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un'informazione asservita Libertà di stampa, censura del denaro Insistendo nel difendere la «libertà di stampa» minacciata in Russia o a Singapore, l'Occidente non dimentica forse a cosa doveva servire questa libertà una volta conquistata? Gli eventi di Timisoara o la guerra del Golfo avevano provocato una riflessione critica sul funzionamento del giornalismo, con un profluvio di dibattiti, seminari, abbozzi di codici deontologici. Ma tutto è ricominciato con la follia di «Diana», le menzogne sulla guerra del Kosovo e la frenesia del «Grande Fratello». Sempre più attenti a non irritare sponsor e inserzionisti, i media diventano uno strumento per la tirannia silenziosa che i loro proprietari vorrebbe far regnare sulla vita politica e culturale.
di SERGE HALIMI
Sarà un caso? Il giornalismo occidentale non ha altro che la parola «morale» sulla punta della penna. Esigenza morale intimata ai responsabili politici, proclamato avvento della morale nel diritto internazionale, onnipresenza di sedicenti intellettuali, teorici del «Male» e professori di morale nei «dibattiti» mediatici. «Lo spettacolo che ci offrono i giornali - osservava, poco più di un secolo fa, la rivista satirica austriaca Die Fackel - sembra essere quello di milioni di scope, impugnate da mani sporche, sempre pronte ad attivarsi davanti alle porte altrui (1)».
«Mani sporche» o piuttosto mani che si considerano abbastanza pulite da maneggiare il bisturi. Nel giugno scorso, la ditta Alcatel annunciava che prevedeva di chiudere la maggior parte dei suoi stabilimenti. Senza por tempo in mezzo, Denis Jeambar si irritava dell'inazione pubblica: «I governanti sono asserviti all'impero dei mercati e delle imprese globalizzate. Il che vuol dire che la politica è scomparsa (2)» Tuttavia, l'autore di questa perspicace reprimenda è insieme direttore dell'Express e presidente del polo di informazione generale di Vivendi Universal Publishing - ex Havas, un gruppo che è stato proprietà di Alcatel (3)... Può permettersi, il luogotenente di una delle più importanti multinazionali del pianeta, di dissertare sulle evoluzioni dell'attualità come se queste gli fossero estranee? Le «imprese globalizzate» che vivono «asservite all'impero dei mercati» non sono anche, e sempre di più, i conglomerati della comunicazione? E, in questo caso, non converrebbe ogni tanto mettere in azione le scope davanti a queste porte (4)? Ogni giorno di più, il giornalismo serve da caudatario (5) ai poteri che dovrebbe controllare. In un numero crescente di paesi, chi possiede i media tiene al guinzaglio stato e politica. Alcuni giornalisti hanno definito questa trasformazione «fine della storia» e apoteosi della «libertà di stampa». Ma la vittoria di cui si parla ha rappresentato per loro solo una tappa sulla strada di una maggiore dipendenza. Caduti i muri della censura di stato, altri, meno visibili, li hanno sostituiti. Non c'è motivo di imporre presentatori in uniforme, come ne ha conosciuti la Polonia delle dittature, quando il vero potere può disporre di giornalisti che, senza catene visibili, parlano la lingua delle uniformi. Le livree, ai giorni nostri, portano il logo dei mercati. Mentre si allarga la rivolta contro l'asservimento al mercato, nel mondo dell'informazione si assiste al fenomeno contrario. Dal quotidiano di referenza, alla grande radio pubblica, fino alla televisione privata, l'obiettivo sembra essere quello di pronunciare il più spesso possibile le parole «marchio» o «prodotto» per definire quello che, fino a poco tempo fa, i giornalisti preferivano chiamare «informazione» (6). Dimenticando, però, che il capitalismo si era esteso con la «libertà di stampa», e che, in un'economia liberale, l'«informazione» serve soprattutto a vendere e a vendersi: al lettore, allo sponsor, all'azionista. Lo storico Patrick Eveno lo ricorda con un entusiasmo tale che non si può dubitare della sua sincerità: «Non rimane quasi più niente dell'arsenale coercitivo messo in piedi al momento della Liberazione per imbrigliare i media. (...) I media francesi, una volta tagliato il cordone che li univa saldamente allo stato, hanno ritrovato la loro libertà di iniziativa. La stampa sta meglio, perché la pubblicità affluisce, ma anche perché fa progetti in campo redazionale e commerciale.(...) I media francesi sono entrati nell'era della modernità capitalista e democratica. (...) La sola ricetta valida per preservare l'indipendenza di un giornale consiste nel soddisfare sia i lettori che gli azionisti (7).» Così dunque, una volta «sbrigliate», libertà e indipendenza camminerebbero nella scia degli sponsor e dei proprietari. Una «filosofia», questa, che è diventata normale. Nella maggior parte delle redazioni, alcune questioni non sono nemmeno poste, tanto l'uniforme - o la livrea - si sono sostituite ai vestiti normali. Da anni, per esempio, i programmi radiofonici e televisivi sono tagliuzzati da pause pubblicitarie sempre più rumorose ed invadenti (8). Questi programmi, a loro volta, sono diffusi nei caffè, nei ristoranti, nei supermercati. Tutto questo avviene più o meno naturalmente, senza resistenze. Che reazione avrebbero i responsabili dei media, ascoltatori e passanti se ogni dieci minuti un portavoce del governo intervenisse in tutte le trasmissioni - il che vuol dire anche nei caffè, nei ristoranti, nei supermercati - per leggere un comunicato ufficiale? Lo scandalo sarebbe tremendo; grideremmo contro i media asserviti, contro la dittatura. E avremmo ragione. Ma allora, è solo perché è venduto al migliore offerente, cioè ai più ricchi, che il potere di assillare costantemente cervelli e anime è diventato meno pericoloso? Il diritto del denaro permetterà d'ora in poi di assolvere qualsiasi manipolazione della mente (9)? Dire che i giornalisti non si pongono il problema, non è esatto: alcuni hanno già dato la loro risposta. Due anni fa, in un incontro concesso a L'Evénement, pubblicazione del gruppo Hachette, Alain Genestar, allora direttore del Journal du Dimanche (gruppo Hachette), oggi direttore di Paris Match (gruppo Hachette) e abituale redattore di cronaca di Europe 1 (gruppo Hachette), spiegava in questi termini i rapporti con il suo proprietario: «Da diciotto anni sono giornalista da Hachette. Mi piacciono le persone con cui lavoro, ho un buon rapporto con i dirigenti. In un'epoca in cui nel settore della stampa i gruppi internazionali si sviluppano con grande velocità, auguro al mio gruppo grande energia (10)». Nessuno può dubitare che anche Genestar si rallegri della libertà conquistata dai giornalisti nel momento in cui lo stato ha cessato di «imbrigliare i media». Non è forse finalmente libero di proclamarsi «giornalista da Hachette» e di testimoniarlo nelle pubblicazioni che dirige? Una «libertà di stampa» così accomodante con i giganti della comunicazione non disturba poi tanto l'organizzazione Reporter senza frontiere (Rsf). Il suo direttore, Robert Ménard, ammette: «Per difendere i giornalisti nel mondo, abbiamo bisogno del sostegno consensuale della categoria, mentre la riflessione sul mestiere di giornalista si presta, per definizione, a polemiche. Per esempio, come si può organizzare un dibattito sulla concentrazione degli organi di stampa e poi chiedere a Havas o a Hachette di sponsorizzare un'iniziativa?(11)» E poiché difendere i giornalisti in Cina o in Cecenia impone di aver riguardo per Hachette, Havas - ma anche per Berlusconi, Murdoch, Bouygues... - , come stupirsi che, tra i «predatori della libertà di stampa» selezionati da Rsf non sia comparso nessuno dei nomi che potrebbero «sponsorizzare un'iniziativa»? A dire il vero, le alleanze incrociate hanno reso più difficile la critica ad un padrone della comunicazione, anche per un media che ancora non ne sia dipendente. Jean-Marie Messier e Rupert Murdoch hanno appena associato il gruppo delle loro reti televisive criptate in Italia: Silvio Berlusconi e Murdoch sono, con Pinault e Tf1, azionisti del canale privato bretone TV Breizh (12). Lagardère e Vivendi sono partner in CanalSatellite. Hachette, Le Point (gruppo Pinault), Le Monde, Le Figaro - forse in attesa di Libération - hanno creato una società candidata all'attribuzione di un canale parigino (13). In un tale universo di connivenze industriali, dove ci si scontra costantemente con gli stessi nomi e gli stessi interessi di classe, anche la distinzione tra pubblico e commerciale sfuma. In Italia ciò avviene in modo eclatante, visto che Berlusconi, l'uomo più ricco del paese e proprietario di tre canali televisivi privati, è stato rieletto primo ministro. Ma anche altrove. Robert Maxwell ha comprato un giornale in Kenya, pur essendo partner in affari del presidente Arap Moi - al quale il giornale in questione attribuisce solo grandi qualità; la famiglia Marinho, che controlla i media brasiliani, dispone di un gruppo parlamentare informale più potente di quello di un partito; Francis Bouygues ha ammesso di aver comprato Tf1 per disporre di un potere politico e culturale. Uno dei suoi collaboratori, d'altra parte, ha confidato: «Francis ha il più grande disprezzo per i politici, che sa di potere comprare. Si rende conto che con un canale televisivo non avrà più bisogno di sollecitarli, ma saranno loro che verranno a mangiare nella sua mano (14)». E questa mano, chi la rifiuta? Non i contestatori, che continuano le loro prestazioni mediatiche per criticare «l'ultraliberlismo», ma che risparmiano quasi sempre le multinazionali della comunicazione e l'orientamento mercantile che queste imprimono all'informazione. Né gli intellettuali che, anche quando disprezzano il ruolo di secondo piano che i media concedono loro, accettano rispettosamente gli inviti ricevuti. Quasi un quarto di secolo fa, Gilles Deleuze li aveva tuttavia messi in guardia sulla tecnica e sui pericoli del «marketing filosofico» allora diffuso da Bernard-Henry Lévy e i suoi amici: «Bisogna che si parli di un libro e che se ne faccia parlare dicendo più di quanto esso stesso dica, o abbia da dire. Al limite, bisogna che una grande quantità di articoli di giornali, interviste, dibattiti, trasmissioni radio o televisive sostituiscano il libro, che potrebbe benissimo non esistere affatto (...). Gli intellettuali e gli scrittori, così come gli artisti, sono dunque invitati a diventare giornalisti, se vogliono conformarsi alle regole. È un nuovo tipo di approccio all'intervista, al colloquio, all'incontro lampo (15)». Di conseguenza l'esaltazione della «libertà della stampa» serve spesso da maschera alla tirannia silenziosa che i media e i loro proprietari vorrebbero fare regnare sulla vita politica e culturale (16). Non è però molto difficile misurare il pericolo. Nel 1996, per esempio, il Congresso americano, che aveva appena soppresso l'aiuto federale ai poveri, attribuì in modo gratuito alcune frequenze di programmi per un valore ritenuto pari a 70 miliardi di dollari. Viacom, Disney, General Electric - proprietari rispettivamente di Cbs, Abc e Nbc - furono i principali beneficiari di questa decisione. Protestando per un tale regalo, il senatore John McCain, durante il dibattito parlamentare, affermò: «Certo non sentirete parlare di questa faccenda alla televisione o alla radio, perché la cosa li riguarda direttamente». E infatti, nei nove mesi che separavano la proposta di legge dalla sua adozione definitiva, le tre principali reti d'informazione hanno dedicato solo diciannove minuti all'argomento. In nessuno di questi diciannove minuti si è posto il problema di sapere se le più grandi imprese di comunicazione avrebbero potuto pagare le frequenze che lo stato regalava loro. Malgrado ciò, esiste forse un paese in cui la «libertà della stampa» sia meglio garantita che negli Stati uniti? note:
(1) In Jacques Bouveresse, Schmock ou le triomphe du journalisme, Seuil, Parigi, 2001, p. 72. (2) «Nouvelle économie», L'Express, 5 luglio 2001. (3) Fino al 1995, Alcatel controllava infatti, attraverso la Générale occidentale, il 50% del mercato francese dei settimanali, tra cui Le Point e L'Express. (4) Vivendi Universal Publishing ha appena venduto il settimanale Courrier international a Le Monde «per un importo non svelato». Abituati ad esigere trasparenza dagli altri, possono i periodici accettare l'oscurità su quanto li concerne? (5) Colui che, in una cerimonia, regge lo strascico dell'abito del papa, di un prelato o di un re. (6) Jean-Marie Cavada, Presidente di Radio France, e Michel Denizot, direttore generale delegato di Canal Plus, sono gli specialisti di questo vocabolario da scuola commerciale. Per giustificare la periodicità della trasmissione di Karl Zéro, Denizot ha dichiarato: «Karl Zéro è un marchio molto forte che bisogna posizionare su prodotti forti» (Le Parisien, 11 luglio 2001). (7) Patrick Eveno, Le journal Le Monde: Une histoire d'indépendance, Odile Jacob, Parigi, 2001. (8) Il canale M6 (gruppo Bertelsman) ha appena chiesto al Consiglio superiore dell'audiovisivo (Csa) di portare da 6 a 9 minuti, come media oraria, il tempo dedicato alla pubblicità. (9) Il 21 marzo 2001, Libération ha assunto un color prugna per soddisfare uno dei suoi sponsor. Gli articoli del quotidiano sono diventati di conseguenza pressoché illeggibili. La pubblicità commerciale e gli annunci, con i loro 21,3 mila miliardi di lire nel 2000, hanno rappresentato il 45,5% del giro di affari della stampa scritta. È stato il più alto livello relativo di introito pubblicitario negli ultimi dieci anni. (10) L'Evénement, 22 luglio 1999. (11) Robert Ménard, Ces journalistes que l'on veut faire taire, Albin Michel, Parigi, 2001, p. 63-64. (12) Il cui capitale è detenuto da Artemis (Pinault): 27%; Tf1: 22%; Crédit agricole de Bretagne Tv: 15%; News International PLC (Murdoch): 13%; Mediaset Investment (Berlusconi): 13% ecc. Pinault, proprietario del settimanale Le Point e del mensile L'Histoire, è anche uno dei principali azionisti di Tf1. (13) Cfr. Jean-Marie Colombani, «Nous allons nouer des liens forts pour bâtir un réseau européen», Le Nouvel Hebdo, 13 luglio 2001. (14) in Pierre Péan e Christophe Nick, TF1: un pouvoir, Fayard, Parigi, 1997, p. 193. (15) Gilles Deleuze, A propos des nouveaux philosophes et d'un problème plus général, Editions de Minuit, Parigi, 1977. In un editoriale dedicato agli intellettuali, Le Monde osserva: «Sanno che il loro messaggio passa necessariamente attraverso i media e che, in un modo o nell'altro, devono confrontarsi con i giornalisti» (22 gennaio 2000). (16) Cfr. «La pire des censures», Pour Lire Pas Lu, giugno-agosto 2001, Marsiglia. (17) Leggere Bill Moyers, «Journalism and Democracy», The Nation, New York, 7 maggio 2001. (Traduzione di G. P.) |