PRECARIET, DISOCCUPAZIONE, esclusione
Le nuove povertà
Le cifre parlano da sole: si stima che l'Unione europea conti dai 50 ai 70 milioni di poveri. La compattezza delle statistiche si accompagna ad una diversificazione delle forme di povertà: non si tratta solo di una miseria"vittoriana" ma, più profondamente, della distruzione progressiva dei legami esistenti fra gli individui e il resto della società. La questione occupa un posto centrale in Francia dove mette in causa il patto repubblicano, mentre, in una Germania che sembra credere ancora nel suo modello sociale essa si situa in secondo piano nel dibattito pubblico. In Gran Bretagna, dove le discussioni sono di lunga data e la società civile è molto attiva in questo campo, si colpevolizzano gli"assistiti". Se la realtà concreta della povertà traspare attraverso le campagne di sensibilizzazione e i fatti di cronaca, l'analisi di questo fenomeno diventato strutturale sembra meno evidente. In effetti, il consenso economico ha anestetizzato la riflessione politica a vantaggio di discorsi spesso tecnocratici o moralizzatori la cui portata esplicativa è piuttosto debole. Lo stesso avviene, per esempio, con la tematica dell'esclusione. Insidiosamente, si copre con il velo della fatalità una discriminazione sociale che non lascia niente al caso. In tale contesto, l'analisi delle nuove povertà, che rimettono al loro posto gli indicatori economici, è cruciale.
di Marc Mangenot*
Finché la povertà e la miseria colpivano principalmente i paesi del Sud, finché i paesi europei vivevano un periodo di crescita produttiva e di aumento dei livelli di vita, il problema della povertà aveva un carattere esotico e rivestiva un aspetto morale.
Il futuro sembrava garantito. Questo periodo è stato chiamato"i trenta gloriosi" (1), termine comunque ingannevole, quando si guarda all'intero pianeta e non più soltanto ai paesi capitalisti industrializzati. Ma ecco che, sotto forme diverse, di nuovo la povertà colpisce l'Europa. Le cifre forniscono solo vaghe indicazioni. Eppure, le valutazioni più correnti di situazioni individuabili danno i brividi: un abitante del pianeta su sei, ossia un miliardo di persone, vive in totale povertà; ottocento milioni di bambini soffrono la fame; l'Europa dei Quindici conta diciotto milioni di disoccupati statisticamente quantificati e dai cinquanta ai settanta milioni di persone in situazione di precarietà. La Misère du monde, un libro scritto sotto la direzione di Pierre Bourdieu (2), è stato una specie di cartina di tornasole per la società francese. Poteva essere scritto in qualunque altro paese europeo, come attesta, ad esempio, il servizio"Torino, laboratorio di povertà" pubblicato da La Repubblica il 9 dicembre 1998. Situazioni ritenute vent'anni fa eccezionali in Europa, e più o meno circoscritte, sono oggi correnti. Emergono inizialmente con la perdita del lavoro, poi con l'impossibilità finanziaria di accedere alle cure, con la privazione dell'alloggio o con la coabitazione di numerose persone nella stessa casa, e così via.
Sono situazioni di isolamento attenuate quando intervengono associazioni di solidarietà o caritative che garantiscono una presenza attiva in un quartiere o un villaggio, dove i"poveri" non sono necessariamente assistiti ma possono anche e non sempre succede assumere responsabilità, essere attivi. Così, nonostante la sofferenza e l'odio (l'odio che le colpisce e quello che talvolta le anima), queste popolazioni possono uscire dal relativo isolamento, quando alcuni dei loro membri sviluppano attività autonome: qui dei sistemi di scambi locali (Sel), là dell'aiuto reciproco, con o senza associazioni, altrove delle attività redditizie talvolta legate a organizzazioni delittuose: traffico di stupefacenti, di automobili, rapine organizzate, etc. (3).
Le grandi periferie, oggetto di molte critiche quando furono costruite, sono oggi luoghi d'incontro per le popolazioni precarizzate, depauperate, fragilizzate,"disaffiliate" (secondo l'espressione di Robert Castel (4)), più o meno abbandonate, guardate con sospetto, spesso circondate da una no man's land.
Interi quartieri di grandi città europee assomigliano oggi a queste periferie segnate a dito nelle rappresentazioni più comuni. In La Misère du monde, Bourdieu dimostra come, al riguardo, non esista opposizione fra liberalismo e statalismo.
"Lo stato (ad esempio) contribuisce in modo decisivo a determinare il mercato immobiliare (); contribuisce, allo stesso tempo, a determinare la distribuzione sociale dello spazio o, se si preferisce, la distribuzione delle diverse categorie sociali nello spazio (sul quale agisce anche attraverso l'azione esercitata sul mercato del lavoro e sul mercato scolastico)." Ma la povertà è una categoria troppo nebulosa, un artificio del discorso. L'imprecisione e la variabilità delle soglie di povertà, ad esempio, rivelano le evoluzioni ideologiche e quelle delle politiche della lotta contro la miseria. Come, in effetti, considerare allo stesso modo la carestia in Etiopia, i contadini senza terra in Brasile, i senza domicilio fisso (Sdf) in Europa, i lavoratori precari, gli operai inglesi il cui potere d'acquisto è stato minato dal thatcherismo, i migranti che cercano di sbarcare oggi nell'Italia meridionale? Sono poveri i giovani che vanno a scuola, disperati ancora prima di entrare nel mondo del lavoro? Niente li motiva, nemmeno il collegio o il liceo, troppo spesso inadeguati a queste situazioni, meno ancora le periferie dove si concentrano disoccupazione e miseria e dove sono assenti i servizi pubblici, i sindacati o le organizzazioni politiche di sinistra. I lavoratori sociali e gli insegnanti non riescono a colmare questi vuoti, in un clima d'incertezza, per non dire d'incomprensione e di disperazione, che talvolta si trasforma in rivolta o in comportamenti"devianti" solo per affermare che si esiste. Inoltre non si può affrontare la povertà allo stesso modo in società diverse. Il sociologo americano John Friedmann si chiede come un bengalese possa concepire la povertà (5), mentre Serge Latouche (6) mostra come l'approccio occidentale alla povertà si fonda sulla logica dell'accumulazione e della crescita, allorché i legami di solidarietà sono ancora vivi nell'Africa nera. In molti luoghi questi legami si sono riattivati, in condizioni e secondo prassi diverse dal passato. Secondo Serge Latouche, la povertà presuppone sempre che l'individuo isolato si confronti con la propria impotenza. Il che negli Stati uniti e in Europa spiega, aggiungiamo noi, il sentimento d'isolamento e il reale isolamento delle persone o dei gruppi depauperati, nonché il fatto che si continuino a privilegiare le politiche rivolte agli individui. I dibattiti che hanno preceduto l'istituzione del reddito minimo d'inserimento in Francia (Rmi) mostrano infatti che si è preferito l'aiuto alla singola persona, e ci sono volute lunghe discussioni per introdurre la"i" dell'inserimento. C'è voluta l'intelligenza e la dedizione di molti operatori sociali perché il Rmi non rimanesse solo un semplice provvedimento di tipo liberale e individualizzante e non si limitasse a garantire i primi soccorsi finanziari, per dare invece una mano all'assistito affinché definisse un suo percorso di reinserimento.
Le situazioni di disperazione erano e sono diventate più numerose e più critiche del previsto: periodi lunghissimi senza lavoro, livelli d'istruzione bassi o peggiorati in seguito a lavori aridi, mancanza di abitazione o cattive condizioni di alloggio, salute deteriorata, sentimento d'impotenza, di isolamento, di abbandono e di disperazione. Tranne casi marginali, il lavoro sociale di reinserimento nel lavoro si è rivelato presto un'illusione. Nella stessa Europa, sottolinea Pierre Strobel, l'approccio alla povertà e il discorso politico che l'accompagna sono radicalmente cambiati negli ultimi vent'anni. Segno, forse, di un approccio al fenomeno più strutturale, meno fortuito da parte delle istituzioni (7). Nel 1975, scrive Strobel,"eravamo ancora nella dinamica del precedente periodo di crescita, segnato da un aumento costante del numero dei lavoratori salariati e, di conseguenza, della protezione sociale []. Il concetto di povertà ha continuato a fare riferimento principalmente alla distribuzione dei redditi, essi stessi collegati alla partecipazione degli individui all'attività economica". Vent'anni più tardi, nel 1994, il Consiglio d'Europa definisce gli esclusi come"gruppi interi di persone [che] si trovano parzialmente o totalmente al di fuori del campo di applicazione effettivo dei diritti dell'uomo". E' ormai sul terreno della rivendicazione dei"diritti a" (alla casa, alla salute) che sempre di più viene collocata la lotta contro la povertà. Ma questo riferimento ai diritti civici, economici e culturali non servirà per caso a mascherare la crescita delle disuguaglianze e l'impotenza dei politici? Non risponde forse a una necessità ideologica: quella della morale proclamata, opposta a quella praticata? Se il discorso sui poveri corrisponde all'approccio sincero auspicato da certi responsabili politici, per altri esso tende a sostituire una rappresentazione"umanistica", o una opposizione"garantiti"/"poveri" (i garantiti dovendosi ritenere fortunati di non essere poveri) alle opposizioni fra classi o fra dominanti e dominati che attraversano la società. Meglio ancora, il ragionamento in termini di diritto, come ad esempio il diritto al lavoro, a un alloggio decente, alla salute, all'istruzione, dovrebbe portare alla definizione di obiettivi.
Si tratta del resto dei principi iscritti nel Patto internazionale relativo ai diritti economici, sociali e culturali, adottato dall'Assemblea generale delle Nazioni unite nel 1966, ratificato trent'anni dopo da 133 stati. Siamo ben lontani dal venirne a capo, anche in Europa. Le tesi sulle pari opportunità (8) rimandano a una problematica discutibile quanto quella dei diritti anche se pongono, peraltro, la questione reale delle disuguaglianze fra uomini e donne. Di quali opportunità si tratta? Di quella di vivere? Di essere una diva? Di lavorare? All'inverso, quali sono i rischi che si corrono? Il rischio di essere rifiutati, esclusi, non riconosciuti, depauperati? Perché non parlare di posto equivalente, di uguaglianza? Lo stesso discorso è rivolto ai giovani. Se non sapranno cogliere la"loro" opportunità, saranno effettivamente colpevoli della loro"povertà". L'opportunità che devono cogliere soprattutto i giovani, gli immigrati e le donne si iscrive nella prospettiva di una promozione"di norme di lavoro migliori per un'Europa competitiva". Nel contesto odierno, non si può ignorare la forza della competizione internazionale. Ma è come se coloro che non hanno colto la"loro" opportunità non potessero far parte della"squadra Europa". Né la parola esclusione consente di precisare i contorni del concetto di povertà. Robert Castel ha fatto bene, in Les Métamorphoses de la question sociale, a criticarne la definizione e l'uso. Quelli che vengono chiamati esclusi fanno parte del sistema. Essi ne sono una delle conseguenze e uno dei meccanismi. Costituiscono ciò che si chiamava in passato"l'esercito di riserva", un esercito che offriva, fra gli altri, il vantaggio di esercitare una pressione sui salari, ma anche di mantenere disponibili intere popolazioni senza lavoro, sul punto di abbandonare le campagne o di essere senza occupazione. La maggior parte, per non dire tutte le teorie economiche considerano che gli scambi si effettuano fra equivalenti. Dunque, ognuno sarebbe libero di scambiare e lo farebbe razionalmente. Nel sistema capitalista, in ultima analisi lo scambio avviene tra la forza lavoro, valore d'uso che produce valore (nel senso economico) da un lato e, dall'altro, i beni e servizi che hanno un valore, quello conferito loro, sostanzialmente, dalla forza lavoro in azione. La forza lavoro produce più valore d'uso di quanto gliene venga restituito. Essa non ha valore (poiché lo produce), ma ha un prezzo, più spesso sotto forma di salario.
Qui sta il principio dello scambio di non-equivalenti. Porre gruppi sociali in una posizione d'inferiorità per contrattare condizioni di lavoro e remunerazioni è un obbiettivo ambito, una variabile di adeguamento sociale ed economico. A questo riguardo, la teoria del meno-stato non vale perché quest'ultimo è una condizione per legiferare, inquadrare, reprimere e consentire al sistema di funzionare. Tuttavia è lecito chiedersi se popolazioni, gruppi sociali, interi paesi non siano realmente esclusi, banditi dall'umanità, relegati più che marginalizzati, posti nell'incapacità di rientrare nel circuito, persino in quanto potenziali consumatori (9). Non sta forse operando, simultaneamente, una logica diversa da quella dell'"esercito di riserva": una logica amministrativa e di gestione che consiste nel considerare la disoccupazione ineliminabile, un fenomeno con cui dobbiamo convivere. Tanto peggio per coloro che sono intrappolati nella rete. Sono previsti soccorsi per impedire che sprofondino nella follia sociale (leggi: nella guerra sociale). Il compito viene in tal caso suddiviso fra il potere pubblico e le Ong le quali sono anch'esse impotenti. Una logica di gestione e repressiva, che preferisce il rigore di bilancio al lavoro, come attestano finora le politiche europee (10). Perché il lavoro non fa parte dei criteri di convergenza per l'istituzione della moneta unica europea. Eppure la disoccupazione ufficiale ha raggiunto l'11% della popolazione attiva europea nel 1998, di cui quasi la metà senza lavoro da più di un anno, contro l'8,5% già nel 1991. Non solo essa genera situazioni di disagio sociale e di povertà, ma tende a ridurre la ricchezza dello stato. In questo contesto, l'Unione europea e la maggior parte dei paesi membri potranno sfuggire a queste situazioni di povertà solo riducendo rapidamente e massicciamente il livello di disoccupazione. La politica di aggiustamento strutturale auspicata dalla banca mondiale per i paesi del sud si applica in realtà all'intero pianeta e trova in Europa la sua espressione più compiuta nei trattati di Maastricht e di Amsterdam. La lotta contro le disuguaglianze è sistematicamente opposta all'esercizio della libertà. Il liberalismo ordinario, ultra o neo, viene definito come la fonte e l'espressione della libertà. Per i"liberali", le disuguaglianze (sociali) sono inevitabili.
Appartengono all'ordine naturale, quello della presunta capacità di far valere razionalmente i propri interessi, anch'essi presunti. Tutt'al più esse possono essere attenuate quando generano situazioni politicamente o economicamente pericolose, quando offuscano l'immagine che si danno quelli che detengono sapere, ricchezza, considerazione, potere. Questa posizione sta alla base di molte analisi e più ancora delle politiche condotte dagli stati europei e dalla Comunità diventata Unione europea. Quest'ultima raccomanda apertamente la competizione fin dall'età della scuola, e vede fin dalla partenza certi concorrenti in posizione migliore di altri, che saranno sempre perdenti tenuto conto delle regole del gioco a parte alcune eccezioni sempre citate, come quella del capitalista che, partito dal nulla (il che rimane da dimostrare), entra nella leggenda dei self made men. Nel migliore dei casi si parlerà di equità, per definire con un eufemismo politiche innominabili. La paura dei poveri, delle"classi pericolose" torna all'ordine del giorno e spiega in gran parte l'attenzione prestata all'aumento della miseria sia dai governi che dalla Banca mondiale. L'intero arsenale delle cosiddette politiche sociali tende verso questo obbiettivo: stabilire nuove regole favorevoli al capitale contro il lavoro. I poveri debbono anzitutto"sforzarsi di cavarsela". Queste popolazioni, questi gruppi sociali ritenuti disuguali per la loro situazione, la loro istruzione e la loro incidenza sociale hanno inoltre la particolarità di essere"rigidi", non fanno sforzi, resistono alla flessibilità. In breve, non sono né moderni né modernizzabili, con grande dispiacere dei maestri della flessibilità, dei ritmi accelerati, e del lavoro con il fischietto. In altre parole, i poveri sono responsabili della propria sorte. L'idea di cavarsela da soli è resa piuttosto bene dal concetto angloamericano di empowerment, enunciato senza tenere conto della precarietà intellettuale ed emotiva delle persone che si trovano in condizione di povertà o, come dice Amartya Sen, premio Nobel per l' economia, una parola pronunciata con"la crudeltà di auspicare la responsabilità individuale quando trovare lavoro per certe categorie di lavoratoriè praticamente impossibile" (11). Ma, se i poveri sono creativi, è quasi un crimine di lesa-competenza. Ridiventano pericolosi. Meglio dunque inquadrarli, recuperarli o reprimerli, come in certi quartieri delle città o nelle campagne dell'America del sud o dell'Africa, e persino in certe regioni europee dove si sperimentano ad esempio i sistemi locali di scambio (SEL) (12).
L'idea, dopo tutto perfettamente giustificata, che la voce dei poveri non è udibile, che non si può parlare al loro posto, abbellisce il discorso e lo rende fallace.
note:
*Sociologo, economista
(1) Dal titolo di un libro dei Jean Fourastié, Les Trente Glorieuses ou la Révolution invisible, 1979, sui trent'anni di sviluppo economico della Francia, tra la fine della seconda guerra mondiale e l'anno 1975 (N.d.T.)
(2) La Misère du monde, Seuil, Parigi, 1993.
(3) Leggere Christian de Brie,"Parler de soi quand on est rien", Le Monde diplomatique, aprile 1993.
(4) Leggere Les Métamorphoses de la question sociale, Fayard, Parigi, 1995.
(5)"Repenser la pauvreté", Revue internationale des sciences sociales, Unesco, Parigi, giugno 1996, numero speciale sulla povertà.
(6) Serge Latouche, L'Autre Afrique, Albin Michel, Parigi, 1998. Tr. it. L'altra Africa tra dono e mercato, Bollati Boringhieri, 1997.
(7)"De la pauvreté à l'exclusion: société salariale ou société des droits de l'homme", Revue internationale des sciences sociales, Parigi, giugno 1996.
(8) Commissione europea, Politique sociale européenne, une voie à suivre pour l'Union, Livre blanc, Office des publications officielles des communautés européennes, Lussemburgo, luglio 1994. La Comunità prima, e poi l'Unione europea, hanno messo in atto tre"programmi-povertà" destinati a sostenere azioni pilota attuate dagli stati membri. Quarantuno progetti locali hanno così beneficiato di finanziamenti europei. Tuttavia, l'adozione del programma-povertà IV è bloccata dal 1994, mancando l'accordo in seno al consiglio dei ministri. Alcuni palliativi sono ora previsti per permettere il proseguimento delle azioni intraprese.
http://europa.eu. int/comm/dg05/index-en.htm.
(9) Si può rileggere in proposito il libro premonitore di Jack London, Il tallone di ferro.
(10) Leggere Corinne Gobin,"L'Europa sociale, ingannevole apparenza", Le Monde diplomatique/il manifesto, novembre 1997.
(11) Alternatives âconomiques, dicembre 1998.
(12) Fin dalle origini, la distruzione e lo spossessamento dei saperi sono un elemento costitutivo del capitalismo. Sono processi di impoverimento e di fragilizzazione. Quando perdono il lavoro, numerosi lavoratori si trovano nell'incapacità di riconvertirsi, almeno in tempi brevi. La precarizzazione è rafforzata da questo spossessamento. La povertà s'insinua appena i saperi, individuali e collettivi, sono strappati a quanti li avevano accumulati e sperimentati da secoli. (Traduzione di M.G.G.)