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Il grande fratello. nuova divisione del lavoro
e nuove fabbriche nel mondo digitale
Giornalista, o copista multimediale?
Mentre la stampa scritta licenzia i suoi giornalisti, sui siti d'informazione
in rete aumentano sia il numero di lettori sia il mercato pubblicitario.
Ma la pluralità dei canali d'informazione non giova sempre al pluralismo.
Infatti, anche su internet, sta emergendo una forma dominante di
giornalismo che trascrive l'informazione invece di produrla e premia
l'abilità tecnica dei redattori più della loro curiosità.
di Marie Bénilde*
Vale la pena ascoltare il deputato del dipartimento degli Hauts-de-Seine,
Frédéric Lefebvre. Portavoce dell'Union pour un mouvement populaire
(Ump), egli esprime l'essenziale della riflessione della maggioranza
in materia di media. Il suo attacco contro l'Agenzia France-Presse
(Afp), colpevole ai suoi occhi di non diffondere la notizia della
condanna di Ségolène Royal in un affare di diritto del lavoro, la
dice lunga sul modo in cui il potere percepisce l'influenza dei nuovi
media. Secondo Lefebvre, l'Afp fa nascere un problema quando non
rilancia la comunicazione del suo partito. Non tanto per l'importanza
di questa agenzia presso i media ufficiali quanto per la sua capacità
di fornire contenuti ai grandi motori di ricerca su internet. «L'Afp
fornisce la linea editoriale a Yahoo, a Orange, perché sono loro
che danno l'informazione a tutti i francesi che consultano internet»,
secondo Lefebvre (1).
È esatto che i motori di ricerca come Yahoo, Orange o Google figurano tra i siti d'informazione più consultati in Francia con quelli del Monde.fr o di Figaro.fr. Questi attori nati su internet o usciti dalle telecomunicazioni hanno la particolarità di riunire contenuti provenienti da altri siti d'informazione e da dispacci di agenzia di stampa, mentre i media tradizionali mobilitano redazioni incaricate di produrre informazione in rete. In quanto tali, questi nuovi supporti non hanno una linea editoriale propriamente detta. Dai primi di giugno, il sito Orange.fr, consultato da quindici milioni seicentomila visitatori ogni mese, delega ai giornalisti di Le Figaro, proprietà del senatore Ump Serge Dassault, l'animazione di una intervista politica quotidiana, o chiede a Radio Classique, proprietà di Bernard Arnault (2), l'organizzazione dello spazio riservato a industriali o a protagonisti dell'economia. La pagina di apertura del sito, che fa balenare informazioni sui servizi, lo sport o il tempo libero, delega all'Afp la parte «attualità», dove gli internauti sono invitati a intervenire con dei forum. Forte del giro d'affari della sua potente casa madre France Telecom (54 miliardi di euro), Orange occupa sempre di più la posizione di un media a pieno titolo. Il gruppo ha acquisito una parte dei diritti di ritrasmissione del campionato francese di calcio; si è offerto la ridiffusione dei film di Gaumont, di Warner nonché delle serie della rete americana Home Box Office (Hbo): altrettanti accordi che fin dal prossimo autunno, gli consentiranno di coprire un'offerta su sei canali dedicati al cinema e alle serie tv. Dal 2 luglio, Orange distribuisce inoltre una scelta di una sessantina di televisioni via satellite, che compete con Canalsat, del gruppo Canal+. L'arrivo di questo nuovo mastodonte, che intende finanziarsi con la pubblicità pur beneficiando della manna di abbonati alla sua offerta di servizi «triple-play» (internet-telefono-televisione), illustra la trasformazione dei mezzi d'informazione nell'era digitale. Infatti, è attraverso il recupero del modello dell'aggregazione di contenuti più diversi verso una molteplicità di supporti che i media tradizionali contano di salvarsi. Sotto la guida de Jean-Claude Dassier, il nuovo direttore dell'informazione, il gruppo Tf1 avvia un riavvicinamento tra le redazioni di Tf1, di La Chaîne Info (Lci) e del sito Lci allo scopo di fornire in immagini e in produzioni una piattaforma unica rivolta a tutti i canali. Il gruppo Lagardère crea l'entità Lagardère News, descritta come una «nuova fabbrica dell'informazione» comune all'insieme delle sue redazioni e dei suoi siti. Le associazioni di giornalisti dei media di Lagardère (Europe I, Paris Match, Journal du dimanche, Elle) intravedono già il «rischio di un appannamento dell'identità di ogni testata», in nome di un aumento della produttività e a scapito della qualità (3). Legittimata dalla necessità di fare economie di scala quando il boom delle entrate pubblicitarie su internet non compensa ancora la perdita di entrate sui supporti tradizionali, l'aggregazione di contenuti, in particolare video, genera indubbiamente l'audience più alta. Ma a quale prezzo? All'avvicinarsi degli stati generali della stampa, annunciati per l'autunno dalla ministra della cultura Christine Albanel, sembra profilarsi un nuovo modello di giornalista. Il professionista dell'informazione si trasforma in lavoratore «multisupporti» e «multicompiti» (4). Sulla carta o sullo schermo, al microfono o alla videocamera, egli «fornisce il contenuto», una tavolozza di «prodotti», una parte crescente della quale è accessibile gratuitamente. Al giornalista si chiede inoltre di stimolare, arricchire e talvolta verificare il flusso di contributi prodotti dagli internauti sul sito internet. In un vicino futuro, padroneggiare una videocamera digitale, utilizzare gli strumenti del montaggio video, animare un dibattito televisivo, tutto ciò conterà più della conoscenza approfondita di certi settori o della capacità di realizzare inchieste. Già oggi numerose redazioni chiedono ai loro giornalisti di dare un contributo al sito fornendo audio, riprese video o informazioni esclusive in cambio di un modesto forfait (da 48 a 68 euro mensili al Parisien-Aujourd'hui en France), addirittura gratuitamente (come a Ouest-France). Una nuova tappa nell'esercizio della professione di giornalista è forse stata raggiunta? Si tratterebbe di fondare con l'utente dei media una relazione rinvigorita dalla assunzione di una parola troppo a lungo ignorata. Alla visione verticale di una voce autorevole che trasmette il proprio sapere a partire da un accesso quasi privato alle fonti (agenzie di stampa, istituzioni), si sostituirebbe un «giornalismo di conversazione», come spiega Pascal Riché, redattore capo del sito d'informazione in rete Rue89 che si esprime nello «scambio orizzontale, aperto, interattivo e iterativo» con il lettore (5). Anche se può sembrare valido per i nuovi attori del Web, un dispositivo del genere rimane carico di vincoli inediti per i media tradizionali. Anzitutto il rischio è quello di frapporre una distanza crescente tra giornalisti-orchestra, in grado di usare tutta la gamma delle nuove tecnologie, e professionisti (rari) più agguerriti nella ricerca e nella verifica dei fatti che nella maniera di presentarli. Questa svolta digitale è probabilmente indispensabile alla sopravvivenza dei media «storici». Ma, come nel giornalismo tradizionale, gli effetti indotti dalla ricerca della massima audience sono numerosi e perversi. Diventando a loro volta aggregatori di immagini e diffusori di rumori - come l'annuncio prematuro, da parte di Jean-Pierre Elkabbach, della morte dell'animatore tv Pascal Sevran sul sito di Europe 1 - , i media si abbandonano a ciò che lo stesso Elkabbach, oggi a capo di Lagardère News, chiamava «la dittatura dell'emozione» e «l'immediatezza dell'apparenza». La ragione è semplice: gran parte dei siti d'informazione temono di perdere l'audience di ciò che fa «buzz» (6) e genera quindi una frequentazione monetizzabile. La stampa diventa quindi il principale motore della «volgarizzazione divistica» del politico, tendenza che allo stesso tempo essa denuncia. I difetti del giornalismo in rete apportatore di audience si misurano anche con la totale deregulation della professione. Annegato nel flusso incessante delle notizie, il giornalista professionale reclutato per la sua iperreattività sul Web assomiglia a un serpente che si morde la coda: egli rende noto ciò che già lo è, mostra ciò che si vede, reagisce a ciò che genera reazioni. Come attesta il flusso ininterrotto di notizie aneddottiche e di video sul sito Lepost.fr, proposto da Le Monde, la gerarchia dell'informazione non vale più in un cybermondo dove prevale l'ultima rivelazione inedita. «Cosa c'è di importante in questo flusso meccanico?»: questa è probabilmente l'ultima domanda che deve porsi il giornalista dell'era digitale. Eppure il discorso padronale celebra le virtù di una professione rigenerata dalla sua capacità di selezionare e di mettere «contenuti» diversi su dei binari. Probabilmente come farebbe un capo stazione più che un guidatore di locomotiva. Il treno dell'internet non aspetta, ma nessuno sa dove vada. Tuttavia il giornalismo digitale ha anche visto nascere siti indipendenti che hanno svolto un loro ruolo nella contro-campagna sul referendum europeo del 2005. Ha permesso la nascita di canali d'informazione e di riflessione alternativi al pensiero dominante, che contestano le regole della connivenza e dell'asservimento ai poteri capitalistici, politici ed economici. La crisi del giornalismo di mercato, la sua perdita di prestigio presso l'opinione pubblica, sono in gran parte imputabili all'emergenza di una parola libera e critica su internet. Questa emancipazione sarà tale da ribalzare sui siti dei grandi media e da incoraggiare l'impertinenza dei loro giornalisti? Si possono avere dubbi al riguardo, vista la limitatezza del quadro di espressione definito dall'azionariato. Infatti i proprietari puntano sull'accumulo di audience con siti di media rimpinzati di spazi video che pretendono di inventare una «nuova scrittura giornalistica». In realtà si tratta anzitutto di soddisfare la domanda di contenuti multimedia di computer collegati a reti ad alta velocità che ubbidiscono a logiche di telecomunicazione. Questo parametraggio dei siti, spesso concepito da direzioni informatiche, allontana dal giornalismo tanto più facilmente quanto più l'economia della stampa spinge a ridurre i costi. Questo prezzo da pagare fin che le entrate pubblicitarie sulla rete non controbilanceranno il crollo dei redditi della carta stampata. Alla compressione digitale corrisponde una compressione giornalistica: nel maggio 2007, il gruppo Hearst annunciava la soppressione di un centinaio di posti di giornalisti al San Francisco Chronicle per lanciare, sei mesi dopo, un servizio di video finanziato dalla pubblicità sul sito del giornale. «Quelli che devono andarsene sono i giornalisti più competenti, quelli che si dedicano alla ricerca e alla copertura della verità, in piena indipendenza, e senza timore né partito preso», rivela Neil Henry, docente di giornalismo all'università di Berkeley. I tagli si sono moltiplicati nelle redazioni dei quotidiani americani: duecento redattori licenziati al Mercury News di San José, cento al New York Times, cento all'Union Tribune di San Diego. Dal 2000, la redazione del Los Angeles Time è passata da mille duecento a settecento persone. Ai giornalisti, i padroni della stampa preferiscono i fornitori di audience partecipativa. L'industria della rubinetteria per commenti ha un bell'avvenire. note:
* Giornalista, autrice di On achève bien les cerveaux. La publicité et les médias, Ed. Raisons d'agir, Parigi, 2007. (1) «Questions d'info», La Chaîne parlementaire-Assemblée nationale (Lcp-An), con Frédéric Lefrebvre, 18 maggio 2008. (2) Lo stesso personaggio di cui si parla nell'articolo a pagina 18, ndt. (3) Leggere Pierre Rimbert, «Giornalisti sull'orlo della ribellione», Le Monde diplomatique/il manifesto, febbraio 2007. (4) Leggere Éric Klinenberg, «I giornalisti tutto-fare della stampa americana», Le Monde diplomatique/il manifesto, febbraio 1999. (5) Le Monde, 24 giugno 2008. (6) Pratica di marketing che consiste nel favorire la circolazione di una indiscrezione o di una immagine su internet. (Traduzione di M.G.G.) |