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Mozambico

Frammenti di storia


Geraldina Colotti
«Questi uomini del colore del capretto scuoiato che oggi applaudite entreranno nei vostri villaggi col fragore delle loro armi e con fruste lunghe come serpenti boa». Nella gabbia sospinta fra due ali di folla urlante, Ngungunhane, il re guerriero, tuona contro i portoghesi che lo hanno catturato e ora lo espongono al pubblico ludibrio come un trofeo di caccia. «È vero che vado via, ma voi sarete fatti schiavi con le vostre donne...» grida ancora ai sudditi prima di essere imbarcato per l'esilio.
La scena è al centro del romanzo mozambicano Ualalapi, del quarantasettenne Ungulani Ba Ka Khosa (Aiep, 2004, 11 euro). È il 13 marzo 1896.
Per 10 anni, tra faide interne e guerre di conquista, «l'imperatore degli nguni» ha assoggettato i vicini tsonga, vandau, bitonga, giocando abilmente sulle rivalità tra inglesi e portoghesi. Ma infine sarà Mouzingo de Albuquerque, comandante delle forze di cavalleria portoghesi in Mozambico, a inseguirlo fino al villaggio sacro e a catturarlo, distruggendo il suo esercito già allo stremo. Il «leone di Gaza» finirà i suoi giorni in esilio, «battezzato, alfabetizzato e alcolizzato».
Il destino di Mouzingo non sarà più clemente.
Con la cattura di Ngungunhane, i portoghesi prendono il controllo del suo vasto impero, circa la metà dell'odierno Mozambico e qualche pezzo di Zimbabwe e Sudafrica. La conferenza di Berlino ha già spartito l'Africa fra le potenze coloniali, segnando con la squadra il suo futuro di squilibri e asservimento. E ora il Portogallo può mostrare i muscoli, accreditarsi come vera potenza militare e non solo commerciale.
Lo farà dando inizio a imprese di conquista - presentate come «campagne di pacificazione» - , che imporranno al Mozambico un modello di rapina e sfruttamento. Risorse e forza lavoro, verranno subaffittate spesso ai vicini Sudafrica e Rhodesia. In cambio, nessun investimento che migliori l'esistenza della popolazione, colpita da ripetute carestie, strozzata dalle tasse, costretta in catene nelle piantagioni di cotone e riso, in cui il fascista Salazar obbligherà ogni maschio che abbia 15 anni. Ma nel 1960, una grande manifestazione di massa per protestare contro l'aggravio di tasse - 600 manifestanti uccisi dai portoghesi - segna l'inizio della resistenza anticoloniale. Siamo nel ciclo d'oro delle indipendenze. La lotta armata del Frelimo, il Fronte di Liberazione mozambicano che si forma nel '62, dura fino al 1974, quando la rivoluzione dei garofani in Portogallo spazzerà la dittatura.
L'anno dopo, il Mozambico diventa indipendente e riporta in patria i resti di Ngungunhane, divenuto simbolo della resistenza anticoloniale.
Da qui, intorno alla figura del re di Gaza e a quella di Ualalapi - il guerriero obbediente che, uccidendo il fratello maggiore di Ngungunhane ne favorisce l'ascesa al potere - , Ungulani Ba Kha Khosa costruisce uno straniante romanzo storico-filosofico dalle molte voci, innervate nella tradizione orale africana. Divisa in quattro «frammenti», la narrazione rimbalza come un sasso sulle onde creando una serie di cerchi concentrici. La scrittura immaginifica di Ba Ka Khosa inanella le storie. Chi era Ngungunhane? Parlano le folle urlanti sotto la gabbia del re prigioniero e poi quelle che applaudono intorno al mausoleo che consacra «il tiranno» a simbolo delle indipendenze.
Parlano gli amici del re sconfitto e i suoi detrattori, le donne di cui ha abusato e «l'ape regina» che lui ha coperto e vezzeggiato.
Parlano i vincitori. Parlano i vinti e i servi, annegati dalle lacrime di tutte le sconfitte. A tratti, lo stile di Ungulani ricorda Il diario del ritorno al paese natale di Aimé Césaire (Jaca Book), parola «bella come l'ossigeno che nasce», secondo André Breton, bella come «un decreto di esproprio», simile a quella di Lautréamont. Ma Ba Ka Khosa - nonostante abbia assunto un nome nella lingua degli avi - pesca più nel disincanto del postcolonialismo, nei chiaroscuri degli eroi e in quelli del prometeismo. La storia, lascia intendere, è «una narrazione controllata» su cui incide il caso. Perciò il romanzo non si cura di analisi e dati. Solo, ogni tanto, come nel realismo magico latinoamericano, compare una «prova provata», qualche stralcio di documento d'epoca scritto dai vincitori. E così, se l'esistenza di Ngungunhane è storia, come lo sono le sue imprese guerresche, nessuno può affermare che egli, poco prima della fine, abbia compreso che la lingua africana non contempla «la parola imperatore». Quel che rimane, e che fa di questo romanzo un atto d'accusa contro la guerra - la guerra che corrode la storia e le ragioni - , è il sangue, è il pianto, è l'escremento che inzuppa la terra dopo le carneficine.
Così, le citazioni tratte dalla Bibbia, le parole profetiche del «re leone» e una scrittura pregna di animismo e magia suggeriscono al lettore rimandi universali alle figure del potere e del dominio: all'apocalisse che incombe sul presente. E così, come nota anche il traduttore Vincenzo Barca, quel tiranno umiliato in pubblico (il «re leone») fa pensare a Saddam Hussein, la brama coloniale di allora alle vicende attuali. Nel romanzo, l'ultimo narratore cammina in fretta per non sentire il pianto del vecchio che, finito il racconto, gli ha passato il testimone. Qualcosa in quel «vecchio e nel discorso di Ngungunhane» l'ha turbato nel profondo, obbligandolo a correre e a lanciarsi «nella notte di luna».