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Grandi spazi nomadi e urbanizzazione forzata

Nel paese della steppa bigia


Galsan Tschinag
Nella steppa mongola la maggior parte delle cose assume un significato in pieno contrasto con la nostra epoca e per certi versi arcaico.
È il caso ad esempio della nostra casa, la tenda rotonda in legno e feltro che fuori dalle nostre frontiere è chiamata yurt. Da noi lo sguardo di chi è in cammino rimane sempre vigile e sempre eccitante è il momento in cui la yurt appare ai confini della steppa infinita, come un cuore che batte solitario. Perché qui si trova l'acqua, la vita, il calore durante gli inverni rigidi e il fresco durante le estati soffocanti. La porta della yurt è aperta a tutti. Anche quando non c'è nessuno non bisogna avere esitazioni a entrare, servirsi della legna e del cibo, accendere la stufa per preparare da mangiare.
Ben presto, infatti, tornerà il padrone di casa, attardato dal suo bestiame, che probabilmente avrà fame e sete, caldo o freddo.
La yurt ha raramente un diametro superiore a sei passi e sei ospiti arrivati dal ricco mondo del cosiddetto benessere non ci mettono molto a riempirla. Ma se necessario vi si può stare in sessanta: come si possono allargare i gomiti e le ginocchia, così li si possono stringere.
Lo stesso discorso vale per le distanze. Per percorrere un örtöö, una distanza equivalente a 30 chilometri, ci vuole spesso un'ora in automobile se non di più. E quest'ora può sembrare ben più lunga di tutte quelle passate senza pensarci in qualunque altra parte del mondo. Una volta nella steppa, si è talmente in balia del tempo, del puro tempo della vita, che siamo completamente pervasi dalle sue onde e dai suoi raggi; che possono tanto riscaldarci quanto rinfrescarci, mentre i nostri paesaggi interni affrontano l'isolamento che si è creato, simile a una roccaforte invisibile ma impenetrabile, in contrasto con i sensi primordiali sempre vigili del nostro corpo.
Ma quello che possiamo dire per un'ora, vale anche per l'intera giornata, che qui dura più a lungo che altrove. Non si tratta di una semplice sensazione, che potrebbe far dubitare e sorridere un materialista, ma di un dato quantificabile: l'ultima volta che sono andato a visitare la mia tribù (1), nella steppa montuosa dell'alto Altai, il 16 luglio 2002, la jeep ha impiegato più di cinque ore per percorrere 110 chilometri.
Quando siamo arrivati, poco prima delle 23, faceva ancora giorno.
Per dare qualche spiegazione, diciamo che la Mongolia fa parte del tetto del mondo e non è molto lontana dal polo nord. Ma lasciamo il terreno della logica europea; nonostante fossimo arrivati così tardi, è stato impossibile andare a dormire. Abbiamo dovuto bere un tè prima di mezzanotte, mangiare della carne dopo mezzanotte e nel frattempo parlare delle novità. Così sono passate altre ore.
Nella steppa il tempo passa più lentamente che altrove. Un dato di fatto che continua immancabilmente a ripetersi. È stato così anche ieri, quando mi trovavo insieme a Damdin che, a 58 anni, è il più anziano della tribù Alalar. Con i suoi capelli bianchi, questo saggio ha capito, nel breve corso della sua vita, cose che altrove sono comprese nello spazio di tre generazioni. La sua pelle mi faceva pensare a un paesaggio desertico, il sudore che colava sulla sua fronte rugosa ricordava l'acqua che scivola lungo i pioppi e che riempie scintillando i solchi della corteccia. Si ha la stessa impressione osservando un giovane taewing di 22 anni che pascola i cavalli. La sua pelle, il suo sguardo, le sue idee sembrano diversi e più maturi di quelli dei ragazzi di città della sua età. Il tempo deve aver soffiato più a lungo sopra e dentro di lui; si direbbe quasi che, con il suo cervello da bambino e il suo stomaco da leone, potrebbe competere tranquillamente con un ultratrentenne.
Un'opinione largamente diffusa pretende che la civiltà mongola nomade e sciamanica (2) possieda numerose caratteristiche poco piacevoli: pigrizia, ingordigia, indolenza, superstizione, sporcizia e così via. È vero, la nazione mongola non è certo una razza di signori che si distingue per i suoi nobili attributi, come qualcuno potrebbe immaginare pensando a Gengis Khan (uomo del millennio). Ma la maggior parte delle colpe di cui siamo accusati sono il frutto di menzogne, imputabili a una volontà di vendetta che risale alle sconfitte del passato, o di malintesi.
È vero, i nomadi vivono a un altro ritmo, condizionato dall'attività che dà loro da mangiare. Nel corso dell'anno, sotto il sole, la luna e tutte le stelle, bisogna occuparsi del bestiame e proteggerlo.
Mentre l'agricoltura esige dai lavoratori un investimento totale nella stagione calda e il lavoro in fabbrica si compie a turni, il pastore nomade deve distribuire le sue forze lungo tutta la durata dell'anno, se non della vita, perché non è accudito né da bambino né da vecchio.
Nella steppa il clima è capriccioso e gli stessi animali possono essere imprevedibili. Bisogna continuamente essere vigili e pronti a tutte le eventualità. Come riuscirci meglio? Riflettendo in silenzio, con i sensi tesi e i muscoli rilassati - mantenendo esternamente la propria calma e vivendo in una grande tensione interna! Forte delle mie conoscenze orali e letterarie, acquisite grazie alle conoscenze scolastiche europee della misura e del calcolo, devo riconoscere che mio padre, morto all'età 74 anni, ha saputo appropriarsi delle esperienze essenziali dell'umanità nel corso degli ultimi 1.500 anni.
Non poteva sopportare le parole inutili ed era abituato a dire: «Perché perdere il proprio tempo seduti a chiacchierare? Bisogna chiedersi piuttosto quello che ci manca ancora! Fuori c'è abbastanza letame per riscaldarci? E dentro abbiamo abbastanza da mangiare? Sono asciutte tutte le scarpe? Sono stati messi via tutti i vestiti? Abbiamo dormito abbastanza? Bisogna fare i proprio bisogni al momento opportuno!».
Gli stranieri sembrano non rendersi conto di tutta la tensione che regna nella vita di un pastore nomade. E mi ferisce sentire parlare della supposta pigrizia dei mongoli. Quanto all'ingordigia, bisogna ricordare che il fatto di dover mangiare per creare ogni tanto delle riserve fa semplicemente parte del nostro modo di vita. Perché spesso non si sa quando si troverà il tempo di sedersi per calmare di nuovo la fame e la sete.
Che molta gente non si lavi bene e abbastanza spesso è ingiustificabile.
Ma quello che posso dire in tutta onestà è che in questa parte del mondo si trova polvere, sabbia, terra, fango, ma non la sporcizia, questo è certo.
Al contrario del tempo, che scorre più lentamente, tutte le cose qui crescono più rapidamente. È vero per l'erba, per gli alberi, per gli animali e per gli uomini. Tutti fanno difficoltà a crescere in altezza e rimangono piccoli. Ma grande è il valore nutritivo dell'erba bassa, l'apporto calorico degli alberi di basso fusto, la resistenza del cavallo di piccola taglia e la forza degli uomini di bassa statura - come se tutto quello che cresce nella steppa ricevesse in abbondanza quello che è presente nel suo ambiente. E la steppa è indubbiamente molto grande e potente: è il cuore e l'ossatura della nostra patria mongola.
Del resto solo chi ha capito il gran numero di simboli riuniti in un öwöo può comprendere fino a che punto elementi come l'acqua, la terra e l'aria, sotto tutte le loro forme e i loro nomi, sono radicati nella coscienza degli uomini e fino a che punto esercitano la loro influenza. L'öwöo è la formula visibile e tangibile della venerazione del popolo nomade per il «grande tutto» e per ognuna delle sue parti.
Sapere di avere ai propri piedi un bene spirituale, la totalità degli eventi che brillano nello spazio materiale e immateriale di tutti i mondi; sapere di avere ammucchiate le proprie preoccupazioni personali su un cumulo di pietre, vero e proprio ombelico dell'universo creato con le proprie mani, tutto ciò rappresenta una cosa troppo grande per poter essere liquidata con la semplice definizione di superstizione.
E se in questa parte del mondo si sente continuamente la necessità di rivolgersi agli spiriti, è perché si avverte la loro onnipresenza e si sa che hanno bisogno del rispetto degli uomini.
La Mongolia sciamanica è al centro del nostro presente, come il Tibet buddista, il Vaticano cristiano, la Mecca islamica o qualunque altro luogo della Terra. Anch'essa vive quindi quegli sconvolgimenti e quei cambiamenti che caratterizzano la nostra esistenza in questo mondo. La velocità crescente e tutto quello che la accompagna sta cambiando sempre di più il paese della steppa grigia. Stanno nascendo cose nuove, mentre muoiono quelle più vecchie. Ciò non riguarda solo l'aspetto esteriore, ma anche quello interiore: le prospettive e i punti di vista.
La cronologia mongola tradizionale non si basa sui secoli ma su unità di tempo di sessanta anni. E questi sessanta anni si riferiscono a un ciclo di dodici anni e ai suoi cinque colori. Il 1990, che ha segnato un elemento di rottura in tutto il mondo, è stato qui l'anno del Cavallo bianco. Anche il 2002 è stato l'anno del Cavallo, ma questa volta nero. Un ciclo interno si è quindi realizzato; l'occasione di fare un piccolo bilancio provvisorio: la civiltà nomade mongola è più che mai minacciata, ma rimarrà capace ancora a lungo di mantenere integri i pilastri su cui si basa. Si tratta della steppa, della yurt, del deel (costume nazionale mongolo) e del cavallo. Per ora nessuno di questi elementi è in pericolo. Il mondo della steppa - la cui bellezza ineguagliabile ogni tanto si vendica - e la sua vita continuano a esistere, con i loro profumi, colori e sapori unici.
note:
* Galsan Tschinag è nato nel 1944 in una famiglia di allevatori nomadi tuva, nella Mongolia occidentale, ed è cresciuto nelle steppe dell'alto Altai, ai confini con l'Unione sovietica. Dopo la licenza liceale a Ulan Bator, Tschinag, grazie ai programmi di cooperazione fra paesi comunisti, ha avuto la possibilità di studiare linguistica a Lipsia, nell'ex Repubblica democratica tedesca. Scrive in mongolo e in tedesco.
Il suo primo libro, Cielo blu, pubblicato in Germania nel 1994, ha ottenuto il premio Adalbert von Chamisso, attribuito a un autore straniero che scrive in tedesco. Tra i suoi romanzi possiamo citare: Ciel blu (ristampato nel 1999); Vingt jours et un (1998); Le Monde gris (2001, ristampato nel 2004); Sous la montagne blanche (aprile 2004), tutti pubblicato da Anne-Marie Métailié, Parigi. Dojnaa è stato pubblicato nel 2003 per le edizioni Esprit des péninsules, Parigi.
(1) I nomadi tuva (oggi diventati per lo più sedentari).
(2) Lo sciamano è una sorta di prete e guaritore che comunica con il mondo degli spiriti (trance, estasi, viaggio iniziatico, ecc.).
(Traduzione di A. D. R.)