UNA RIFORMA AGRARIA BLOCCATA

In Sudafrica, tra i contadini senza terra


Ingiustizia ereditata dall'epoca dell'apartheid, il monopolio della popolazione bianca sulle terre in Sudafrica suscita rancore tra le famiglie nere pauperizzate e provoca forti tensioni sociali. A differenza dello Zimbabwe, che ha portato avanti una ridistribuzione autoritaria delle terre confiscate ai coltivatore bianchi, Pretoria ha optato per una riforma agraria «assistita dal mercato». Questo compromesso politico si rivela poco efficace e favorisce una minoranza di neri già integrati.
Colette Braeckman
Tre capanne circolari e una piccola casa di mattoni su trenta metri quadrati di terra secca. Né acqua potabile né elettricità. Vive qui da vent'anni anni, nella regione del Kwazulu-Natal, la famiglia Ntuli: une ventina di persone, soprattutto donne, bambini poveramente vestiti, adolescenti. Tutti vivono con i 650 rand (77,15 euro) mensili che il governo versa a Sarah, la nonna, a titolo di assistenza sanitaria.
I quattro uomini validi vanno a cercare lavoro a Newcastle, la città più vicina. Oltre il ponte che attraversa la strada, grandi campi di granturco sono costantemente innaffiati mediante un sofisticato sistema di irrigazione. La famiglia Ntuli, invece, si accontenta di riempire i suoi bidoni d'acqua nel fiumicello che scorre un po' più in giù, inquinato dalla strada. Il paesaggio è punteggiato di recinti e fili spinati. All'orizzonte, sul crinale, Sarah ci mostra un piccolo tumulo: «Qui sono sepolti i nostri avi, ma non possiamo andarci perché il padrone ce lo vieta».
«Una volta - spiega l'anziana donna dallo sguardo paziente - lavoravamo nella fattoria dei Cilliers. Non ci pagavano, ma potevamo abitarci e far pascolare le bestie intorno alla casa. A volte il fattore ci dava 150 rands (18 euro) per il mese. Tutto ciò è finito. Da quando il governo ha decretato che i contadini che stanno sulle terre dei bianchi devono percepire uno stipendio di 650 rands al mese, il baas (il padrone, in afrikaans) ha deciso che dovevamo andarcene perché non poteva pagarci. Hanno sequestrato e venduto le nostre tre mucche.
Al limite, non siamo nemmeno autorizzati a prelevare l'acqua dal fiume».
Meno di cinquanta metri separano il povero accampamento dalla strada dove passano i camioncini dei proprietari terrieri e le corriere che attraversano la regione. Ma sul sentiero che serpeggia tra i cespugli i ragazzini non possono passare con la bicicletta o la moto: proprietà privata! Del resto, quando raggiungiamo la strada, una donna sta in agguato.
Cellulare alla mano, ha già chiamato il marito, il figlio, la polizia.
Grida furiosa: «Cosa fate sulle mie terre? Chi vi ha dato il permesso?».
Dunque è vietato visitare la famiglia Ntuli nella propria casa; questa gente non è libera di ricevere chi vuole? A questo punto Mangaliso Kubheka, responsabile nazionale del nuovissimo Movimento dei contadini senza terra (Mpst), esplode: «Può darsi che la terra sia vostra, ma non la gente che ci vive. Sono cittadini del nuovo Sudafrica, hanno dei diritti». E si lascia sfuggire: «Del resto, quando siete venuti dall'Europa, questa terra non ve la siete portata dietro».` Lo spettacolo è lo stesso ovunque nella regione, le storie si rassomigliano: le famiglie nere, in gran parte donne e bambini, vivono su particelle di terra ai confini di grandi poderi e ovunque i rapporti con i proprietari bianchi si sono degradati. Molti di loro sono stati uccisi negli ultimi mesi e il bestiame rubato. Khubeka dice che per ora si tratta semplicemente di banditismo favorito dalle tensioni crescenti: «Mentre i proprietari bianchi hanno per decenni beneficiato quasi gratuitamente del lavoro dei braccianti che vivevano sulle loro terre, ora dicono di non essere in grado di pagarli. Dunque li cacciano via e assumono stagionali, secondo le loro necessità».
Le «riserve di caccia», i game parks, si moltiplicano nel Kwazulu-Natal e in tutto il Sudafrica: dopo che si sono liberati dei loro braccianti, molti fattori fanno venire nei loro poderi coccodrilli, rinoceronti, elefanti e aprono parchi di attrazione per i turisti.
Dopo nove anni di grazia, la pazienza dei contadini sudafricani è forse esaurita. Sempre più numerosi essi aderiscono al Mpst, che Mangaliso Kubheka ha fondato nel 2002. Dopo aver incontrato il suo omologo brasiliano, il Mst, Kubheka è favorevole ad azioni più dirette: «Non approviamo i metodi usati nello Zimbabwe (1), dove funzionari e membri del partito si sono impossessati delle terre ridistribuite.
Ma finiremo anche noi per ricorrere alle occupazioni di terre. Per ora, creeremo l'"esercito dei contadini senza terra", non per attaccare ma per difenderci dalle compagnie private di sicurezza i cui commando, assunti dai proprietari terrieri, molestano i braccianti e impediscono alle famiglie di seppellire i loro morti nelle terre dove vivono da decenni. Io stesso non posso più andare sulla tomba di mio padre, a venti chilometri da qui...» I proprietari terrieri si oppongono al diritto di inumazione perché sanno che in seguito le famiglie potrebbero invocare questo diritto per rivendicare quello di ritornare, o di rimanere, sulla «terra dei loro antenati». Altri problemi si affacciano ora sulla scena del nuovo Sudafrica: l'epidemia di Hiv-Aids, che colpisce un adulto su cinque (2), il ruolo di potenza regionale che il presidente Thabo Mbeki vuole dare al suo paese, il lancio del Nuovo partenariato per lo sviluppo (Nepad).
Ma la questione della terra rimane comunque l'ipoteca più pesante dell'apartheid anche se, in mancanza di una rappresentanza politica, oggi gli operai agricoli non contano più di ieri. In tutto il paese il contrasto è molto forte tra le immense distese, accuratamente recintate, riservate ai pascoli, le coltivazioni industriali attraversate da ottime strade da un lato, le famiglie nere accampate su minuscoli appezzamenti dall'altro. Là dove finiscono le piste di terra, ritroviamo ciò che rimane degli «homelands» di un tempo, terre sfruttate, erose, sottopposte all'autorità dei capi tradizionali, che gli uomini validi hanno abbandonato per andarsene nelle città.
L'apartheid ha attuato i più vasti movimenti di popolazione e di spossessamento del '900 : dal 1960 al 1980, oltre 3,5 milioni di neri sono stati cacciati dalle loro terre, confinati in «centri tribali» o homelands o nelle townships nelle vicinanze delle grandi città.
Privati delle loro terre, i neri hanno smesso di essere potenziali rivali per i proprietari terrieri bianchi e sono diventati un serbatoio di manodopera a buon mercato per le aziende agricole, le miniere, l'industria. Quando arrivò al potere nel 1994, l'African National Congress (Anc) si impegnò a modificare una situazione in cui 60.000 proprietari terrieri bianchi detenevano l'87% delle terre coltivabili mentre milioni di neri si dividevano il restante 13%. Tutti sapevano perfettamente che questo spossessamento dei neri cacciati dalle loro terre ancestrali senza risarcimento né compensazione non era soltanto conseguenza della conquista coloniale o della guerra dei Boeri ma l'esito di una politica deliberata, condotta a partire dal 1913 (con la promulgazione del Land Act). Con l'arrivo al potere degli Afrikaaners nel 1948, furono istituiti gli homelands e lo stato razzista accelerò i trasferimenti di popolazione avviati nel XIX secolo. Il lento programma di restituzione legale Si poteva dunque sperare che il nuovo stato sud-africano, quello della maggioranza nera, si sarebbe impegnato attivamente per smantellare le iniquità del passato. Tuttavia non poteva agire troppo velocemente.
In effetti, uno degli impegni chiave del compromesso concluso tra l'Anc e il governo di Frederik de Klerk era di non alienarsi la popolazione bianca e in particolare i proprietari terrieri. Come si poteva prevedere, la riforma agraria, presentata come una priorità dal ministro dell'agricoltura del tempo, Derek Hanecom, si rivelò ambiziosa nelle intenzioni ma moderata nella pratica. Comprendeva tre tempi: la restituzione delle terre (Restitution of Land Rights Act, 1994), la riforma della proprietà feudale volta ad assicurare maggiore sicurezza agli affittuari (Communal Property Associations Act, 1996) e la riforma agraria propriamente detta (Labour Tenants Acts, 1996 e Extension of Security Tenure act, 1997). La ridistribuzione avrebbe avuto l'obiettivo di consentire l'accesso alla terra ai gruppi più sfavoriti. Su questo punto, lo stato che era stato in passato lo strumento del sequestro della terra, preferì rinunciare alle sue prerogative ed evitare ogni correzione autoritaria.
Privilegiò la riforma agraria detta «assistita dal mercato», basata sul principio della libera volontà delle parti. I coltivatori neri desiderosi di diventare acquirenti potevano agire individualmente a condizione di averne i mezzi, oppure formare gruppi di acquirenti, per sfruttare al meglio il sussidio di 16.000 rands (1900 euro) promesso dal governo a ogni cittadino. Nonostante l'iniquità di partenza tra gli attori, il principio di base era dunque la libertà delle due parti e il rispetto della proprietà privata. Il programma di ricostruzione e di sviluppo lanciato nel 1994 prevedeva la ridistribuzione del 30% dei terreni agricoli nei successivi cinque anni. Appena giunto al potere, il governo della maggioranza nera ha moltiplicato aiuti e sussidi nelle campagne, ha creato ospedali mobili, ha aperto scuole, migliorato l'accesso all'acqua potabile (pur facendo pagare i consumi, visto che la distribuzione idrica era stata privatizzata). Tuttavia i progressi sono stati molto limitati: nel giugno 2000, delle 65.000 richieste di restituzione, soltanto 6.250 erano state soddisfatte e solo l'1% delle terre ridistribuito (3). In otto anni, 1.098.008 ettari sono stati trasferiti, ossia lo 1,2% della superficie del paese.
Quanto alle vittime dei trasferimenti coatti, dopo otto anni di riforme, 386.000 persone avevano beneficiato dei programmi di restituzione.
In realtà, si trattava di cittadini che avevano ricevuto un sussidio di 40.000 rands (4.750 euro) più che di contadini senza terra. Per quanto riguarda i proprietari terrieri bianchi, potevano reclamare fino a 3 milioni di rands per fattoria ceduta. Nel giugno 2000, il governo ha tuttavia reiterato l'intenzione di trasferire 15 milioni di ettari a favore dei contadini neri nel corso dei prossimi cinque anni; promessa, questa, che rappresenta tre volte l'equivalente del bilancio previsto per le acquisizioni di terra negli anni 2003-2004.
Questa prospettiva fa sorridere Mangalisa Kubekha: «In molti casi, quando noi segnaliamo alle autorità che un proprietario terriero è disposto a vendere la sua terra, e indichiamo che ci sono contadini neri pronti a cogliere questa occasione, non otteniamo alcuna risposta.
Ci dicono che i soldi non ci sono, quando il ministero dell'agricoltura non ha neanche speso tutti i fondi che sono stati destinati al riacquisto delle terre».
La verità, come precisa l'Association for Rural Advancement (Afra), una organizzazione che si batte da vent'anni per la riforma agraria, è che il governo ha altre priorità. A Pietermaritzburg, nel nord di Durban, Sanjaya Pillay, il portavoce dell'organizzazione, spiega che «invece di dare la precedenza ai poveri, il governo ha scelto di puntare sui più forti, su quelli che si chiamano gli"imprenditori emergenti"». In altre parole, quelli che percepiranno gli aiuti saranno gli imprenditori neri, a condizione che siano in grado di apportare un proprio contributo, per un ammontare di 5.000 rands (590 euro).
Ben inteso questo esclude il 70% della popolazione rurale, ritenuta «povera», con un reddito inferiore ai 12.680 rands annui. I veri beneficiari della riforma saranno i più intraprendenti, quelli che già hanno accesso alla stanza dei bottoni. Per i sette milioni di persone che vivono sulle 65.000 fattorie commerciali bianche o per i 12 milioni di Neri dei vecchi homelands, per ora nulla è cambiato.
Secondo l'Afra «la conquista principale del nuovo regime consiste nella soppressione del carattere razzista dell'iniquità. Alcuni imprenditori neri sono stati cooptati dai bianchi. Si sbandiera il loro successo, si citano esempi di"gestione assistita" in cui i fattori bianchi"adottano" e formano i loro compatrioti neri». Ma i contadini senza terra sono più emarginati che mai e nessuna soluzione viene offerta ai cittadini che, colpiti da una disoccupazione stimata sul 45%, vorrebbero tornare all'agricoltura. Secondo Pillay, è stato il programma Crescita, lavoro e strategia della ridistribuzione (Growth, employment and redistributions strategy - Gers) che ha sviato i progetti iniziali a favore della liberalizzazione, dell'apertura dei mercati, della privatizzazione dell'acqua... In realtà, lungi dall'adottare un programma a favore dei poveri, l'Anc ha avviato la modernizzazione del settore rurale, ormai imperniato sulle esportazioni che generano valuta e sulla logica di mercato. «Una riforma che gli afrikaaner non avrebbero potuto realizzare».
note:
* Giornalista, Le Soir (Bruxelles), autrice di Nouveaux prédateurs, Fayard, Parigi, 2003.
(1) Si legga Colette Braeckman, «Lotta per la terra nello Zimbabwe», Le Monde diplomatique/il manifesto, giugno 2002.
(2) Si legga Philippe Rivière, «Vivere a Soweto con l'Aids», Le Monde diplomatique/il manifesto, settembre 2002.
(3) Tom Lebert, Tinkering at the Edges, Land reform in South Africa, 1994 to 2001, rapporto preparato per la conferenza internazionale sull'accesso alla terra, Bonn, dal 19 al 23 marzo 2001.
(Traduzione di M. G. G.)