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Cinque anni di
«guerra al terrorismo»
Stati uniti, Regno unito
e l'emergenza permanente
Tribunali speciali, tortura, prigioni segrete, parlamenti fagocitati
dagli esecutivi, intercettazioni telefoniche illegali, ecc.:
in nome degli imperativi securitari, negli Stati uniti e nel Regno
unito sono compromesse,
una dopo l'altra, le conquiste della democrazia liberale.
di PHILIP S. GOLUB *
Raramente la distanza tra democrazia reale e democrazia formale è
stata così grande. Quasi ovunque, nei paesi democratici «avanzati»,
esecutivi di fragile legittimità governano da anni senza - e spesso
contro - il consenso popolare. In Francia, nel Regno unito, negli
Stati uniti, così come altrove, il potere esecutivo si è reso autonomo
dalla società, imponendole, in una cieca marcia forzata neoliberista
e neoconservatrice, «riforme» sociali regressive e misure normative
e poliziesche sempre più repressive.
Contemporaneamente si assiste ad una concentrazione del potere esecutivo e ad una marginalizzazione dei contro-poteri, fino ad arrivare, come nel caso del Regno unito e degli Stati uniti, a rimettere drasticamente in discussione gli equilibri istituzionali che fin dalle origini hanno costituito la base del progetto liberal-democratico. Il doppio movimento che rende autonomo il potere e lo concentra è stato fortemente amplificato dalla «guerra contro il terrorismo» e dallo stato di emergenza che, dal 2001, espandono oltre ogni ragionevolezza il controllo sulla società. Nel Regno unito, il governo di Anthony Blair ha accentuato il processo, già evidente sotto Margaret Thatcher (1979-1990), che tende a «presidenzializzare» le istituzioni britanniche. In questi ultimi anni, il primo ministro ha tentato di ridisegnare gli equilibri istituzionali sottraendo prerogative al parlamento, limitando l'autonomia dei giudici e restringendo le libertà. Ne sono testimonianza il Criminal Justice Act (legge sulla giustizia penale) (2003) «che, imponendo pene minime obbligatorie, riduce la possibilità per i giudici di adattare la sanzione ai casi particolari»; la Prevention of Terrorism Act (legge sulla prevenzione del terrorismo) (2005) che, senza adeguate garanzie giudiziarie, «permette al ministro dell'interno di limitare la libertà di persone sospettate di coinvolgimento in attività terroristiche»; e la Enquiries Act (legge sulle procedure) (2005) «che limita l'indipendenza dei giudici chiamati a dirigere le inchieste, in quanto autorizza i ministri a scegliere gli elementi di prova che potranno, o meno, essere resi pubblici (1)». Cosa ancora più grave, lo stesso habeas corpus, la più antica protezione dei diritti della persona contro l'arbitrio dello stato, è minacciato dalla nuova legislazione antiterrorismo. Nonostante la docilità mostrata fino ad oggi, il Parlamento ha però rifiutato un'espansione ancora maggiore del potere discrezionale dell'esecutivo quale quella prevista dalla Legislative and Regulatory Reform Bill (progetto di legge sulla riforma della normativa e della legislazione) del 2006. Sotto le vesti di un'innocua riforma amministrativa, il progetto «dava ai ministri poteri arbitrari (2)», permettendo loro di legiferare tramite decreto, senza alcun controllo parlamentare vincolante. Il provvedimento avrebbe svuotato nei fatti il Parlamento della sua funzione sostanziale. Di fronte alla resistenza dei Lord che esplicitamente rifiutavano di sottoscrivere la propria auto-dissoluzione, la «legge per l'abolizione del parlamento», come l'hanno definita i suoi critici, è stata emendata dal primo ministro. Ma anche se in questo caso particolare l'esecutivo ha dovuto cedere, ciò non vuol dire che Blair abbia smesso di smantellare la democrazia britannica. Come dice Henry Porter, egli causa «un danno immenso alla Costituzione, alla tradizione della sovranità parlamentare, all'indipendenza del potere giudiziario, ai diritti della persona e alla complessa relazione tra individuo e stato (4)». Tutto ciò non stupisce da parte di un primo ministro che si rifugia nell'idea che solo Dio potrà giudicare i suoi atti, o di un governo che esalta «l'imperialismo liberista» e la necessità «di tornare ai metodi energici di altri tempi - dall'uso della forza, all'attacco preventivo, fino all'imboscata o qualunque altra cosa si riveli necessaria per affrontare chi ancora vive nel XIX secolo (4)». Negli Stati uniti, l'ampiezza dell'arretramento della democrazia è sconvolgente. In nome di uno stato di emergenza non dichiarato, ma effettivo, l'amministrazione Bush procede alla demolizione sistematica dell'ordine costituzionale. Governare per mezzo di ordinanze segrete e decisioni presidenziali arbitrarie è diventata una pratica normale dello stato, come attestano le quotidiane rivelazioni circa le torture, l'esistenza di un arcipelago di prigioni segrete e le operazioni illegali di spionaggio interno. Ammantato dal velo del segreto, l'esecutivo americano si è arrogato notevoli poteri extra-giudiziari: calpesta trattati internazionali e decide guerre preventive; imprigiona, tortura e mantiene indefinitamente in carcere, senza processo, chiunque sia stato identificato per decreto presidenziale come un «combattente illegale»; si protegge con la creazione di un «sistema» giudiziario parallelo e segreto posto sotto il diretto controllo del Pentagono e della Casa bianca; in sintesi, si arroga il potere di ignorare l'ordine esistente, definito dal diritto internazionale e nazionale. La metodica presa di potere, che si è realizzata frantumando ogni giorno di più attribuzioni e competenze di altri rami del potere, suscita diverse resistenze istituzionali; così, il Senato, a metà dicembre 2005, ha finalmente tentato di proibire i «trattamenti crudeli, inumani e degradanti» inflitti ai detenuti (Detainee Treatment Act). Ugualmente, il 29 giugno 2006, la Corte suprema ha sconfessato il presidente dichiarando anti-costituzionali i tribunali militari speciali creati dalla Casa bianca a Guantanamo. Ma, in entrambi i casi, l'esecutivo ha aggirato, o tentato di aggirare, l'ostacolo: l'insistenza e le pressioni della Casa bianca hanno avuto ragione del Senato. I nuovi emendamenti apportati alla legge senatoriale non solo ne annullano l'effetto, ma rischiano di aprire la strada ad una sorta di «legalizzazione» della tortura «legittimando» le testimonianze ottenute con questi metodi (5). Il 30 dicembre 2005, a distanza di pochi giorni dal voto del Senato, il presidente George W. Bush ha ribadito che i suoi «poteri in quanto comandante in capo» e dirigente del «ramo esecutivo unitario» (la definizione fa riferimento ad una filosofia giuridica che sostiene il primato assoluto dell'esecutivo sia sul potere legislativo che giudiziario) lo autorizzano a fare «tutto ciò che è necessario per difendere l'America». Quanto al giudizio della Corte suprema sui tribunali militari, la Casa bianca, secondo il New York Times, tenta di aggirarlo facendo «legalizzare (dal Congresso) azioni illegali». Il tentativo è evidente: si cerca «di minare la separazione costituzionale dei poteri (6)»...Ma la battaglia continua: il 18 agosto 2006, un tribunale federale ha dichiarato incostituzionali le intercettazioni telefoniche decise senza mandato dall'esecutivo. Una volontà di governo autoritario era già presente prima dell'11 settembre. «Anche senza gli attentati, osserva un ricercatore, è evidente che il governo Bush avrebbe agito unilateralmente ogni volta che se ne fosse presentata l'occasione, e avrebbe cercato di ampliare sistematicamente i limiti del potere presidenziale (7)». In sostanza, le protezioni che di norma, in una società democratica, controllano l'uso arbitrario del potere coercitivo dello stato, sono saltate. Ne sono testimonianza i tristemente noti memoranda sulla tortura, redatti, nel 2002, da Alberto Gonzáles (attuale ministro della giustizia) che riconoscono al presidente, in tempo di guerra, il potere «costituzionale» di utilizzare tutti i mezzi necessari, senza eccezione, nel compimento della sua missione di «comandante in capo», anche se si tratta di atti contrari al diritto internazionale. «In virtù di questo ragionamento - scrive il giurista David Cole - il presidente, grazie alla Costituzione, sarebbe autorizzato a ricorrere al genocidio se lo desiderasse (8)». Si assiste così ad una riconfigurazione della sovranità che rinnega i principi fondatori del liberalismo classico: la separazione dei poteri e la definizione di garanzie costituzionali che proteggano l'individuo dall'arbitrio coercitivo dello stato. Per i primi filosofi politici democratici, tra i quali Charles de Montesquieu e John Locke, è la separazione dei poteri che dà queste garanzie. Pone dei limiti all'azione dei governanti e garantisce così «la tranquillità» (Montesquieu), cioè la libertà politica dell'individuo. In teoria, le barriere costituzionali contro l'assolutismo o la tirannia istituzionalizzano norme da cui chi governa non può allontanarsi che temporaneamente e solo in circostanze eccezionali. Anzi, se, in situazioni di emergenza o «necessità», per esempio in caso di guerra, e per limitati periodi di tempo, i dirigenti di stati democratici possono derogare da alcune leggi, non è loro concesso trasgredire l'ordine costituzionale. Nella teoria liberal-democratica, lo stato di emergenza (il «potere prerogativo» di chi governa, nella terminologia di Locke) è un'eccezione destinata a salvare la norma fondamentale, cioè esattamente l'ordine costituzionale. In uno stato di allerta permanente, l'eccezione diventa la regola. All'inizio del XX secolo, il tedesco Carl Schmitt, un teorico politico reazionario, ha elaborato e sistematizzato una dottrina sullo stato di urgenza e di emergenza. Nei suoi primi scritti, fa una distinzione tra dittatura «commissariale» e «sovrana», la prima, fondata sull'ordine giuridico esistente, è destinata a salvaguardare la norma costituzionale, la seconda al contrario la distrugge. Nelle sue opere più importanti, Théologie politique e La notion de politique, opta per la seconda: «Spinti alla loro estrema logica, i lavori di Schmitt (...) costituiscono il fondamento di un'eccezione autoritaria senza eccezione (9)». Nella seconda delle opere citate, Schmitt afferma che lo stato, in quanto massima espressione del politico, si compie e scopre la sua vera essenza solo in situazioni di urgenza quando «sceglie il nemico e decide di combatterlo». Questa scelta crea un sentimento collettivo, unifica la nazione, depoliticizza la società civile e concentra il potere. Lo stato di emergenza permette allo stato di trascendere la società e di imporre la sua autonomia dittatoriale. Avendo così acquisito il monopolio dell'azione e della decisione politica, lo stato, incarnato dal dittatore che decide dell'emergenza e che, per questo, diventa veramente sovrano, gode di poteri illimitati. Dato che la guerra rappresenta la forma più evidente dello stato di emergenza, essa diventa il fondamento ontologico dello stato. Attualmente, la destrutturazione dell'ordine costituzionale si svolge in un contesto di «guerra» onnipresente. Una guerra definita fin dall'inizio dall'esecutivo americano (e dai suoi alleati) come senza frontiere né spaziali né temporali. Il documento della Casa bianca che presentava la strategia per la sicurezza nazionale (Nss) per il 2002, assimilava la «vulnerabilità [degli Stati uniti] al terrorismo» ad una «nuova condizione di vita (10)». Così, la guerra perpetua è diventata sistema di vita in questo inizio del XXI secolo. Dal documento per il 2006, che riprende gli elementi essenziali del Nss 2002 (quello che ha ufficializzato la dottrina della guerra preventiva), si apprende che «gli Stati uniti vivono i primi anni di una lunga lotta, una situazione simile a quella alla quale il nostro paese ha dovuto far fronte all'inizio della Guerra fredda (11)». Come sottolinea la filosofa Judith Butler, «la prospettiva di un esercizio [del potere di stato che non riconosce la legge] struttura indefinitamente il futuro. Il futuro diventa un tempo senza legge, non anarchico, ma affidato alle decisioni discrezionali di un insieme di sovrani designati (12)». Le azioni di un'organizzazione terrorista deterritorializzata e diffusa sono state presentate non come un pericolo specifico e circoscritto, ma come una minaccia totalitaria planetaria di tipo hitleriano. Il 16 ottobre 2005, Bush ha affermato che gli estremisti islamici stavano tentando di «creare un impero islamico radicale che si estenderà dalla Spagna all'Indonesia». Due giorni più tardi il suo consigliere per la Sicurezza nazionale, Stephen Hadley, ha dichiarato a sua volta al Council on Foreign Relations a New York: «Al Qaeda intende unificare le masse musulmane, rovesciare i governi moderati della regione e ristabilire il califfato islamico che [nella sua forma attuale] regnerebbe dalla Spagna all'Indonesia e oltre». Questo esagerare il potere di al Qaeda, così come i sinistri allarmi lanciati dalla Casa bianca all'indomani del 11 settembre circa lo spettro di «funghi atomici», potrebbero sembrare caricaturali se non si trattasse di un metodo di governo teso a mascherare le intenzioni autoritarie dello stato. È un gioco pericoloso che attizza gli odi fondamentalisti: le variegate culture dell'Islam vengono ridotte ad una categoria indifferenziata che designa l'Altro, il barbaro, il nemico. Poco a poco, lo «scontro di civiltà» diventa una profezia che si autorealizza. Il paesaggio ideologico non è molto più sano in Europa, dove, bisogna ricordarlo, è stato in un contesto coloniale che le democrazie liberali hanno utilizzato lo stato di emergenza in quanto forma di esercizio del potere. Ancora oggi, tra le linee del discorso ufficiale traspare l'idea secondo la quale avremmo bisogno di uno stato autoritario per difenderci dai barbari; dovremmo rinunciare alla libertà per proteggere la nostra vita. note:
* Professore all'università Paris-VIII e giornalista. (1) Clare Dyer, «Judges reveal anger over curbs on power», The Guardian, Londra, 26 aprile 2005. Il mandato di arresto europeo pone lo stesso problema. (2) Henry Porter, «How we move ever closer to becoming a totalitarian state», The Observer, Londra, 5 marzo 2006. (3) Henry Porter, ibid. (4) Robert Cooper, «The new liberal imperialism», The Observer, Londra, 7 aprile 2002. (5) Cfr. Alfred McCoy, «Why the McCain torture ban won't work. The Bush legacy of legalized torture», TomDispatch. com, 8 febbraio 2006; www.tomdispatch.com/index.mhtml? pid=57336. (6) «The Bush agenda comes into focus», editoriale del New York Times, 16 luglio 2006. (7) Christopher S. Kelley, «Rethinking presidential power - The unitary executive and the George W. Bush presidency», comunicazione alla Midwest Political Science Association, Chicago (Illinois), 7-10 aprile 2005. (8) David Cole, «What Bush wants to hear», The New York Review of Books, vol. 52, n. 18, 17 novembre 2005. (9) Cfr. Oren Gross, «The normless and exceptionless exception, Carl Schmitt's theory of emergency powers and the «norm-exception» dichotomy», Cardozo Law review, vol. 21, New York, 2000, p. 1829. (10) «National Security Strategy 2002» (Nss), Casa bianca, Washington, D.C. (11) Nss, Casa bianca, Washington, D.C., marzo 2006, p. 1. (12) Judith Butler, Precarious Life, Verso, Londra, 2004, pp. 64-65. (Traduzione di G. P.) |