Esiste veramente un'organizzazione chiamata al Qaeda? La domanda, è stata presa seriamente in considerazione da un autore del valore di Jason Burke
(1); e merita un esame attento, a fronte di tutte le azioni che dopo l'11 settembre sono state attribuite al gruppo di Osama bin Laden: gli attentati di Madrid dell'aprile 2004, le azioni condotte in Iraq da Abu Mussa Al-Zaraqui (che ha presumibilmente la sua base a Falluja, ma è anche citato tra gli autori degli attacchi di Madrid), gli attentati di Bali (ottobre 2002) di Casablanca (maggio 2003), di Istanbul (novembre 2003) e più recentemente quelli commessi in Arabia saudita (giugno 2004). A tutto ciò va aggiunto l'arresto di presunti responsabili della rete di al Qaeda, nel Regno unito e in Pakistan (agosto 2004). Quali elementi collegano tra loro tutti questi eventi?
I percorsi delle persone coinvolte negli attentati messi a segno e in quelli sventati danno la misura della sfera d'influenza di al Qaeda. Questa rete difatti ha già una storia, da esaminare però con prudenza. Le imputazioni a carico di individui accusati di far parte di al Qaeda e incarcerati a Guantanamo, (come i quattro francesi estradati a Parigi nel luglio 2004) o deferiti a un tribunale (come Munir Al Motassadeq, in Germania
(2)) si sono rivelati spesso troppo fragili per reggere all'esame di un tribunale ordinario.
Certo, molti affermano che la parte conosciuta è solo una piccolissima punta dell'iceberg. E descrivono al Qaeda come un'organizzazione tentacolare, strutturata fin da prima dell'11 settembre, che da allora mantiene tutta una serie di reti «in sonno», pronte ad agire su istruzioni del centro; le quali vengono diramate su internet mediante messaggi criptati. Ma quanto è credibile questa tesi? Come si spiega questa posizione di attesa di al Qaeda, prima di entrare in azione? A meno che, per l'appunto, ancora non esistano le condizioni tecniche (reclutamento, disponibilità del materiale, capacità di aggirare le misure di sicurezza).
Se così fosse, l'organizzazione sarebbe evidentemente assai più debole di quanto l'amministrazione Bush sia disposta ad ammettere.
Al Qaeda non sembra avere un calendario fondato su una precisa strategia politica (colpire a un dato momento allo scopo di influire sul corso degli eventi). Al contrario, la sua visione è apparentemente attivista e opportunista, per cui agisce in qualsiasi momento, tanto per mantenere un clima di terrore e dimostrare l'inefficacia di tutti gli interventi militari, dall'Afghanistan all'Iraq. Come ha sottolineato Lawrence Wright
(3), lo stesso attentato di Madrid non rappresenta un'eccezione: solo per caso la programmazione degli attacchi ha coinciso con le scadenze politiche spagnole; e se non fosse stato per l'insigne improntitudine del governo di José Maria Aznar, gli attentati avrebbero potuto produrre sull'opinione pubblica l'effetto opposto.
Per semplificare l'analisi, gli attentati attribuiti ad al Qaeda possono essere classificati in due categorie: gli «internazionalisti» e i «locali». I primi sono messi a segno da gruppi composti da individui di nazionalità diverse, fuori dal territorio dei rispettivi paesi d'origine, come nei casi di New York e Washington, di Madrid o in quelli degli attentati sventati a Los Angeles, Parigi e Strasburgo.
I secondi sono opera di gruppi «nazionali», che agiscono sul proprio territorio, ancorché contro bersagli «occidentali» (Casablanca, Istanbul, Bali). A tutt'oggi, gli attentatori «internazionalisti» sono per lo più ex combattenti dell'Afghanistan; mentre i «locali» sono il prodotto di una politica che vorremmo definire di franchising. Più difficile da analizzare il caso dell'Iraq, poiché le origini o le organizzazioni di appartenenza dei volontari stranieri di cui si segnala la presenza a Falluja restano finora indeterminate. Tutto starebbe a indicare che il movimento di al Qaeda sia in via di trasformazione, essenzialmente in ragione delle diverse condizioni di reclutamento; ed è quindi sempre più difficile vederlo come un'organizzazione strutturata. Mentre al contrario, il «label» ha un roseo avvenire davanti a sé, nella misura in cui permette di assicurare il massimo impatto a ogni azione intrapresa.
All'inizio, quella che chiamiamo al Qaeda si fondava su un'associazione di ex combattenti della guerra (o piuttosto delle guerre) in Afghanistan.
Ora, da quando le forze Usa hanno occupato il paese, questo nucleo non si rinnova più, ma tende anzi a contrarsi in seguito alle uccisioni e agli arresti. È composto da due categorie di militanti: i quadri più vicini a Osama bin Laden, molti dei quali sono al suo seguito fin dagli anni 1980; e i giovani «internazionalisti», sopraggiunti negli anni 1980, ma soprattutto tra il 1987 e il 2001; si tratta però di un vivaio limitato e facile da identificare.
Il nocciolo duro è costituito da militanti del Medioriente, che negli anni '80 e nei primissimi anni '90 combattevano contro i sovietici.
Provenienti da ambienti molto religiosi, già politicizzati e spesso coinvolti nei movimenti radicali dei rispettivi paesi d'origine, hanno seguito Osama bin Laden nelle sue peregrinazioni, prima nello Yemen e quindi in Sudan, per tornare con lui in Afghanistan nel 1996.
Molti di questi uomini, come Sheykh Mohammed Sheykh, Wadih al Hage, Mohammed Odeh, Abu Hafs al-Masri (Mohammed Atef), Suleyman Abu Gayth, Abu Zubeyda ecc., sono stati uccisi o arrestati. Era gente molto vicina a Osama bin Laden, che viveva con le famiglie negli stessi «compounds»; a volte erano uniti a lui anche da legami matrimoniali (bin Laden aveva «dato» in sposa la propria figlia ad Atef). Di questo gruppo, l'unico superstite è l'egiziano Ayman Al Zawahiri. Dal 1992, e soprattutto a partire dal 1996, da quando cioè i talibani hanno preso il potere, ha fatto la sua apparizione una «nuova guardia».
Con la sola eccezione dei sauditi, questi giovani «internazionalisti» sono per lo più radicati in vari paesi occidentali, dei quali hanno peraltro adottato lo stile di vita, (attraverso i loro studi, ma anche nei comportamenti e nei legami matrimoniali, quando non sono rimasti celibi). Spesso vivono in Occidente fin da ragazzi, o vi si sono trasferiti per studiare. Alcuni sono nati in Europa, e molti hanno ottenuto la nazionalità di uno stato occidentale. A un certo punto scelgono di essere «born again» (nati un'altra volta): rompono con le loro famiglie e abbracciano il radicalismo politico, nel contesto (o come conseguenza) di un «ritorno» alla religione. Di questa categoria fanno parte i quattro piloti degli attentati dell'11 settembre, ma anche personaggi come Mohammed Ressam
(4), la rete Beghal
(5), Zacarias Massaui
(6) o Mohammed Sliti Amor
(7). Alcuni sono convertiti (come Richard Colvin Reid
(8) o José Padilla
(9)). Curiosamente, sono pochissimi i militanti che provengono direttamente da paesi musulmani (a eccezione di alcuni dei responsabili dell'attentato di Istanbul del novembre 2003, di origine turca).
I membri di questa generazione non tornano praticamente mai nel paese d'origine delle rispettive famiglie. Degli algerini ad esempio, neppure uno è andato a ricongiungersi al Gruppo islamico armato (Gia). Sono partiti per le varie jihad periferiche (in Afghanistan, Bosnia e successivamente in Cecenia, o anche nel Cashmir) ma non per il Medioriente o per il Maghreb; e quindi sono tornati in Europa. La jihad e i viaggi in Afghanistan sono riti di passaggio: il veterano, dopo il suo ritorno da una di queste imprese, acquista l'aureola prestigiosa del mujahid, anche se la sua è stata solo una breve puntata.
I talibani, preoccupati di mettere un pò d'ordine nell'afflusso dei volontari stranieri, che spesso creavano tensioni nei rapporti con la popolazione locale, hanno affidato a bin Laden (sicuramente all'inizio del 1997) il monopolio del controllo dei campi degli «arabi», compresi anche i convertiti, mentre gli uzbeki e i pakistani conservavano strutture proprie. Di conseguenza, ogni volontario musulmano che non sia né pakistano, né originario dell'Asia centrale, e si sia trovato in Afghanistan tra il 1997 e il 2001, dev'essere passato obbligatoriamente per i campi di al Qaeda (e in alcuni casi anche per quelli delle organizzazioni radicali pakistane). Ma ciò non significa che chiunque abbia soggiornato in quei campi sia un potenziale terrorista.
Contrariamente alla vecchia guardia, nessuno dei giovani di questa nuova generazione di «afghani» è vicino a bin Laden. Dopo il soggiorno in Afghanistan, che serviva da addestramento, ma aveva soprattutto la funzione di creare quello spirito di corpo che avrebbe fatto la forza delle rete, i volontari erano sottoposti a una selezione: i migliori venivano inviati in Occidente per commettervi attentati.
Gli altri, più numerosi, erano incorporati nella brigata degli stranieri che combattevano a fianco dei talibani contro il comandante Massud.
Da qui la difficoltà, per gli organi di giustizia occidentali, di trovare capi d'accusa pertinenti per molti dei detenuti di Guantanamo, il cui unico torto era quello di essersi arruolati con i talibani.
È stata questa nuova generazione a fornire l'essenziale dei quadri responsabili di attentati di tipo internazionale, e a costituire finora l'efficacia e la forza dell'organizzazione. Per definizione, queste reti sono internazionali, ma si fondano al tempo stesso su rapporti personali molto stretti, conciliando così la globalizzazione con la coesione di piccoli gruppi omogenei di persone che si conoscono intimamente. È a questa solidarietà da ex combattenti internazionalisti, che hanno condiviso gli accampamenti e le lotte, che si deve attribuire la flessibilità e l'affidabilità della rete. Secondo la corretta analisi di Marc Sageman
(10), questo spirito di corpo si ritrova sia nel momento iniziale che in quello finale del viaggio iniziatico verso la jihad afghana. In effetti, è in seno a un piccolo gruppo di «amici per la pelle» che avviene la radicalizzazione (in un campus universitario, in un quartiere, in una moschea) e da lì la decisione di partire. E in Afghanistan, (o in Bosnia, o in Cecenia) si incontrano altri «fratelli», magari malesi o pakistani, che in alcuni casi si raggiungeranno nei rispettivi paesi.
I membri della rete si comportano spesso in netto contrasto con la logica di ogni vera clandestinità. Condividono alloggi e conti bancari, si fanno reciprocamente da testimoni di nozze, controfirmano il testamento di un compagno di lotta e così via. La compattezza viene dall'effetto di gruppo, non dalle tecniche dell'azione segreta.
Lo stato maggiore, le cellule di base, le reti transnazionali e la catena di comando di al Qaeda si fondano quindi su legami interpersonali, costruiti talora in Afghanistan, e altre volte a livello locale; legami che in seguito si traspongono in una dimensione transnazionale e «deterritorializzata» (viaggi, insediamento in altri paesi, nazionalità multiple ecc.) Lo spirito cameratesco gioca un ruolo molto importante, corroborato a volte da vincoli matrimoniali tutt'altro che «tradizionali»: ci si sposa con la sorella di un amico (e non con la ragazza scelta dai genitori), creando spesso un rapporto di coppia moderno. Ad esempio, la moglie dell'assassino di Massud racconta nella sua testimonianza che il marito rammendava da sé i propri indumenti
(11). Questi legami molto personali costituiscono la forza, ma anche la debolezza della rete.
Per dirimere una di queste matasse, a volte è bastato che la polizia individuasse un militante (salvo magari coinvolgere qualche innocente il cui solo torto era stato quello di condividere una stanza, o di aver frequentato una certa moschea). Ad esempio, uno dei responsabili dell'attentato di Madrid, Jamal Zugam, segnalato dalla polizia francese agli omologhi spagnoli, era stato per breve tempo in carcere nel novembre 2001. Benché non si disponga ancora di una banca dati sui volontari partiti per l'Afghanistan, saranno sicuramente identificati in misura crescente (grazie agli arresti e ai documenti sequestrati in loco, ai passaporti falsi utilizzati ecc.). Ma soprattutto, dopo la perdita del santuario afghano non esiste praticamente più un luogo in cui ricostituire la solidarietà tra veterani. Si è parlato della Cecenia, del Sahel, delle aree tribali del Pakistan e anche di Falluja, ma nessuno di questi luoghi (anche quando esista la possibilità di beneficiare della compiacenza delle amministrazioni locali) può costituire un rifugio durevole, data la sorveglianza e le incursioni puntuali.
In breve, la generazione degli ex combattenti dell'Afghanistan si sta riducendo (con l'evidente contributo della tecnica degli attentati suicidi) e trova difficoltà a rinnovarsi.
Per evitare l'emarginazione, al Qaeda deve dunque estendere il reclutamento e costruire alleanze; ma manca di elementi di raccordo, proprio perché non costituisce un movimento politico dotato di una sua direzione e di una struttura militare, con compagni di strada, organizzazioni simpatizzanti ecc. Trattandosi di una rete di attivisti, essa esiste solo nella misura in cui questi ultimi commettono attentati. E uno sbocco verso la politica non sembra prevedibile. In altri termini, al Qaeda può allearsi solo con gruppi combattenti (che però possono avere una loro dimensione politica, come nel caso dei talibani o dei ceceni).
Si possono ipotizzare tre strategie di ricerca di alleanze, o più semplicemente di raccordo: il franchising, le associazioni e il banditismo.
La prima di queste strategie è già in atto. Di questa categoria fanno parte gli autori di attentati locali, cioè commessi da militanti - a volte, ma non sempre, con precedenti in Afghanistan - sul proprio territorio. Ad esempio, è un gruppo locale, senza alcun collegamento diretto con lo stato maggiore di al Qaeda, come a Casablanca (o collegato indirettamente, come nel caso di Djerba o in quello di Istanbul) ad agire in nome dell'organizzazione, o a commettere un attentato che sarà poi rivendicato da al Qaeda. D'altronde, basta che l'opinione pubblica o le autorità locali attribuiscano l'operazione ad al Qaeda per ottenere lo stesso effetto. La gamma dei possibili bersagli è estremamente ampia: l'importante è che abbia un riferimento con la presenza occidentale, con il giudaismo o con gli interessi americani.
Perciò, qualunque cosa accada da qualche parte, può suscitare l'impressione dell'ubiquità di al Qaeda.
Raccordi internazionali di questo tipo possono andare da un'organizzazione strutturata e radicalizzata (lo Jemah Islamiyya in Indonesia, o i gruppi estremisti pakistani, i cui membri sono alleati con al Qaeda in Afghanistan, o anche il gruppo Zaraqui in Iraq) fino alle «bande» in cui la rivolta giovanile, il banditismo e il fenomeno delle sette convergono intorno a un leader locale, come nel caso dell'attentato di Casablanca. Altre cellule possono costituirsi, facendo riferimento ad al Qaeda, tra internauti poliglotti con un buon livello di istruzione.
L'«alqaidismo» potrebbe quindi sopravvivere anche alla scomparsa di al Qaeda. Questa forma di franchising è tanto più facile in quanto esiste da sempre un movimento radicale che ha usato metodi di reclutamento analoghi, pur senza essere organicamente legato ad al Qaeda. In Francia ad esempio, nel periodo 1995- 1996, c'era la rete Kelkal
(12), o la «banda di Roubaix»
(13). Si può anche immaginare che membri di movimenti neo-fondamentalisti, ma non jihadisti (come i Tablighis
(14) o anche lo Hizb ut-Tahrir
(15)) decidano di passare all'azione individualmente, ma sotto l'etichetta di al Qaeda. Ad esempio, gli attentati di Tashkent del luglio 2004 contro le ambasciate americana e israeliana potrebbero essere attribuiti sia a membri del movimento islamico dell'Uzbekistan (Miu) che hanno combattuto al fianco di al Qaeda contro gli americani in Afghanistan, sia a dissidenti dello Hizb ut-Tahrir - anche se la prima ipotesi appare più verosimile.
Può anche accadere che ex «afghani» si rendano autonomi, come nel caso di Al Zarqaui (a prescindere da quanto sia reale il ruolo che gli viene attribuito). I volontari stranieri che si troverebbero a Falluja hanno tutto l'interesse a farsi forti di quell'etichetta, facendo credere all'esistenza di un'organizzazione internazionale più strutturata di quanto non sia in realtà.
Più complesso il caso saudita. Da un lato, tra i radicali responsabili degli attacchi del 2004 si contano molti ex volontari dell'Afghanistan (i sauditi costituiscono una percentuale preponderante tra i volontari musulmani che hanno combattuto su tutti i fronti, dall'Afghanistan alla Cecenia passando per la Bosnia). Tenuto conto dell'origine saudita di bin Laden e del suo ruolo nella presenza saudita in Afghanistan negli anni '80, quando ancora aveva ascolto presso i servizi segreti del suo paese (la sua rottura con il regime, peraltro molto relativa all'inizio, data dal 1991) è assai probabile che conosca personalmente buona parte dei capi dei gruppi radicali.
Gli attacchi messi a segno in Arabia prendono di mira gli stranieri (arabi compresi) e i simboli della presenza estera, piuttosto che l'apparato dello stato; e in questo senso si apparentano alle azioni condotte da al Qaeda. Sebbene quei terroristi dichiarino esplicitamente di volere la scomparsa della monarchia, il metodo che adottano non fa pensare a una strategia rivoluzionaria. D'altro canto, questo movimento specificamente saudita non comprende volontari stranieri, e i suoi militanti, contrariamente a quelli di al Qaeda, non hanno alle spalle percorsi «globali», tranne in alcuni casi qualche puntata in Afghanistan o in Cecenia. Infine, pur non ricusandolo, non firma le sue azioni con il nome di al Qaeda.
L'onnipresenza di questo label si spiega con due logiche contraddittorie.
Da un lato, la volontà dei regimi, da Tashkent a Mosca, di denunciare ovunque la mano di al Qaeda per meglio presentarsi come membri di diritto del club dell'antiterrorismo, facendo così dimenticare le proprie attività repressive. Dall'altro però, anche gli attivisti hanno tutto l'interesse a far credere che al Qaeda sia dappertutto: bin Laden per apparire come il grande direttore d'orchestra, e i «piccoli» per assicurare una vasta eco alla loro azione.
Siamo in presenza di una politica di franchising a tutti gli effetti: l'organizzazione madre ha definito il concetto, e presta il proprio label ai concessionari. A facilitare le cose si aggiunge il fatto che al Qaeda non è mai stata un'organizzazione «leninista», nel senso di voler esercitare uno stretto controllo sui propri membri: questi ultimi godono della massima autonomia, e il centro delega facilmente l'iniziativa ai giovani, e persino ai convertiti (elemento questo del tutto nuovo in un'organizzazione islamista radicale).
La ricerca di alleanze avviene a spese della purezza ideologica.
Ma al Qaeda non ha scelta, se non vuole isolarsi. I suoi militanti si sono regolarmente alleati a gruppi musulmani - i talibani, i radicali ceceni, i sunniti iracheni - i cui obiettivi erano puramente locali; ma tutti si richiamavano al concetto della jihad. Queste alleanze potrebbero estendersi in tre direzioni.
¥ L'alleanza con movimenti nazionalisti o etnici, come in Bosnia, in Cecenia, e a quanto pare anche in Iraq. Ma in tutti e tre i casi, gli «internazionalisti» non sviluppano una strategia propria; sono solo un'avanguardia militare, in un contesto ove l'azione si esercita esclusivamente sul territorio nazionale. In tal caso servono da «legione straniera», di cui ci si può sbarazzare a guerra finita, com'è accaduto in Bosnia e come potrebbe accadere anche in Iraq.
Non si può tuttavia escludere che talune frange radicali dei movimenti nazionalisti decidano, per disperazione, di internazionalizzare la lotta, sull'esempio dei palestinesi negli anni '70. Tutti i movimenti di liberazione nazionale, qualunque sia il loro legame con l'islam (Hamas palestinese, ceceni di Chamil Bassaiev) conducono la loro lotta all'interno del territorio proprio o della potenza che percepiscono come occupante. Nessun membro di al Qaeda ha mai agito sul territorio israelo- palestinese, e nessun palestinese abitante a Gaza o nei territori occupati ha mai partecipato ad azioni di al Qaeda. Ma è sempre possibile che a fronte della repressione e dell'isolamento internazionale, taluni gruppi decidano di estendere il conflitto alleandosi con il settore «internazionalista».
¥ La convergenza tra al Qaeda e una frangia dell'ultrasinistra radicale violenta, erede della Banda Baader, di «Action directe», delle Brigate rosse ecc., o magari dell'estrema destra. Il nemico è lo stesso: l'ordine globale, caratterizzato dall'«imperialismo americano». Al Qaeda affascina chi aspira alla rottura con l'ordine costituito, e si avvantaggia della scomparsa quasi totale dell'estrema sinistra radicale marxista, riconvertita in un altermondismo estraneo alle realtà dell'esclusione sociale. Finora, l'adesione ad al Qaeda comportava la conversione; ma questa condizione potrebbe venir meno. Peraltro, gli obiettivi dell'organizzazione non sono mai religiosi, e il suo antisemitismo è più vicino a quello classico europeo che alla sua versione musulmana (l'avvocato Horst Mahler, già difensore di Baader, dopo il suo passaggio all'estrema destra ha preso parte, nell'ottobre 2002 ad Amburgo, a un convegno del partito islamista radicale Hizb ut-Tahrir, pure violentemente antisemita). I convertiti costituiscono indubbiamente un valido indicatore delle mutazioni a venire: la possibilità aperta ai giovani occidentali di passare all'islamismo radicale potrebbe essere reversibile. In tal caso potremmo assistere al «ritorno» dei governi convertiti nei loro ambienti d'origine, per stringervi alleanze sia in vista di attività criminali che di azioni politiche. Ilich Ramirez Sánchez, detto Carlos, si è convertito all'islam in carcere, e nel suo ultimo libro, l'Islam rivoluzionario
(16), fa l'elogio di bin Laden; e lo stesso ha fatto Nadia Desdemona Lioce, superstite di un gruppo delle Brigate rosse, dopo essere stata arrestata dalla polizia italiana nel febbraio 2003.
Nei quartieri periferici, molte conversioni all'islam fanno pensare a un impegno militante piuttosto che a una rivelazione mistica. Si tratta più che altro di «conversioni di protesta».
¥ Infine, terzo metodo: la mercenarizzazione o il banditismo. Se il centro di al Qaeda finirà per essere neutralizzato, una parte degli ex «afghani» o dei potenziali membri dell'organizzazione si offriranno sul mercato con le tecniche finora apprese, le reti ormai stabilite e una loro immagine di marca. Potrebbero collegarsi a reti mafiose, o trasformarsi essi stessi in una mafia. Oppure mettersi a disposizione di servizi segreti in qualità di mercenari, come a suo tempo Carlos e il palestinese Abu Nidal.
Per il momento, nessuno stato si è avventurato ad accettare una collaborazione del genere, per timore di una reazione americana diretta. Ma la situazione potrebbe cambiare se gli Stati uniti, rimanendo impantanati in Iraq, finissero per trovarsi in una situazione di debolezza, e se lo sfacelo delle reti di al Qaeda e la confusione sugli obiettivi e sui mezzi di una «guerra contro il terrorismo» finissero per lasciare spazio a una zona grigia in cui nessuno più sappia con chi ha a che fare.
Uno sviluppo del genere potrebbe essere tanto più verosimile in quanto gli spazi in cui si muovono i militanti internazionalisti presuppongono collegamenti e appoggi provenienti da reti di trafficanti, con possibili complicità da parte di apparati di stato (ad esempio, nelle regioni tribali del Pakistan).
In ogni caso, il fenomeno al Qaeda, come le sue incarnazioni precedenti, ha innanzitutto un carattere transnazionale; i suoi legami con il Medioriente sono solo contingenti. Le sue dinamiche di mobilitazione e di azione sono legate in maniera soltanto indiretta ai conflitti della regione, improntati soprattutto a logiche nazionaliste. Si tende a sopravvalutare il carattere islamico di al Qaeda, trascurando la sua dimensione globale, anti-imperialista e terzomondista. La logica del movimento sarà senza dubbio quella di incarnare non tanto la difesa dell'islam, quanto l'avanguardia di movimenti di contestazione dell'ordine costituito e dell'iperpotenza americana.