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La guerra dei mille anni «Barbarie» e «civiltà», «miscredenti» e «credenti», George W. Bush e Osama bin Laden vorrebbero far credere che il mondo è diviso in due, tra «loro» e «noi». Con il pretesto della guerra contro il terrorismo, l'Occidente sembra pronto a impegnarsi in un conflitto planetario. Eppure, sebbene al Qaeda sia un pericolo reale (si veda alle pagine 10 e 11), non costituisce certo una «minaccia strategica», politico-militare della stessa natura del comunismo. La visione di uno «scontro di civiltà» serve a mobilitare le opinioni contro l'Altro, a giustificare il disordine stabilito; essa permette di legittimare le disuguaglianze e le ingiustizie in forza di un pericolo multiforme. Già alla fine del 19mo secolo, il terrorismo anarchico era servito da spettro ai dominanti per tentare di sedare le rivolte operaie (pagine 12 e 13). Dai tempi di Herbert George Wells - e anche prima - rifiutando questi schemi o rendendoli paradossali, certe opere di fiction permettono di comprendere meglio il mondo in cui viviamo e aiutano a rifiutare la logica di una guerra dei mille anni.
Alain gresh
L'Iraq brucia. Le conseguenze dell'arroganza della grande potenza Usa e della sua ignoranza di quanto riguarda quel territorio sono ormai sotto gli occhi di tutti: Falluja somiglia ben poco a una città del Texas, e meno ancora a Marsiglia o Tolone nel 1944, al momento della liberazione. Ma a un livello più profondo, questo smacco è la conseguenza diretta del concetto di «guerra contro il terrorismo» lanciato dal presidente George W. Bush l'indomani dell'11 settembre 2001.
Nel quadro di quel ragionamento, ciascuno degli incidenti iracheni sembra rientrare in un ordine logico: gli attacchi nel «triangolo sunnita» non possono provenire che dai nostalgici del regime di Saddam Hussein, o da terroristi internazionali legati ad al Qaeda; la resistenza di Moqtada al Sadr può essere solo il risultato dell'influenza iraniana, cioè di uno stato appartenente all'Asse del male; e qualunque azione armata è solo un'altra prova del fatto che «quelli» odiano i valori occidentali. Come ha ingenuamente spiegato un caporale americano in Iraq: «Dobbiamo uccidere i cattivi (1)» Ma il guaio è che più cattivi uccidono, e più ne spuntano da ogni casa distrutta dalle bombe, da ogni villaggio colpito da sistematici rastrellamenti. Il dramma iracheno si può però interpretare anche in maniera diversa e molto più semplice. Contenti di vedere la fine di una dittatura particolarmente odiosa e quella delle sanzioni che per tredici anni avevano dissanguato il paese, gli iracheni aspiravano semplicemente a vivere meglio, liberi e indipendenti. Ma nessuna delle promesse della ricostruzione è stata mantenuta: l'insicurezza permane, continuano le frequenti interruzioni della corrente elettrica, e la miseria si estende. Le truppe americane hanno lasciato che i ministeri andassero a fuoco e l'esercito si dissolvesse, dando così l'ultimo colpo d'ariete a uno stato già indebolito dalle molteplici forme di embargo, secondo un modello già applicato nel 1945... in Giappone. D'altra parte, gli iracheni non vogliono vivere sotto il giogo di una potenza occupante sospettata di perseguire solo i propri interessi petroliferi e strategici. La colonizzazione ha ormai fatto il suo tempo. In Iraq, la rivolta degli anni 1920 contro l'occupante britannico, celebrata da decenni, si è impressa nella memoria di tutti in maniera non meno indelebile della Resistenza o della Liberazione in Francia. Quest'aspirazione all'indipendenza, gli iracheni la condividono con gli altri popoli, e per spiegarla non c'è alcun bisogno di sondare la loro «psicologia» o la loro «anima», né di sottoporre il Corano e l'islam a complesse esegesi; e neppure di vedere in questo paese una postazione avanzata della crociata contro il «terrorismo internazionale». Il comportamento degli iracheni è del tutto razionale, e la sola soluzione è un rapido ritiro delle truppe americane per restituire al paese la sua piena sovranità. A fronte degli eventi nelle varie regioni del mondo, le scelte strategiche e diplomatiche di una grande potenza sono determinate dal modo in cui li intendono i suoi dirigenti: quali vantaggi potremo ricavarne? Cosa faranno i nostri nemici? Chi sono i nostri alleati? Per vari decenni, la «guerra fredda» è servita da paradigma per spiegare gli sviluppi planetari. A ogni cambiamento sopravvenuto in qualche lontano paese, gli strateghi dei due schieramenti, e con loro i ricercatori e i giornalisti, si chiedevano: è un vantaggio per l'Urss? È un bene per gli Stati uniti? Le conseguenze di questa visione in bianco e nero sono emerse chiaramente in occasione di due conflitti degli anni 1970-1980, in Nicaragua e in Afghanistan. Nel luglio 1979, dopo una lunga lotta armata, i sandinisti prendono il potere a Managua, ponendo fine alla dittatura della famiglia Somoza. E lanciano un programma di ardite riforme sociali, in particolare in campo agricolo, rispettando le libertà fondamentali e i partiti d'opposizione. Si apre così una possibilità per far uscire il paese dall'indigenza e dal sottosviluppo. Ma l'amministrazione statunitense non ci sente da quell'orecchio: per il governo Usa, questa sconfitta di uno dei suoi alleati equivale a un'avanzata del comunismo e dell'Urss nella sua «riserva di caccia» centroamericana. La Cia arma gruppi di ex membri della guardia somozista. Dall'Honduras quei «combattenti per la libertà» scatenano una guerra a oltranza e non esitano a ricorrere al terrorismo contro il regime, mentre Washington tenta di mobilitare l'opinione pubblica e i suoi alleati contro il pericolo totalitario nell'America centrale. Al tempo stesso L'Avana e anche Mosca, seppure in misura minore, intensificano i loro aiuti ai sandinisti. Il Nicaragua è ormai preso nella trappola Est-Ovest. La pressione permanente degli Stati uniti e l'impoverimento del paese, colpito da sanzioni economiche, portano infine alla sconfitta dei sandinisti, battuti alle elezioni del 25 febbraio 1990. Da un giorno all'altro, Washington si disinteressa del Nicaragua e molla i suoi protetti. Il paese sprofonda nella miseria; ma non sarà mai «comunista». Il caso dell'Afghanistan è ancora più emblematico. Nell'aprile 1978 il regime, benché alleato dell'Urss, è rovesciato da un colpo di stato comunista. In quel paese conservatore, il nuovo potere impone brutalmente riforme radicali, scontrandosi con una forte opposizione, soprattutto nelle campagne. Washington incomincia ad armare i mujaiddin. Nel dicembre 1979. l'esercito sovietico invade l'Afghanistan e cambia la guida del paese, con un'operazione di tipo coloniale condannata dalla comunità internazionale. Ma gli Stati uniti e l'Occidente vogliono interpretarla come una prova della volontà egemonica dei sovietici, e una conferma della secolare aspirazione del Cremino a proiettarsi verso i «mari caldi», quelli del Golfo. Per la nuova amministrazione Reagan è un'occasione per «far sanguinare» l'Armata rossa, anche a costo di allearsi col diavolo. Con l'aiuto dei servizi segreti pakistani e sauditi, gli Usa decidono di armare i fondamentalisti più estremi, a tutto danno dell'opposizione moderata. E si oppongono a ogni tentativo di composizione politica e diplomatica sotto il patrocinio delle Nazioni unite, prolungando deliberatamente il conflitto (2). Il risultato è noto. I sovietici decidono di ritirarsi dall'Afghanistan. Ma una volta riportata questa vittoria, gli Usa si disinteressano delle sorti del paese - e delle reti islamiste radicali che hanno contribuito a creare, con l'aiuto di un certo Osama bin Laden. Abbandonato, l'Afghanistan sprofonda in un primo tempo nella guerra civile, e nel 1996 cade nelle mani dei talibani. Oggi si sa che la decisione sovietica di intervenire in Afghanistan, lungi dal corrispondere a un vasto piano di espansione, fu presa da una direzione politica divisa, preoccupata innanzitutto di evitare che un paese confinante, tradizionalmente alleato, cadesse nelle mani di islamisti estremisti. Ed è altrettanto noto che nonostante l'apparenza di una grande potenza militare, l'Urss non era affatto in condizioni di costituire una minaccia per il mondo, e meno ancora di dominarlo. Ma intanto, in Occidente lo spauracchio della minaccia sovietica veniva agitato incessantemente per mobilitare l'opinione pubblica. Nel 1983, due anni prima dell'avvento al potere di Mikhail Gorbaciov, Jean-François Revel preannunciava, con la sua consueta perspicacia, la prossima fine delle democrazie imbelli nella lotta contro «il più temibile dei suoi nemici esterni, il comunismo, variante attuale e modello compiuto del totalitarismo (3)»... Quel «modello compiuto» era oramai a pochi anni dalla sua fine. Gli Usa in cerca di nemico Certo, la griglia di lettura Est-Ovest aveva una sua pertinenza. Tanto gli Stati uniti quanto l'Urss difendevano i loro interessi di grandi potenze; ma la vita politica dei singoli paesi non poteva essere ridotta alle caselle del grande scacchiere su cui si affrontavano la Casa bianca e il Cremlino - la prima con il suo cinico sostegno alle dittature latinoamericane e all'Indonesia di Suharto, la seconda con i brutali interventi in Ungheria (1956) o in Cecoslovacchia (1968). Quella visione semplicistica ha portato a sottovalutare le realtà nazionali, che non si possono inquadrare tanto facilmente, e a sminuire le altre sfide con cui l'umanità deve confrontarsi: il deterioramento dell'ambiente, la povertà cronica, la diffusione di nuove malattie (in particolare l'aids) ecc. Il mondo è finalmente uscito dalla guerra fredda, gli Stati uniti hanno vinto, ma le sfide restano. E restano le cause dell'instabilità. La fine dell'Unione sovietica ha lasciato orfani non solo i militari e i servizi di intelligence americani (e in senso più lato occidentali), privati di un nemico che giustificava la loro esistenza e i loro budget sconfinati, ma anche i vari centri di ricerca strategica che avevano teorizzato la gravità dei rischi della superiorità strategica di Mosca, o addirittura pronosticato un'invasione sovietica dell'Europa occidentale. Ma come sostituire l'«impero del male»? All'inizio degli anni 1990, la teoria della «fine della storia», lanciata dall'universitario americano Francis Fukuyama, che proclama a gran voce la vittoria definitiva del liberismo occidentale, condannato ad espandersi nell'intero pianeta, riporta un puro e semplice successo di stima. Una frazione della destra conservatrice - quella stessa che si era opposta alla distensione nei confronti dell'Urss e a qualsiasi intesa con Mikhail Gorbaciov, e cercava ora «un nuovo nemico strategico» - annuncia che gli Stati uniti, seppure senza rivali, sarebbero oramai minacciati da forze oscure, più pericolose ancora del comunismo: il terrorismo, gli stati canaglia, le armi di distruzione di massa. Parallelamente, pensatori e giornalisti sempre più numerosi diagnosticano la potenza crescente di un nuovo avversario, l'islam, che dispone a un tempo di un'«ideologia forte» e di una base potenziale di più di un miliardo di esseri umani. Nel 1993, Samuel Huntington divulga la formula dello «scontro tra civiltà (4)» (leggere l'articolo in questa pagina). «La mia ipotesi - scrive il docente americano - è che nel mondo nuovo i conflitti non saranno originati essenzialmente dall'ideologia o dall'economia. Le grandi cause di divisione dell'umanità e le fonti principali dei dissidi saranno culturali. Gli stati-nazione continueranno a giocare un ruolo primario negli affari internazionali, ma i principali conflitti politici mondiali metteranno a confronto nazioni e gruppi appartenenti a civiltà diverse. Lo scontro tra civiltà dominerà la politica mondiale». Metafisica del termine «terrorismo» Tutto ciò rimaneva comunque nel campo della speculazione; nessuna di queste dottrine aveva riscosso il consenso delle élite. Si è dovuto attendere l'11 settembre per far attecchire l'idea che l'Occidente fosse di nuovo impegnato in una guerra mondiale, succeduta alla guerra fredda e alla seconda guerra mondiale. Traumatizzata dagli attacchi contro il World Trade Center e il Pentagono, l'opinione pubblica americana ha abbracciato il concetto di «guerra al terrorismo» - una guerra in cui «chi non è con noi è contro di noi». Ma chi è mai questo nuovo nemico che ha preso il posto del comunismo e del nazismo? Il terrorismo non è un'ideologia, è semplicemente un metodo d'azione. E si fa fatica a vedere cosa possano avere in comune con al Qaeda gli indipendentisti còrsi o quelli dell'Ira. Quanto ad al Qaeda, la lotta contro questa pericolosa organizzazione dovrebbe comportare la mobilitazione dei servizi di polizia, non di un apparato bellico (leggere, alle pagg. 10-11 l'articolo di Olivier Roy). E gli stati canaglia? Se è abusivo inserire allo stesso titolo nel cosiddetto Asse del male la Corea del Nord e l'Iran, è altrettanto difficile capire come si possano porre sullo stesso piano le minacce regionali di taluni stati e quelle a suo tempo attribuite all'Unione sovietica. Eppure, quello che si delinea ogni giorno di più attraverso i bersagli designati e le compagne ideologiche è uno scontro tra civiltà - tra Islam e Occidente. Ad eccezione della Corea del Nord e di Cuba, i paesi nel mirino degli Stati uniti - Iraq, Iran, Siria, Sudan - sono tutti musulmani. Un partito preso, confermato dall'aiuto incondizionato di Washington al governo di Ariel Sharon. La «civiltà» è in guerra contro la «barbarie», ha proclamato il presidente Bush. «Il mondo si è scisso in due campi, ribatte Osama bin Laden, uno sotto l'insegna della croce, come ha detto il capo dei miscredenti Bush, l'altro sotto l'insegna dell'Islam». Se questa teoria fosse vera, nessuna composizione sarebbe mai possibile, dato che «quelli» ci odiano; e non per le nostre azioni, ma perché respingono i nostri ideali di libertà e democrazia. È dunque inutile attribuire una priorità alla soluzione di questa o quella ingiustizia che colpisce il mondo musulmano. D'altra parte, questa concezione induce a una strategia di guerra, poiché porta a inquadrare ogni conflitto nella formula dello scontro tra civiltà, cioè in una guerra eterna e senza soluzione. Tutto, dalla lotta dei palestinesi all'attentato terroristico a Giava, alla resistenza in Iraq, a un incidente antisemita in un liceo parigino o una qualche sommossa in una banlieue, è percepito come elemento di un'offensiva generale dell'islamismo. Siamo impegnati su tutti i fronti, compreso quello interno, in una guerra mondiale. Il generale William G. «Jerry» Boykin, veterano delle forze Delta (unità d'intervento anti-terrorismo dell'esercito americano) cristiano evangelico, nominato nel 2003 sottosegretario aggiunto alla difesa e preposto all'intelligence degli Stati uniti, ha dichiarato, in un discorso tenuto nell'Oregon, che i radicali islamici odiano gli Stati uniti «perché noi siamo una nazione cristiana, perché le nostre fondazioni e le nostre radici sono giudeo- cristiane. E il nemico è un tizio che si chiama Satana (5)». In un'altra occasione aveva proclamato: «Noi, l'armata di Dio, nella casa di Dio, nel regno di Dio, siamo stati allevati per questa missione»; e a proposito delle operazioni belliche in Somalia contro i signori della guerra musulmani: «Sapevo che il mio Dio era più grande del loro; sapevo che il mio era un Dio vero, e il loro un idolo (6)». Fatte queste rivelazioni, il generale ha lasciato cadere a fatica qualche parola di scusa, e ha conservato la sua carica; per cui ha avuto la possibilità di esercitare il suo talento «esportando» in Iraq il sistema carcerario istituito a Guantanamo, con i risultati ormai ben noti, grazie ai resoconti sulle torture (7). Almeno in un primo tempo, il segretario alla Difesa Donald Rumsfeld ha preso le sue difese, mentre Condoleezza Rice, consigliere nazionale alla Sicurezza, ha tenuto a precisare: «Questa non è una guerra tra religioni». Una dichiarazione che però lascia qualche dubbio in chi abbia letto le testimonianze delle vittime delle torture in Iraq, costrette ad abiurare alla loro religione o a mangiare carne di maiale (8). Altre perplessità sorgono ascoltando numerosi media americani, e talora europei, che non tentano neppure di dissimulare l'islamofobia. Ann Coulter, una delle più popolari commentatrici della destra americana, autrice di una serie di best-sellers, è regolarmente invitata dalle grandi reti d'informazione televisiva e radiofonica, da Good Morning America a The O'Reilly Factor. Secondo lei, entro dieci anni i musulmani avranno preso il potere in Francia. «Quando combattevamo il comunismo - spiega - ok, quelli avevano i massacratori di massa e i gulag, ma erano bianchi e sani di mente. Ora siamo in guerra contro veri selvaggi». E precisa poi: «Da vent'anni subiamo gli attacchi di musulmani selvaggi e fanatici. Non è stata al Qaeda a prendere i nostri ostaggi in Iran? Non era di al Qaeda la bomba alla discoteca a Berlino Ovest - che poi ha indotto Ronald Reagan a bombardare la Libia?» Ma la Libia non è islamista. «Usate pure quest'argomento, ma io continuo a vedere musulmani che ammazzano gente (9)». «Dovremmo essere consapevoli della superiorità della nostra civiltà; asseriva gioioso, il 26 settembre 2001, il primo ministro italiano Silvio Berlusconi. (...) un sistema di valori ha portato a tutti i paesi ove è stato adottato una vasta prosperità che garantisce il rispetto dei diritti umani e delle libertà religiose». Il presidente del Consiglio italiano ha poi sostenuto che in ragione della «superiorità dei valori occidentali», questi ultimi avrebbero «conquistato nuovi popoli», precisando che ciò «si è già verificato nel mondo comunista e in parte del mondo islamico, mentre purtroppo un'altra parte di quest'ultimo è rimasta indietro di 1400 anni (10)». L'ossessione americana Nel suo libro L'Obsession anti-américaine, Jean- François Revel si rallegra del fatto che dopo l'11 settembre George W. Bush e vari dirigenti europei si siano recati in diverse moschee, appunto per evitare che negli Stati uniti gli arabo-americani divengano bersagli di «rappresaglie indegne»; poi però afferma: «Questo scrupolo democratico fa onore tanto agli americani quanto agli europei, ma non deve renderli ciechi all'odio anti-occidentale della maggioranza dei musulmani che vivono tra noi (11)». Lo ha scritto a tutte lettere: la «maggioranza dei musulmani». Non è dato sapere se il filosofo abbia anche proposto di espellerli... Queste dichiarazioni incontrano un'eco nell'opinione pubblica. La guerra fredda, soprattutto negli anni 1980, non aveva più un grande potere di mobilitazione; era più che altro questione di stati maggiori. Il comunismo aveva ormai perduto gran parte della sua forza d'attrazione, e lo spauracchio rosso aveva cessato di suscitare grandi cacce alle streghe. La guerra contro il terrorismo desta ben altre risonanze: una parte dell'opinione occidentale e musulmana è disposta a credere che gli attuali conflitti vadano interpretati come uno scontro di civiltà. La linea divisoria allora non passerebbe più tra deboli e potenti, diseredati e benestanti, poveri e ricchi, bensì tra «quelli» e «noialtri». Ogni paese occidentale rinuncerebbe al logoro concetto di «lotta di classe» per schierarsi dietro l'insegna della «lotta contro l'Altro», il diverso. Si aprirebbe così una guerra di mille anni, il cui risultato potrebbe essere solo quello di confortare il disordine costituito. note:
(1) Citato in «GI's in Iraq are asking: Why are we here?», International Herald Tribune, 12 agosto 2004. (2) Leggere Diego Cordovez, Selig S. Harrison, Out of Afghanistan. The Inside Story of the Soviet Withdrawal, Oxford University Press, Oxford, 1995. (3) Jean-François Revel, Comment les démocraties finissent, Grasset, 1983. (4) Samuel Huntington, «The Clash of Civilizations», Foreign Affairs, vol. 72, n° 3, 1993. (5) Los Angeles Times, 16 ottobre 2003. (6) Ibidem. (7) Leggere Sidney Blumenthal, «The religious warrior of Abu Ghraib», The Guardian, Londres, 20 maggio 2004. (8) Leggere «New images amplify abuse at Iraq prison», Reuters, 21 maggio 2004. (9) The Independent, Londra, 16 agosto 2004. (10) Le Monde, 28 settembre 2001. (11) Jean-François Revel, L'Obsession anti-américaine, Plon, 2002, p. 129. (Traduzione di E.H.) |