minoranze senza diritti Ma queste elezioni, se non cambieranno la situazione politica che prevale dal tempo degli accordi di Dayton, dovrebbero comunque segnare una tappa importante nel processo di normalizzazione del paese. Il fantasma della guerra, che aleggiava sulla Bosnia fino all'anno scorso, si è dissolto. Le voci che con insistenza parlavano di una imminente offensiva dell'Armija l'esercito fedele alle autorità di Sarajevo, equipaggiato e addestrato dal Pentagono al fine di ristabilire l'equilibrio strategico delle forze locali (3) sono scomparse dalla stampa bosniaca.
Insomma, il cessate il fuoco monitorato dalla Sfor si sta trasformando a poco a poco in una pace durevole. Gli eserciti delle tre parti sono stati separati e parzialmente smobilitati.
I soldati della Nato si limitano ora a ispezioni di routine nelle caserme; ma quando il ritorno dei profughi provoca reazioni violente, come nell'aprile del 1998 a Drvar, una cittadina della Bosnia occidentale sotto controllo croato (4), assumono il ruolo della forza pubblica. A Sarajevo, invece, la presenza dei blindati della Sfor appare sempre più inopportuna.
Gli abitanti della capitale, quando non ostentano indifferenza, rimproverano loro di ostacolare il traffico nel centro città. Da più di un anno la Sfor si è assegnata anche un altro compito, quello di arrestare i presunti criminali di guerra, ricercati dal Tribunale penale internazionale per l'ex Jugoslavia dell'Aja.
All'inizio, nel timore di rappresaglie, lo stato maggiore dell'Alleanza atlantica aveva rifiutato di passare all'azione (5). Ma dal luglio 1997, quando un commando di soldati britannici ha compiuto il primo blitz contro due serbo-bosniaci, l'impunità totale di cui beneficiavano gli autori delle atrocità è finita. La Sfor ha svolto molte operazioni di questo tipo, invitando gli altri imputati ad arrendersi alla giustizia internazionale (6). Ma i due principali responsabili delle campagne di"pulizia etnica" in Bosnia-Erzegovina, i serbo-bosniaci Radovan Karadzic e Ratko Mladic, sono ancora liberi: secondo la stampa americana, gli Stati uniti avrebbero rinunciato a catturarli nella primavera scorsa. Il fatto che i presunti criminali siano stati tolti dalla circolazione e debbano affrontare un processo basta per vincere la paura della gente e favorire la riconciliazione fra le tre comunità? Non sembra proprio. Gli accordi di Dayton, prendendo atto della situazione ereditata dalla guerra, hanno congelato i risultati della"pulizia etnica". Le due entità (definite su base etnica) che compongono la Bosnia-Erzegovina la Federazione croato-musulmana e la Republika Srpska sono divise da una"terra di nessuno" smilitarizzata che per molto tempo ha funzionato da barriera impermeabile. Da una parte e dall'altra di questa linea, la paura dell'altro regna sovrana e limita gli scambi che sono una condizione indispensabile per il ritorno alla fiducia.
Ma dalla primavera del 1998 questo muro invisibile mostra le prime crepe. L'alto rappresentante della comunità internazionale ha imposto alle tre parti di adottare targhe di circolazione comuni. Fino ad allora ogni automezzo portava un simbolo che permetteva di identificare l'origine etnica dell'automobilista (il giglio per i musulmani, la scacchiera bianca e rossa per i croati e la bandiera jugoslava per i serbi). Ogni spostamento nel territorio degli ex nemici si rivelava assai pericoloso.
Contro ogni previsione, i bosniaci hanno rinunciato in massa a questi simboli etnici. Vero è che la comunità internazionale li ha fortemente incentivati: nessun veicolo munito di vecchie targhe può uscire dal paese. Gli abitanti di Sarajevo o di Mostar che, dopo anni di privazioni, sono tornati a passare le vacanze sulla costa adriatica non hanno esitato un istante; nemmeno gli abitanti di Banja Luka (Rs), che si sono diretti verso il litorale montenegrino per la strada più breve, quella che attraversa la Federazione croato-musulmana.
La ritrovata libertà di movimento è una condizione necessaria, ma non sufficiente per garantire il ritorno dei profughi. Per il momento, questo capitolo chiave degli accordi di pace (allegato VII) (7) è a un punto morto. Su 2,1 milioni di profughi e sfollati alla fine del conflitto (quasi la metà della popolazione bosniaca di prima della guerra), 1,4 milioni sono sempre, secondo la formula dell'Acnur,"in attesa di soluzione"."Sono tornati quelli la cui comunità è rimasta maggioritaria sul territorio", spiega Ariane Quentier, portavoce dell'Acnur a Sarajevo. Il restante 90% dovrebbe reinsediarsi in zone in cui è minoritaria. E nessuno osa fare questo passo. Perché essere minoranza in Bosnia significa perdere i diritti politici.
E così i serbi che hanno lasciato i sobborghi di Sarajevo non sono più tornati, come i musulmani originari di Srebrenica. A Mostar, musulmani e croati vivono nella paura, rintanati nei rispettivi quartieri. Nella sede nuova fiammante della televisione bosniaca di Mostar, il direttore, Alija Behran, usa toni rassicuranti:"Gli incidenti interetnici diminuiscono, i giovani delle due comunità ricominciano a frequentarsi". Sì, forse. Ma il clima rimane pesante e basta un niente a infiammare gli animi. All'inizio di luglio per"festeggiare" la vittoria della nazionale di calcio croata sulla Germania ai campionati del mondo, alcuni tifosi hanno sparato contro la parte musulmana della città. Bilancio: due morti.
Dalla fine della guerra l'Acnur ha cercato più volte di riportare i profughi e gli sfollati nelle regioni di origine in cui sono minoritari. Quasi sempre queste operazioni hanno provocato incidenti più o meno gravi, fomentati dalle autorità locali, ferocemente ostili al ritorno di una popolazione assimilata al"nemico". Per mettere i bastoni tra le ruote ai nazionalisti, l'Acnur ha avuto l'idea originale di istituire le"città aperte". In cambio del sostegno attivo al ritorno dei profughi, i comuni che ottengono questo prestigioso titolo ricevono notevoli aiuti finanziari dalla comunità internazionale.
Le dodici città (otto nella Federazione croato-musulmana e quattro nella Rs) che hanno accettato di collaborare con le Nazioni unite hanno ricevuto in tutto circa 60 milioni di dollari. Ma con risultati piuttosto deludenti: nel primo semestre del 1998, solo 13.000 persone si sono potute reinsediare. Di questo passo per fare tornare a casa tutti i profughi ci vorranno più di cinquant'anni! Un protettorato di fatto Ma l'ostacolo principale al ritorno dei profughi è di natura politica. Quest'anno l'Acnur ha organizzato due conferenze internazionali a Sarajevo e a Banja Luka, città in cui le autorità locali si dicono pronte a cooperare. Nella capitale bosniaca, un simbolo in gran parte tramontato della multietnicità, le Nazioni unite hanno fissato un obiettivo in cifre: 20.000 ritorni di non musulmani solo quest'anno. Nel luglio del 1998 solo 700 erano rientrati nella capitale... Per Srdzan Dizdarevic, presidente del Comitato di Helsinki a Sarajevo,"si dovrebbero aprire tutte le città del paese e non solo una dozzina". Ma come fare quando l'obiettivo ultimo dei nazionalisti serbi e croati durante la guerra di Bosnia era la costituzione di territori"etnicamente puri"?
Finché in Bosnia comanderanno i personaggi saliti al potere grazie al disfacimento della Jugoslavia, la ricostruzione di una società multietnica rimarrà una chimera. Ecco perché, al di là dei proclami ufficiali, l'attuale priorità della comunità internazionale non è il ritorno in massa dei profughi, ma il consolidamento delle fragili conquiste politiche. Le precedenti elezioni nel settembre del 1996 avevano rafforzato, com'era prevedibile, la legittimità dei dirigenti nazionalisti. L'Sds, l'Hdz e l'Sda avevano sbaragliato i loro disorganizzati avversari politici. Due anni dopo la situazione politica è leggermente cambiata e paradossalmente i giochi sono più aperti nella Rs.
Con il sostegno della comunità internazionale, alcuni"moderati" hanno preso le redini dell'entità serba nell'inverno 1997-1998.
La presidente, Biljana Plavsic, e soprattutto il primo ministro, il social-democratico Milorad Dodik, si dichiarano fedeli agli accordi di Dayton. Ma il loro margine di manovra è alquanto limitato. Nel novembre del 1997, alle elezioni indette dalla Plavsic dopo la dissoluzione del parlamento della Rs, hanno ottenuto la maggioranza di un soffio, grazie anche all'appoggio dei quindici deputati del Partito socialista di Zivko Radisic (Sprs, fotocopia di quello di Slobodan Milosevic) e soprattutto dei diciotto deputati non serbi (in maggioranza musulmani). Da allora, gli avversari dell'Sds e dell'Srs (Partito radicale serbo, una emanazione del partito diretto a Belgrado dall'ultranazionalista Vojislav Seselj) li accusano di"tradire la causa serba".
Questi estremisti sfruttano senza vergogna la crisi del Kosovo per risalire al potere."Se la Nato bombarderà la Jugoslavia, avvisa Dragan Cavic, capolista dell'Sds alle elezioni legislative, non potremo restare a braccia conserte". Questo quarantenne è uno dei volti nuovi che il partito, a lungo diretto da Karadzic, ha lanciato sulla scena politica, mentre un buon numero di dirigenti invischiati in affari di corruzione si è fatto discretamente da parte.
Ma non per questo l'Sds ha rinunciato al suo credo."Ci opponiamo a ogni tentativo di riunificare la Bosnia per mezzo di Dodik, spiega Dragan Cavic. La comunità internazionale cerca di limitare la sovranità della nostra entità. E' una violazione degli accordi di pace". Quanto al ritorno dei profughi non serbi, Cavic, membro di un partito che ha compiuto la pulizia etnica, ricorda"il diritto di ciascuno di vivere dove meglio crede". Ma aggiunge:"Non si deve obbligare la gente a tornare".
Con l'avvicinarsi delle elezioni, anche i sostenitori del social- democratico Milorad Dodik hanno inasprito i toni. Temono che la crisi in Kosovo, sommata a una situazione economica ancora molto difficile, sia loro fatale. Eppure, la comunità internazionale ha sbloccato notevoli risorse per aiutarli: di recente l'Unione europea ha versato 27 milioni di marchi per pagare i salari della publica amministrazione. Riuniti a Bruxelles nel maggio 1998 i finanziatori hanno promesso per quest'anno 1,25 miliardi di dollari alla Bosnia, di cui quasi un terzo dovrebbe finire nelle tasche della Republika Srpska.
Ma i risultati concreti si devono ancora vedere. A Banja Luka l'atmosfera è cambiata, almeno in apparenza. Il centro città è abbastanza vivace. I curiosi si accalcano davanti ai chioschi che straboccano di prodotti importati dalla vicina Croazia, grazie alla riapertura delle vie di comunicazione. All'aeroporto atterrano aerei provenienti dalla Serbia, ma anche dall'Austria o dalla Germania. Questa frenesia non deve però illudere. Le fabbriche restano chiuse e i giovani senza un futuro professionale hanno una sola speranza, quella di lasciare il paese. In questo difficile contesto, il governo di Milorad Dodik, con il tacito consenso degli occidentali, si guarda bene dall'accelerare il ritorno dei profughi nella Rs.
Ma una vittoria dei nazionalisti serbi riporterebbe la comunità internazionale al punto di partenza. anche perché nella Federazione croato-musulmana la situazione politica è bloccata.
Minacciata di implosione, l'Sda ha messo fine alla lotta interna tra i partigiani di una Bosnia multietnica e quelli di uno stato musulmano per ripresentare il suo patriarca, Alija Izetbegovic, come candidato alla presidenza collegiale. L'opposizione social-democratica è stata invece incapace di unirsi e rischia di prendere un'altra batosta alle elezioni.
Nel campo croato, il blocco dell'Hdz comincia a mostrare alcune crepe. Kresimir Zubak, il rappresentante croato alla presidenza collegiale, ha infatti deciso di fondare un proprio movimento, la Nuova iniziativa croata. Nonostante le pressioni di Zagabria, questo timido giurista ha deciso di volare con le proprie ali.
Originario della Posavina, una regione del nord in maggioranza croata prima della guerra Zubak accusa l'Hdz di sacrificare i croati che vivono in Bosnia centrale a vantaggio dell'Erzegovina, che si distende al confine con la Croazia. E' una ribellione che suscita grandi speranze nei diplomatici e nei sostenitori di una Bosnia multietnica. Ma l'assenza di nomi che contano nella sua lista e l'onnipotenza dell'Hdz in Erzegovina ipotecano seriamente le chances del"Dodik" croato."Questo scrutinio sarà comunque positivo, afferma Srdzan Dizdarevic, perché avvia una dinamica democratica. Nel 1996 l'opposizione ha ottenuto quasi il 20% dei voti. Quest'anno dovrebbe salire al 30 o 40%".
L'attesa vittoria dei partiti nazionalisti nella Federazione croato-musulmana; le buone intenzioni, ma nulla di più, dei"moderati" nella Rs: tutto questo non promette niente di buono per i profughi. All'indomani dello scrutinio, la comunità internazionale non dovrà allentare la pressione su tutte le parti per costringerle a lavorare insieme. Finora le istituzioni comuni create con le elezioni del 1996 hanno girato a vuoto.
Croati e musulmani non riescono a trovare una posizione comune all'interno degli organi federali. Da parte loro, i serbi pensano soprattutto a consolidare lo"stato" che sono riusciti a strappare a colpi di cannone. In realtà, i soli veri progressi registrati in questi tre anni sono stati imposti dalla comunità internazionale.
Per uscire dall'impasse, gli occidentali hanno rafforzato il ruolo dell'alto rappresentante in Bosnia. Dopo la conferenza di Bonn, nel dicembre del 1997, a quest'ultimo è stato conferito il diritto di prendere"decisioni vincolanti" e"misure provvisorie". Carlos Westendorp ha subito utilizzato le nuove prerogative per imporre non solo le targhe di circolazione comuni, ma anche un passaporto unico, una moneta (il"marka convertibile", ancorato al marco tedesco), una legge sulla cittadinanza, oltre che una nuova bandiera che per il momento sventola solo a Sarajevo.
L'alto rappresentante ha inoltre il potere di revocare, in caso di incidenti, i rappresentanti locali eletti"democraticamente"; ciò che non ha esitato a fare a Stolac o a Drvar, dove il ritorno delle minoranze ha provocato una fiammata di violenza.
Nell'edificio a due passi dalla presidenza bosniaca, a Sarajevo, uno dei centoventisette collaboratori di Carlos Westendorp confida:"Stiamo scivolando verso un protettorato di fatto".
Un protettorato che già da ora ha effetti perversi. I responsabili politici locali hanno la tendenza a non cercare più compromessi, perché sanno che in ultima istanza deciderà l'alto rappresentante. D'altronde, questa legislazione che la comunità internazionale ha partorito col forcipe rischia di apparire alla popolazione come un organo artificiale trapiantato nel loro paese. Niente assicura che resisterà a un ritiro precipitoso degli occidentali. In ogni caso, solo un impegno di lungo periodo della comunità internazionale in Bosnia-Erzegovina per eliminare progressivamente i"duri" di ogni schieramento e far emergere una opposizione credibile, concedere i fondi per ricostruire un paese devastato e dare i suoi soldati per mantenere la pace ha qualche possibilità di riuscita. E' una gigantesca sfida quella che aspetta la comunità internazionale, sempre che essa voglia mantenersi nel quadro degli accordi di Dayton, dove la contraddizione fondamentale dell'inizio la ricostruzione della multietnicità all'interno di due entità fondate su base etnica pesa sempre di più.
Dal canto loro, i bosniaci, stanno votando con i piedi. Ogni anno quasi cinquantamila persone lasciano il paese per iniziare una nuova vita in Scandinavia, Australia, Canada o Stati uniti.
note:
* Giornalista, corrispondente a Zagabria, poi a Sarajevo nel 1996 e 1997.
(1) L'alto rappresentante viene nominato dalla commissione di pilotaggio del Comitato di controllo degli accordi di Dayton che comprende Canada, Francia, Italia, Giappone, Russia, Gran Bretagna, Stati uniti, la presidenza dell'Unione europea, la Commissione europea e l'Organizzazione della conferenza islamica.
La nomina dell'alto rappresentante viene poi ratificata dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite. Il Consiglio ha ratificato quella di Westendorp il 12 giugno del 1997.
(2) Due milioni di elettori in Bosnia e 500.000 profughi all'estero sono andati alle urne per eleggere la presidenza tricefala della Bosnia (che prevede tre rappresentanti: croato, musulmano e serbo), il presidente dell'entità serba (la"Republika Srpska), il parlamento delle due entità che compongono la Bosnia, il parlamento centrale, oltre che le assemblee dei dieci cantoni della Federazione. Le elezioni sono state organizzate e monitorate dall'Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Osce).
(3) Il Pentagono ha lanciato nell'autunno del 1996 il programma"Train and Equip" (addestrare ed equipaggiare), che si fonda sulla convinzione che solo il raggiungimento di un equilibrio militare tra le forze in campo permetterà di mantenere la pace e disimpegnare al più presto le truppe della Nato. In due anni Washington, sostenuta da paesi arabi come l'Egitto e gli Emirati arabi uniti, ha fornito all'Armija materiale militare per 250 milioni di dollari. All'addestramento delle truppe della Federazione croato-musulmana pensa la società Military Professional Resources Inc. (Mpri), con sede in Virginia.
(4) Il 24 aprile 1998 a Drvar manifestanti croati hanno incendiato alcune case ed automobili, ferendo una dozzina di persone, fra cui il sindaco serbo della città, Milan Marceta. La violenza è esplosa il giorno dopo gli incidenti anticroati verificatisi nella Rs. La Sfor è intervenuta per proteggere il personale internazionale presente a Drvar e riportare la calma.
Prima della guerra, la popolazione locale era in maggioranza serba. Da alcuni mesi l'Acnur aveva lanciato un programma per il ritorno dei profughi serbi a Drvar.
(5) Secondo gli accordi di Dayton sono le autorità locali che dovrebbero consegnare i presunti criminali al Tribunale internazionale per l'ex Jugoslavia (Tpiy). I soldati della Nato sono tenuti a catturarli solo se li incontrano per caso sulle strade della Bosnia.
(6) Dopo il suicidio dell'ex sindaco serbo di Vukovar, Slavko Dokmanovic, il 28 giugno 1998, e la morte accidentale del serbo-bosniaco Milan Kovacevic, il primo agosto, il Tpiy detiene nella prigione di Scheveningen (alla periferia dell'Aja) 26 presunti criminali. Altri 29 imputati sono ancora a piede libero.
(7) Gli accordi di Dayton, La Documentation française, Parigi, 1997.
(Traduzione di R.L.)